Scriverò una storia dove va tutto bene. Non solo alla fine, quando le storie a lieto fine finiscono appunto bene, ma anche per la sua intera durata, nel suo procedere. In questa storia non ci saranno buoni e cattivi, perché tutti, ma proprio tutti, saranno buoni. Nemmeno si verificheranno problemi di sorta, cioè situazioni che si presentano come problematiche indipendentemente dalla volontà dei buoni e che quindi, i buoni, proprio perché buoni, sono portati a indirizzarle a una soluzione. Nella mia storia anche il destino sarà sempre favorevole ai buoni.

Così disse lo scrittore.

“Non ci sono dunque malattie nella tua storia?”, intervenne il lettore.

No.

“E violenze?”

No, nemmeno violenze.

“Momenti di crisi?, di depressione, cuori spezzati, errori commessi da cui potersi riscattare e rimettere insieme i cocci?”

Niente di tutto ciò.

“E se viene un terremoto? Se piove? Se lui mi tradisce?”

Nella mia storia non pioverà mai, in ogni senso.

“Porca miseria!”

Neanche imprecazioni ci saranno…

“Ah, scusami. Ma allora la tua storia è quella di un mondo magico, una sorta di paradiso… o è una storia di fantascienza?”

Ma no… è una storia normale.

“Tu dici? Non capisco”.

Non capisci perché non l’ho ancora iniziata.

“Ho delle forti perplessità. Ho paura che nella tua storia non succeda nulla”.

E perché?

“Da che mondo è mondo le storie hanno bisogno di problemi, intendo le storie che siano vere storie, cioè buone… buone storie. Ci vogliono contrasti, conflitti… magari una bella catastrofe”.

Come sarebbe a dire? Non posso scrivere una storia dove va tutto bene perché è una storia cattiva?

“Dài, lo sanno tutti… è una questione antropologica. L’uomo ha bisogno delle storie, e le storie hanno bisogno di problemi”.

Dunque l’uomo ha bisogno di problemi?

“Magari nella vita no. Ma nelle storie sì, ne ha bisogno”.

Quindi mi stai dicendo che le storie non fanno parte della vita?

“Non della vita vera. E comunque se non c’è un qualcosa di negativo da affrontare… di cosa sa una storia? Non sa di nulla. E poi non ci credi”.

Ma se hai detto prima che le storie e la vita reale sono due cose distinte?, che insomma le storie sono finte?

“Sono finte, sì, lo sono rispetto alla vita, ma in quanto storie, se sono buone storie, sono storie vere e ci credi, e ci credi soltanto perché ci sono dei problemi… problemi che sono quelli della vita vera”.

Da affrontare per tentare di risolverli…

“Esatto”.

Quindi per scrivere una buona storia io dovrei scrivere qualcosa che assomiglia a una vita piena di conflitti se non di catastrofi… cioè a una vita che senz’altro non è buona? E che ti convince della sua verità proprio perché una storia buona è come la vita cattiva, anche se sai che quella storia è falsa?

“Già, è così”.

Ora sono io perplesso. Il tuo non mi sembra un ragionamento logico.

“Non ho detto che sia logico, ma così vanno le cose…”

E se uno vuol scrivere una storia dove non accade nulla di negativo proprio perché nella sua vita va tutto bene?

“Non è possibile”.

Non è possibile scrivere una storia così o avere una vita così, spiegati.

“Entrambe le considerazioni. Intanto non si è mai sentito che uno abbia una vita dove tutte le cose, ma proprio tutte, vadano per il verso giusto. Piacerebbe anche a me una vita così, che credi. Ma a parte il fatto che non esiste proprio, una storia dove non c’è… che dico?, un cattivo, un assassino, un ammalato, qualcuno che è stato abbandonato da qualcun altro, una vittima, un incidente d’auto… insomma, qualcosa di brutto – làsciatelo dire, una storia così non potrà mai essere una bella storia”.

Quindi a te piacerebbe tanto una bella vita, ma non una storia che assomiglia alla vita che ti piacerebbe avere. Ti piace invece una storia con le catastrofi e gli assassini, ma non vuoi una vita come la storia che ti piace…

“Esattamente”.
Sai? Non ti capisco proprio.

“Allora vuoi dire che tu hai una vita bella? Che scrivi un storia bella che assomiglia alla tua bella vita? E per questo io dovrei crederci?”

Io ho detto soltanto che scriverò una storia dove tutto va sempre bene.

“E io ho il diritto di non crederci, va bene anche questo? Specialmente quando cerchi di convincermi che questa storia è bella proprio perché assomiglia a una vita bella, che, tra l’altro, così bella dev’essere soltanto la tua, di vite, perché io non ne ho mai viste!”

Mi dispiace per te. Comunque, se a te piacciono tanto le storie con tutti i casini possibili e immaginabili ma poi non vorresti una vita che gli assomigli… permetti che io possa invece scrivere una bella storia dove non ci sia nessun casino proprio perché desidero una vita che gli assomigli, mi sembra un discorso più centrato, no?

“Il problema è che una storia così, dove non c’è da risolvere nessuna rogna, caro mio, non interessa proprio a nessuno. E questo indipendentemente dal fatto che la tua vita, dico la vita di te che scrivi, sia brutta o bella, o… come dicono i filosofi? Una buona vita. No, una storia dove non succede nulla non è una buona storia. Non ci si crede, né alla tua storia né alla tua vita. Le storie e gli uomini non sono fatti così”.

Però una vita dove non succede nulla di male sarebbe una buona vita, me lo concedi almeno questo?

“Certo che lo sarebbe. Il problema è che non esiste, e dunque non esistono nemmeno le storie, almeno delle buone storie, che le assomiglino… perché tanto che le scrivi a fare se la gente non ci crede?”

Così, se adesso comincio a scrivere una storia dove non succede niente di male tu sai già che scriverò una cattiva storia?”

“Sicuro al cento per cento”.

Comunque io la comincio lo stesso.

“A te piacendo, accomodati. Sono tanto curioso di vedere come la farai procedere codesta storia dove non succede nulla”.

E sai perché la scrivo? Perché penso che non tutti i lettori siano come te, che considerano belle storie e vere soltanto quelle piene di casini perché somigliano tanto alla loro vita sgangherata!

“Bada come parli…”

Magari c’è anche qualcuno che pur avendo una vita come la tua ama le storie dove non accade niente di male… e non dico, beninteso, il lieto fine, cioè che dopo tutta una serie di sciagure le cose, nell’utima pagina del libro, proprio in quel momento iniziano ad andare per il meglio. Non così, che anche questi sono i soliti che hanno una vita rovinata come la tua, e che però vogliono il contentino… Io penso a persone felici, che siccome sono davvero felici, le storie dove la vita viene rappresentata come una marea montante di casini, non hanno voglia di leggerle. Vogliono invece identificarsi in vite buone di personaggi buoni, non in una vita a pezzi come la tua, sebbene sia una vita che non vorresti mai e infatti aspiri anche te a una storia con il lieto fine, che questo sì non esisterà mai nella tua vita guasta!

E qui il lettore sparò e uccise lo scrittore che voleva scrivere una storia dove non accadeva niente di male, ma proprio niente, ed è per questo che quella storia, che sarebbe stata veramente unica, non fu mai scritta. Invece, essendoci una vittima e un assassino, è stata scritta la solita storia con la solita rogna, che piace a chi ha una vita di merda anche se non avrà lieto fine.

Lo scrittore vero rilesse la sua storia e cercò di correggerla in un modo che la rendesse accettabile, lasciando però volutamente delle ripetizioni per rendere il dialogo più verosimile. Come sempre era una questione di equilibrio tra la forma e l’informale, dove anche l’informale – per la troppa consuetudine e abilità – rischiava a volte di ingessarsi. Quando ne fu convinto la spedì per email al suo lettore ideale, un amico che comunque conservava ancora del senso critico nei confronti di ciò che scriveva, sebbene lo leggesse da molti anni. Non assomigliava al lettore del racconto, tutt’altro. Il giorno dopo arrivò la risposta, stringatissima.

“Sono dunque soltanto i lettori responsabili dell’enorme diffusione di storie che non possono che alimentare il mercato della sciagura? Si può davvero scrivere senza combattere il drago?”

Lo scrittore pensò ai tanti draghi della propria vita, e poi ai libri che aveva scritto, in ordine cronologico. La questione era diventata seria. Troppo. Così sorrise. Cliccò sulla funzione “Rispondi” e scrisse: Il drago? Quale drago?. Poi cliccò su invio.

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