Mi sono venuto a noia. Non le cose della vita, ma proprio io, io-me, il “mi” di “mi sono”, diatesi riflessiva. Il piccolo me che non ascolta ma parla, anche quando sembra stare in silenzio, che s’intromette come una carta carbone ormai esausta, segnata da un groviglio di parole-scrittura che non hanno più alcuna decifrabilità.
Oggi sono stato sul mare, era prestissimo. Ho comunque scelto un posto il più lontano possibile dall’acqua, dove il sole sarebbe arrivato soltanto nella seconda parte della mattinata, c’era una sorta di riparo costruito con alcuni rami secchi. Ecco, alzandomi e abbassandomi, ho picchiato più volte la testa su uno di quei rami. Nemmeno il dolore fisico riusciva ad insegnami qualcosa, ero sordo alla realtà, il ramo stava lì e io lo colpivo ogni volta che mi muovevo, sempre lo stesso, con l’ottusità di un caprone, anche se un vero caprone avrebbe fatto meglio di me. Sì, sono segnali questi, che ormai si ripetono da mesi. Prima li ho considerati stanchezza – ti riposerai e passerà -, ma non è così, perché i rimedi alla fatica dell’esistenza non ti funzionano più. Semplicemente è noia, noia di quel me che non posso che trasportare in ogni situazione, perfino la più confortante, come stamani. C’è una spiaggia intera, deserta, e tu vai a cercare l’unico ramo dove picchiare ripetutamente la testa.
Dopo un’ora è scesa a mare una donna anziana, però piuttosto energica, aveva con sé uno di quei lettini portatile ripiegabili. Lo ha sistemato sul bagnasciuga. Ha messo le gambe nell’acqua e si è strusciata le cosce bianche. Poi si è voltata verso di me:
“Ci sono le meduse?” e penso lo abbia detto con un sorriso.
“Non lo so” ho quasi urlato anch’io “Non l’ho fatto, il bagno…”.
Ho risposto così per gentilezza, perché il mio piccolo me ciarliero sarebbe invece voluto intervenire: “Può starne certa, signora, le meduse ci sono sempre, a codesta età spera ancora in un tratto di mare senza meduse? E ora glielo dimostrerò – avrebbe continuato a parlare il chiacchierone – perché non appena dentro l’acqua sono sicuro d’incocciarne una, e se non ci crede gli farò vedere il segno che mi avrà lasciato – come qui, sulla fronte, lo vede questo graffio? È stato il ramo, l’unico ramo secco su cui stamani potevo battere la testa”.
Così ho preso gli occhialini dallo zaino e dopo aver sbattuto una volta di più contro il ramo ho attraversato la spiaggia di ciottoli uggiosi, fino ad arrivare in prossimità della donna, che stava già sdraiata sul lettino. Anche qui mi sono trattenuto, perché il mio piccolo me voleva dirle: “Vede, sto andando a cercargliene una… non appena l’avvisterò mi ci lancerò contro. Ma sono sicuro che sarà la medusa a trovarmi per prima, perché fu il Minotauro a scovare Teseo nel labirinto, e non Teseo cacciatore di mostri! Per incontrarne una sarà sufficiente che mi abbandoni all’armonioso su e giù delle onde…”
Dire che l’acqua fosse calda sarebbe impreciso, perché si trattava veramente di un brodo, non è una metafora. È per questo che le meduse prolificano e appestano dei loro tentacoli il nostro mare – come viene detto dappertutto, “il nostro mare”, senza rabbrividire nemmeno un po’ per la vergogna di un’enormità simile, questo almeno lo pensava il mio piccolo me nell’ininterrotto flusso di coscienza. Stavo già scivolando in mamma acqua e dovevo tenere gli occhi ben aperti dentro gli occhialini, “dove sei pelagia noctiluca?, di qua?, di là?, sotto?, o mi stai per aggredire alle spalle?” E meno male che uno fa un bel bagno per rilassarsi… Perché la pelagia è infida, piccola e cattiva, non come una di quelle palla da bowling bianche orlate di blu, i polmoni di mare, che loro si vedono a un miglio di distanza e perfino se ci sbatti il grugno non fanno nulla… La pelagia t’inganna per i suoi tentacoli filiformi e trasparenti, invisibili, tu improvvisamente la vedi e ti dici, che culo, è lontana… e zac!, una bella leccata! Si chiama nocticula per via della luminescenza di un verde acido, come le lucciole, la stronza si fa vedere bene soltanto di notte… Sono animali antichissimi, le meduse, i più vecchi della terra, e la sanno lunga se sono arrivati fino al 23 agosto 2024 dell’era cristiana, che per loro è un battito di ciglia, una scorreggina, un piccolo sputo – sul momento non mi venivano in mente altre metafore antropocentriche e di una banalità davvero “abissale”, tanto per rimanere in tema.
Insomma, di meduse ne ho viste forse una quindicina, ho fatto un po’ di slalom. Quindici quelle che ho visto, chissà quante quelle che c’erano ma invisibili agli occhi – e dunque al cuore. Dopo un’oretta sono finalmente uscito, orgogliosamente incolume. Ma il mio me ciarliero ha voluto infierire, è andato a disturbare l’anziana signora, che intanto era entrata in acqua a bagnomaria con un’amica:
“Sì, ce ne sono, purtroppo sono sempre di più, per via di quest’acqua troppo calda” – il me chiacchierone è sempre un grande esperto, in ogni disciplina dello scibile.
“Hai sentito Luisa, sarà meglio uscire…”
“Comunque non sono qui, sono più a largo…” ho cercato di rimediare.
“No no, meglio ritornare in secca”
Ecco, ero riuscito a rovinargli la giornata, a lei e all’amica.
“Sai che fai ora?” mi suggerisce il piccolo me “Visto che in mare si sta da dio indossi maschera e cannello e entri nuovamente in acqua, perché con la Cressi domini la situazione, la visuale è ottima, non c’è alcun pericolo”.
“Hai avuto una buona idea”, gli rispondo io, prendo la maschera, mi rimetto in piedi, e dopo aver picchiato nuovamente la testa contro il ramo attraverso saltellando il letto di ciottoli, che ora – ahiai! – sono bollenti. Sto per rituffarmi quando la signora, seduta sul lettino, mi fa: “Rientra? Ha coraggio però!” e soltanto in quel momento mi accorgo della sua espressione così ridente e arguta, quasi maliziosa. Da giovane doveva essere una bellezza e lei, soprattutto, sapeva d’esserlo stata. Con la mano le indico la maschera, come per dire “No problem!” do un’aggiustatina al cannello e mi lascio scivolare nell’abbraccio di mamma mare con quanta più eleganza possibile. Una, due… dieci vigorose bracciate e… stramaledetta te!, leccato in pieno petto!