Accanto alla casa di Gino c’era un grande pero che faceva le pere piccole, quelle che non sembrano maturare mai perché rimangono verdi. Noi ci salivamo, non necessariamente per coglierle. A uno dei rami più robusti pendeva infatti una corda messa lì per lanciarsi nel vuoto come Tarzan, e siccome c’era solo il pero con quell’unica corda, una volta attraversato il vuoto tornavamo a mo’ di pendolo, lasciandoci oscillare finché il doloroso formicolio delle braccia diventava troppo. Ci si misurava a chi resisteva di più e il più svantaggiato risultava sempre lui, Massimo, il ciccione. Ma stava nel conto delle cose, e non se la prendeva, continuando a lanciarsi ripetutamente e ripetutamente ad arrivare ultimo, cioè il primo a desistere. Come prendevamo il tempo?, che domanda, contando a intervalli regolari, spaccando il secondo. Eravamo dei perfetti anarchici autogestiti, e guai agli ingannini.
La casa di Gino era larga e schiacciata, un solo piano, non assomigliava a nessun’altra nei paraggi. E poi un ampio cortile a sterro e poco oltre il campo di grano, del babbo di Gino. Nel grano maturo ci si facevano le cosiddette camminate, che non erano altro che una sorta di labirinto che a un certo punto confluiva in una piazzola centrale, l’accampamento. Da fuori non si notava niente, perché non avevamo bisogno nemmeno d’acquattarci che sparivamo alla vista, eppure fra le spighe fremeva un’intensa attività di pestaggio a disegnar cunicoli in vie cieche e altre che dopo diversi arzigogoli confluivano nell’accampamento. Il babbo di Gino non credo fosse un granché d’accordo, ma lavoravamo di brutto. Capitavano anche delle soprese, come quel giorno del biacco, che ci precluse l’accesso per un po’. Ma alla fine ogni labirinto ha il proprio mostro, è una cosa normale, e biacco o non biacco prese il sopravvento l’incontenibile entusiasmo delle serate estive.
C’era anche una bella rimessa con tutti gli attrezzi, nella casa di Gino, e lì portavamo avanti le nostre produzioni di fucili a elastico, fionde, archi, spade e scudi e cerbottane. Ci si poteva riparare anche le forature della bicicletta con i toppini e il mastice, qualcuno ne approfittava per fissare una carta da gioco alla forcella della ruota di dietro ed ecco il motorino, ta-ta-ta-ta-ta-ta-tà. Gino aveva anche un cane, che stava sempre legato e ci spiava dalla sua cuccia, e invece una gatta bianca e nera, libera, che ci veniva a trovare mentre eravamo lì assorti nell’artigianato, e voleva farsi strusciare la testa – prima da uno, poi da un altro, finché si scocciava e andava via. In una parte buia della rimessa c’erano anche due o tre fringuelli da richiamo nelle loro striminzite gabbiette nere, che puzzavano, ma non si potevano disturbare. In quanti eravamo, noi costruttori, inventori di labirinti, riparatori e Tarzan? Non meno di quattro o cinque, a volte una decina. Altrimenti non c’era gusto, a ritrovarsi soli in casa l’avresti detto una punizione, in due era meglio ma non ancora sufficiente, in tre ci mancava uno per giocare due contro due, in quattro poteva già andare bene ma in cinque ci mancava un altro per fare tre contro tre e insomma, si capisce perché i gruppi erano quasi sempre numerosi.
La mamma di Gino la vedevi che stendeva i panni o che andava nel pollaio – sì, oltre al cane legato e il gatto libero c’erano anche le galline. Poi spariva dentro casa e non la vedevi più. Il padre di Gino invece era al lavoro, e per quando rientrava, la sera molto tardi, tutto doveva essere rimesso in ordine, pena l’impossibilità di farsi vedere nei paraggi per diversi giorni, peggio del biacco. Tutto questo e tanto altro si svolgeva appena fuori della strada statale che attraversava il paese, dove finivano i rari marciapiedi. Ora faccio come il gatto e vado via, perché mi sono scocciato. Ah, Gino era un mio amico.