Licenziato!

Un martedì di quindici anni fa, il 4 agosto 2009, seppi che mi avevano licenziato. Ero in ferie dal giorno prima, avevano firmato il mio licenziamento il venerdì precedente, il 31 luglio – questa la data sulla lettera – ero uscito dalla cooperativa augurando ai colleghi e soci e consiglieri “buone ferie”, non mi avevano detto nulla. Sulla raccomandata c’era scritto che, in considerazione della decisione degli organi sociali di cessare l’attività dell’area formazione – io ero il direttore dell’Agenzia Formativa – e “non esistendo in azienda posizioni lavorative vacanti di livello e contenuto professionale pari ed equivalenti a quelli da lei posseduti – il suo rapporto di lavoro subordinato deve intendersi risolto a far data dal 31 dicembre 2009”. Distinti saluti e la firma del vicepresidente.

Certo, sapevo della decisione dei soci – ero un socio anch’io, e per tre mandati eletto nel Consiglio di Amministrazione – ma pensavo che qualcosa da fare in cooperativa per me ci fosse, proprio in virtù di un’esperienza di cooperatore di tredici anni. Invece no, licenziato! – e lo ripeto, per raccomandata, nemmeno la decenza di una comunicazione de visu. L’impegno in una cooperativa sociale in mezzo a tanta bella gente era giunto, per me, alla fine.

A quel tempo tenevo un diario, molto scarno, che perlopiù era un modo di riflettere sulla mia scrittura . Allora avevo pubblicato soltanto un libro di racconti, La carrozza affogata, ma il mio computer e un paio di cassetti traboccavano di parole. Trovo quest’annotazione il 6 agosto: “Ho ricevuto la lettera di licenziamento dalla cooperativa con 5 mesi di preavviso”. E, subito dopo, “Scritto qualche bella pagina su nonna Cesara e Antignano”. Si trattava dell’inizio di quello che da lì a una ventina di giorni diventerà un romanzo, A far tempo da, il secondo libro che vedrà la pubblicazione dopo appena quattro mesi, proprio  negli ultimi giorni del mio impiego. Del 12 agosto è questo appunto: “Continuo a scrivere Nonna Cesara, una cinquantina di pagine” e il 20: “Ieri notte ho terminato la prima stesura di A far tempo da. Più di cento pagine. Dai prossimi giorni, un capitolo o due alla volta, inizierò a correggere. Prima stesura di A far tempo da: 4 agosto – 19 agosto. Oggi sono stanco. Ieri, pieno di scrittura, non ce la facevo a prendere sonno.” Ancora: “24 agosto Correzione completa di A far tempo da. Ore 11.30”.  

A far tempo da fu anche il mio modo di dire: volete farmi paura, non è vero? Ma io sono tutto questo, questo è il mio passato, io nasco da qui. Paragonati al mio libro, non c’è alcun dubbio, impaurivano: per la bruttezza, per la pochezza umana, per la vigliaccheria.

Poi fu la volta di Dolls, che per sottotitolo aveva Giocattoli senza finalità di lucro, un chiaro riferimento alle Onlus, e che è sì un romanzo ambientato in una cooperativa sociale, però come opera di pura fantasia – una fiction – l’ho anche scritto in calce per evitare equivoci: “Ogni riferimento a fatti realmente accaduti o a persone realmente esistite o esistenti è puramente casuale e serve semplicemente a dare verosimiglianza alla narrazione”. Però la gente crede a quello che vuole e, sbagliando, ha pensato che io descrivessi l’azienda che mi aveva licenziato. Mi è giunto all’orecchio che diversi miei ex colleghi, anche se non c’entravano nulla con i miei personaggi, morivano dalla voglia di ritrovarsi a tutti i costi nel romanzo, magari come protagonisti, ed erano combattuti tra acquistare il libro e dunque costringersi a contribuire al mio reddito oppure boicottarlo. Così, tra loro, ci dev’essere stato un genio che ha trovato la quadra: comprarne una copia sola e fare qualche migliaio di fotocopie. Sicuramente lo hanno letto, in maniera credo anche appassionata, come tutti quelli che godono nel cercare in ogni modo d’immedesimarsi, per quanto, purtroppo, alle presentazioni non si siano fatti vivi per discuterne con me. Solo in un’occasione hanno mandato un loro rappresentante che ha cercato in tutti i modi di farmi dire che quella del libro era l’azienda dove avevo lavorato per tredici anni. Non so perché continuava a insistere, perfino buttandola sull’amichevole – “E dài Luca, su, diccelo…” – e sembrava non sentire storie, anche se gli ho dimostrato, argomentando con avvedutezza logica, che non era affatto così, che si vedeva benissimo che avevo operato di fantasia, come del resto ogni scrittore usa fare. Per convincerlo gli ho perfino citato la Poetica di Aristotele, ma il rappresentante inviato dal mondo della cooperazione non ha capito nulla, evidentemente perché non aveva esperienza di studi liceali o addirittura classici, ma soltanto di ragioneria. Mi è dispiaciuto per lui, perché la situazione si era fatta paradossale, e mentre tutti gli altri ridevano, il tipo appariva sempre più contrariato di non essere un personaggio del mio romanzo. “Vabbè…” mi è toccato dirgli alla fine per tentare una qualche consolazione “magari te ne scrivo uno dove tu sei addirittura il protagonista, sarà per la prossima volta”. Così, da quel 4 agosto di quindici anni fa, tutti gli anni, il 4 agosto appunto, anch’io celebro i santi: è il giorno in cui ricordo, una per una, le facce di quelli che mi hanno licenziato. E se avessi le capacità ottocentesche di un romanziere naturalista alla Zola mi piacerebbe davvero scriverlo, un romanzo dove possano finalmente riconoscersi. Ma ahimè, io sono portato all’invenzione, e purtroppo non sarà mai possibile. Comunque, che Dio li abbia tutti in gloria.

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