Ricordi epici

Il terzo canto dell’Iliade è quello del combattimento tra Paride e Menelao. O meglio, per me lo fu quando mi obbligarono a leggerne una selezione in prima media sull’antologia Dal mito alla storia, un librone con la copertina cartonata di più di mille pagine, mica scherzi!

Sia dalla spiegazione in classe che dalla successiva “traslitterazione” in prosa – la traslitterazione era una novità da smaltire a casa nelle incombenze pomeridiane delle lezioni – seppi in maniera inequivocabile che Paride era un ingannino.  A complicare le cose, il tipo aveva due nomi, Paride e Alessandro, anche se Paride è il suo vero nome e Alessandro un soprannome, come ci fu detto, mah…

Insomma, si capiva bene perché Menelao fosse incazzato di brutto: quello gli aveva rubato la moglie che tra l’altro era la donna più bella del mondo, come se tu fossi sposato con Brigitte Bardot e arriva uno stronzetto a casa tua e la porta via con sé, e lei tra l’altro ci sta, a uno le palle gli cominciano a girare per forza! Dopo anni te lo ritrovi finalmente di fronte, davanti a tutto il tuo esercito e al suo, e allora ti va il sangue al cervello! Tìrala tìrala la lancia, tanto io te la paro con lo scudo, mezza sega che non sei altro!, e ora béccati questa, che ti trapassa scudo e corazza ma siccome hai un culo della madonna non trova la ciccia, ma la tunica…  Ora però arrivo e te la pettino io la cresta!, che dalla potenza che ci metto ti tronco la spada sulla chiorba, maremma cane!, e allora t’agguanto per l’elmo che vedrai te la stacco codesta testaccia!, e hai voglia d’agitarti perché tu soffochi per via del laccio sotto la gola – che sempre per complicare le cose si chiama “correggiolo” come una parolaccia, è “trapunto” ed è stato “ricavato dalla pelle di un bue abbattuto” – ma nonostante tutto il correggiolo si rompe, non perché l’avessero trapuntato male ma perché è intervenuta la figlia di Zeus, Venere, si facesse mai una volta i cazzi sua quella!, e l’ha rotto con un incantesimo. E allora Menelao si ritrova con l’elmo in mano ma Paride non c’è più e che fa?, lo lancia in mezzo ai suoi, che sono i Greci – però anche Achei o Elleni – come a dire intanto questo, ora vado a riprendere quello che c’era attaccato… ma dov’è Paride in tutto il popò polverone che non ci si vede un tubo? Perché Venere, la stronza, lo ha avvolto in una fitta nebbia, il suo pupillo, e lo ha trasportato dalla bella Elena, in anticamera, che ora lei gli fa tutto un pippone sulla prestanza fisica del suo primo marito… che non ti conviene sai?, metterti a fare la lotta con lui… io lo conosco bene, gli dice, te le leva lui le penne! Ma Paride mica ha voglia di starla a sentire, lui ha voglia d’un’altra cosa e glielo dice chiaro e tondo che gli tira a bestia, che dici bellezza?, si va di là a stiracchiarsi un pochino?, su quel bel letto traforato? E lei, la cagna, certo, che domande mi fai?, che del marito numero uno se n’è già scordata, che intanto lui, poveraccio, è rimasto infuriato come un toro in mezzo alla nebbia e cerca Alessandro o Paride che non c’è, ma dove cazzo è andato a finire? Eh… tu la sapessi tutta, povero Menelao!

E vi sembra giusto? Si vabbè dopo anni di riletture uno poi ci arriva, del resto lo aveva spiegato lo stesso Paride al fratellone, quell’esempio di virtù guerriera e di specchiati principi morali, tutta patria, tempio e famiglia, il prode Ettore… è inutile che tu mi prenda a pesci in faccia Ettore, mica è colpa mia se sono fatto male… se sono vigliacco, o ingannino, o anche un po’ così… la colpa è degli dèi che si trastullano con noi mortali, che ci accecano e allora non si capisce più nulla e ci si comporta da pirla, che cosa c’entro io?

Sì, un po’ di ragione ce l’ha anche lui, che vuoi farci… lui la mela a qualcuna doveva darla per forza, e ha scelto Venere, non è mica detto gli fosse andata meglio se sceglieva una delle altre due, magari non bruciava Troia ma una città diversa… E comunque, lettura su lettura, invecchi e allora apprezzi anche altri passi, del secondo canto, per esempio qualcosa che di sicuro alle medie non avremmo compreso e per questo nemmeno ce lo facevano leggere. Siamo sopra la porta Scea, quella che dà sulla pianura delle battaglie, e più in particolare ci troviamo in mezzo al pubblico che assisterà al duello. In prima fila c’è ovviamente Priamo, il sovrano, ma ecco che arriva lei, Elena, la più bella, e lui le dice di sedersi proprio lì davanti, davanti a lui e davanti a tutti, non solo come una figlia ma come una regina.  E appena defilati anche gli Anziani del popolo, gli emeriti, quelli che non possono più combattere perché oramai vecchi. Sì, come guerrieri non valevano più, ma diciamo così, non potendo più dedicarsi al fare si erano specializzati nel parlare, Omero scrive che erano “valenti parlatori”. E che fanno infatti?, letteralmente cicaleggiano, cioè “somigliano alle cicale che per la selva effondono, posate su una pianta, la loro voce armoniosa”. E di cosa cicaleggiano? Ovviamente di Elena. Si domandano se ne valeva la pena, la guerra che dura da anni e queste sofferenze immani a causa sua. E qui, se avessi potuto leggere questo passo in prima media, certo avrei traslitterato nel modo seguente:

“Ma ce l’avete almeno gli occhi? Per una fica da paura come quella valeva la pena eccome! Non la vedete, cari miei?, sembra una dea… che gli faresti Pantoo a Elena?, dimmi un po’… e tu? Clizio, e tu? Antenore? Ma ormai… ehhh non siamo più buoni a nulla noi… per noi è meglio che se quella la riportano da dove è venuta, a casa sua… che si sa no?, le donne più belle sono e più sciagure arrivano… anche se un po’ mi dispiace… ma guàrdala là, che gran pezzo di…” E poi, forse, avrebbero aggiunto: “Certo, ora si fa il duello… ma con quel bucacciolo di Paride che ti vuoi sperare?”.

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