Ormai dovremmo esserci, a breve la casa editrice mi contatterà per iniziare l’editing del mio nuovo romanzo, poi la pubblicazione. L’ottavo libro, il primo nel 2007. Il nono, un altro romanzo, è nel cassetto da un paio d’anni, ma non so se avrò voglia di pubblicare ancora. E poi le poesie, i versi da cui ho cominciato a scrivere, un po’ come fanno quasi tutti i ragazzi nelle loro drammatiche contorsioni verso la vita adulta. Le poesie arriverebbero come opera n°10, un finale col botto, ah ah.
Ho sessant’anni suonati, i miei libri li hanno letti i miei amici e conoscenti, penso pochissimi altri. Continuare a pubblicare ormai sarebbe soltanto insistere a fornire ossigeno al mio narcisismo, quindi penso che non lo farò. In realtà non esiste una ragione oggettiva, di certo le persone non si strapperanno i capelli se un altro paio di libri di Luca Nardini – e chi è? – non vedranno la luce, per una quindicina di giorni, sugli scaffali della libreria del paese. “Non hai avuto fortuna”, dico a me stesso, “Però non hai fatto neanche niente per ben disporti al suo arrivo… insomma, facilitarla un po’, la fortuna”. Eppure non scrivevi soltanto per te stesso, te ne saresti vergognato, anche quando i dattiloscritti si impilavano uno sull’atro sapevi che quelle parole non dovevano essere roba soltanto tua. La fata turchina non è comunque arrivata, Cenerentola cul di cenere continua a sfaccendare senza sosta ma niente festa di ballo. Dev’essere che ha i piedi troppo grossi, per ballare… Credo che a breve smetterò anche di scrivere.
Tra le cose vecchie ho trovato questo racconto di qualche anno fa, dove ovviamente si esagera. Lo metto qui come una profezia che si sta avverando. Non è un granché, ma in fondo corrisponde bene al mio livello, mediocre, di scrittura. Lo attacco con il copia e incolla di seguito, ciao.
LE SCATOLE
Lui non era uno scrittore. Aveva scritto un paio di libri, tutto qui. Non ce l’aveva fatta nemmeno a trovare una casa editrice che glieli pubblicasse, i suoi libri, eppure in giro vedevi tante di quelle schifezze! Ma le sue no, nessuno ci avrebbe scommesso sulle cose sue, lui aveva dovuto autofinanziarsi e pubblicare a proprie spese sapendo fin da subito che sarebbe stato vergognoso e inutile. I due libri stampati, ora, riempivano un paio di scatoloni che si era affrettato a nascondere in garage. Chi glielo aveva fatto fare?
No, non era uno scrittore. Gli scrittori lui se li immaginava diversi. Per esempio, gli scrittori erano gente parecchio sensibile e piena di fantasia, erano degli artisti. Loro sapevano cogliere un particolare nella vita di tutti i giorni che era lì che li aspettava – quel particolare lo captavano con antenne appunto da scrittore, lo registravano sul taccuino e ci costruivano sopra una storia, tutto un mondo, eh sì… I libri che aveva scritto lui invece di che cosa parlavano? Erano strampalati: il primo aveva come protagonista uno che si chiamava addirittura Itchek, un nome che non ti riusciva nemmeno di pronunciare, come fai a rivolgerti alla commessa di una libreria e dire: “Vorrei Il signor Itchek… il libro di…”? – ché quella, siccome il titolo non l’ha mai sentito, e nemmeno l’autore, ti risponde con una domanda: “la casa editrice se la ricorda?”. E allora come fai a risponderle che anche la casa editrice te la raccomando? I quaderni di contro-remo di Remo Guidoni…. “Qui non mi risulta” dirà la commessa consultando il computer. E infatti la casa editrice “Contro-Remo” non ha distribuzione, o meglio è stata distribuita in due belle scatole di cartone nei sottosuoli di casa tua. E il secondo libro? quello che doveva essere il tuo romanzo? Lo sai qual è l’eroe del tuo romanzo? È un uomo-lucciola… eh sì, proprio così. Il libro si intitola L’uomo lucciola appunto, ma non c’entra nulla con i fumetti e nemmeno con la fantascienza e ancora meno con un gicolò, un mantenuto… È la storia di uno che perde il posto di lavoro, pensa un po’, ma chi vuoi che lo legga il libro di un uomo lucciola che viene licenziato? Dunque lui non era uno scrittore, ed era logico che non avesse nemmeno dei lettori, ma soltanto un paio di scatole in garage stracolme delle sue parole. Che se ne farà di tutta quella carta? Magari sarebbe rimasta lì, in giacenza, fino alla fine dei suoi giorni – e quando fosse morto e dopo un paio d’anni che veniva l’ora di sgomberare quel garage, uno dei figli di suo nipote li avrebbe trovati e avrebbe commentato “Non lo sapevo che il nonnetto scriveva…” e vedrai che, una volta sfogliati, prima uno poi l’altro, si sarebbe accorto che quello parlava di un uomo lucciola e il secondo di un tipo che… come si pronunciava? Ma appena ne leggevi una pagina prendevi subito atto che erano discorsi un po’ insulsi e insomma, serbate un paio di copie per rispetto, gli altri magari a venderli come carta da macero qualcosa ci ricavavi.
Pensa proprio così, oggi, lo scrittore che uno scrittore non è. Perché gli scrittori veri, quando sono lì a rispondere alle domande in televisione, parlano con le parole giuste che ti fanno capire che il loro ultimo libro, nel panorama culturale italiano… di quel libro insomma ce n’era davvero bisogno, sì, l’aspettavano tutti l’ultima fatica letteraria dell’artista. Sono vestiti proprio da scrittori gli scrittori veri, la camicia un po’ sgualcita e senza cravatta, con quella trascuratezza attenta e una disinvoltura che piace tanto alle donne, la giacca con le toppe ai gomiti o con le cuciture vintage bene in evidenza. I più credibili hanno anche un accenno di erre moscia… ridono, fanno battute allegre, stilano gli elenchi delle cose per cui merita vivere e magari al primo posto ci mettono le palline con cui da bambini giocavano appunto a palline – quelle con i ciclisti –, la Nutella, la mozzarella di bufala e i più sfacciati anche la passera. Non come lui, che scrittore non è, e se si guarda allo specchio assomiglia di più al pizzicagnolo qui in fondo alla strada, con quei capelli troppo gonfi ai lati della testa e la cute sul cranio lucida. Scrive da quando aveva sette anni lui, ma questo non significa nulla: proprio in questi giorni ha ritrovato una delle sue prime poesie che dice di un gatto disteso al sole che se la gode… ma poi arriva la morte e la vita finisce, sebbene il gatto ancora non lo sappia. C’era anche il disegnino in fondo alla pagina del quaderno. Qualcosa di banale insomma, dice che la morte se ne strafrega, sia di te che del gatto. E però da quella poesia lì, forse proprio da quella volta, lui ha capito che non avrebbe mai smesso di scrivere, e ha inzeppato di parole quaderni e quaderni e la sua casa è piena di libri e in fin dei conti è andata bene così, che ha avuto la fortuna di qualcosa da amare, da coltivare… Ma poi gli è venuta la voglia di vedere stampato un libro suo e ancora non gli basta e ne ha stampato un altro, questa proprio non ci voleva, che adesso la notte quando si addormenta sente il peso di quelle due scatole giù in garage come se le tenesse sulla pancia, porca miseria! Chi glielo ha fatto fare a lui? Stava così bene in mezzo ai ronzii dei manoscritti nei cassetti, a correggerli all’infinito, parola dopo parola virgola dopo virgola, sicuramente meglio. E così, come una cosa un po’ senza senso e per uscire da questo tormento fisso delle scatole, una mattina si è alzato e gli viene un pensiero: perché no? voglio comprarmi una motocicletta. Ma non una motocicletta qualsiasi, una grossa, di quelle che quando passi la gente si gira e dice toh? guarda quello che motocicletta è andato a comprarsi… proprio strana, quella motocicletta là. E allora ha navigato su Internet ed eccola, è lei, la cercava proprio così… l’Honda Silver Wing ala d’argento rossa rubino che gli piace anche il nome. E ora a volte va a fare una girata senza neanche decidere una meta, con il casco integrale nero da delinquente, e sua moglie gli dice vai piano ma non ce ne sarebbe bisogno perché lui non è mica pazzo come sono gli scrittori veri, lui ha un modo di porsi nei confronti dell’esistenza assai pacato – e il casco gli pizzica un po’ sotto la calotta, ma fa niente – e lo sa che la motocicletta lo distrae e si sente leggero, gli piace scalare la marcia prima di entrare in curva anche se non ce ne sarebbe bisogno, piegare in leggero controsterzo e sentirsi risucchiare dal freno motore. È così finché non rientra in garage, e butta un occhio laggiù, sulla parete in fondo dove ci sono le scatole piene delle copie invendute e invendibili dei suoi libri, e non può fare a meno di dirsi: ma chi te l’ha fatto fare? nemmeno tu fossi uno scrittore vero… ma va’…
P.S. La moto, poi, l’ho comprata per davvero, proprio quel modello lì, una motocicletta ultratrentennale. Ma adesso anche lei è ferma, nello scantinato insieme alle scatole. Una tristezza…