CARTA CENQUANTA TONDA, DIALOGO CON LO FILOSOFO VERO
Mi prende a volte la malinconia, perché, fratello lettore, lo so che prima o poi dovrò scrivere la carta definitiva della morte del nostro Cesco, e allora mi viene da piangere. E le lacrime scendono giù lungo il viso e la barba e tiro su col naso, ma poi mi calmo e confido nel Signore e so che Cesco è lì con lui e forse ora mi sta osservando e sorride, “Che sciocco che sei, Leoncione mio, ti sei forse dimenticato della misericordia dell’Altissimo?”.
Così mi rassereno e guardo la mia mano destra che impugna la piuma de fagiano e so che finché avrò da scrivere carta su carta allontanerò il momento della morte, e quando alla fine anche lei arriverà e intingerò l’ultimo inchiostro per descriverne la venuta io la chiamerò come Cesco voleva, nostra sorella.
E proprio a proposito di lei te ne voglio raccontare una, di storie, di quando il nostro Cesco incontriede uno grande filosofo che se chiama Epicuro, e che tu, lettore che io stimo non ciuccio, lo avrai di certo sentito. Ma me dirai, come gli è possibile questo? a distanza di seculi l’uno dall’altro? E inoltre, è proprio lui, siam sicuri? l’Epicuro delli atei materialisti e miscredenti? Ma io te rispondo subitaneo: ancora non hai capito, fratello mio, che le parole qui non hanno confini? che li miraculi veri di nessuna spiegazione di raziocinio necessitano? che in presenza di Cesco non c’è meraviglia inimmaginabile. O sei davvero ciuccio? E poi devi sapere che i due, anco se così dissimili, in certe cosi furono assai simili, come li dovrebbero essere li cristiani veri con i veri epicurei, e ciò che tra loro era dissimile se non addirittura opposto non li impedì reciprocamente d’intendersi, così come succede tra la gente buona di cuore.
Accadde che uno giorno se vide arrivare de corsa Gonzago e disse allo santo: “Cesco mio, giunto gli è da lontano uno che dice di venire per te e d’avere abboccamento. Se chiama Epicuro, ed il suo sguardo è colmo di lieta serenità.
“Eccomi”, disse Cesco, “Lo stavo infatti aspettando”.
“Viene per farsi fratello di noialtri?” chiese incuriosito Gonzago.
“No. Ma gli è lo stesso nostro fratello…”, e il santo sorrise un po’ misterioso e lesto uscì dalla sua capannuccia umida di mota verso lo sole, dove l’altro stea in attesa.
Subito si abbracciedero, Cesco era di stracci vestito, Epicuro di tunica grezza, ma linda di lavato, l’uno basso e mingherlino e d’orecchi dallo capo discosti a ventaglio, bruttarello per quanto simpatico… lo filosofo invece fulgido e bello come solo lo è uno greco antiquo. Visti così insieme non accozzavasi, eppure gli erano amici.
Domandiede Cesco: “Hai desinato?”
“Non ancora…” rispuose lo greco, “Mangiamo insieme?” chiese a sua volta.
“Quivi lo sai abbiamo ben poco, ma quel poco è anche tuo…”
“Poco è sufficiente a saziare lo necessario”, disse Epicuro. E sorrise ancora: “Magari uno formaggetto me lo sciorinerei volentieri…”
“Gonzago, ce lo abbiamo lo cacio?”
“Corro dallo pastore Nellico” – che era un uomo generoso di lì – “e sento se c’ha un avanzo. Torno immediato”, Gonzago era già in lieta soggezione.
“Bene” disse il santo, “Ne basta una fetta. Io mi nutricherò della buccia”.
Poi i due se sedettero all’ombra de fronda di uno arbore e cominciaro a parlare proprio della morte.
Ma aspetta, prima dello dialogo io te chiedo se già non hai qualcosa da domandarmi, fratello lettore, perché io Leone sono convinto che questa storia dello semplice formaggio a pasteggiare non si confà con il risaputo delli banchetti epicurei, ché infatti lo senso comune vuole che essi tali e quali a maialetti s’ingozzerebbero, per non dir de peggio. Sempre se dice, infatti, che lo materialismo ben si sposi con li trogoloni, che s’inebriano di bocca da mangiare, di culo da cacare e di lilli da ‘nzuppare in orge scriteriate di mescola. Si dice, certo, ma chi lo dice, tanto è perfettino e ubbidiente alle regule moraliste e pudiche de fori, tanto gli è autentico porcellone de dentro, che nei vangeli viene definito lo famoso sepolcro ‘mbiancato. Se tratta, in fondo, di povere creature avvizzite e inacidite nel represso, che aprono bocca e spandono cacame. Tu dunque non li ascoltare, che nun ne vale la pena, e sappi che proprio epicurei e francescani, almeno quelli de Cesco e quelli d’Epicuro, s’assomigliano alquanto in questo: che sono morigerati, sempre, che non eccedono, e che comunque quando se n’offre l’occasione, in giustizia e bontade, non desdegnano de accettarre anche uno bono pasto. Ché per l’uno l’è grazia de Dio, per l’altro dell’homo che vive come un deo. Dirai: c’è comunque differenza. Sì, va be’, ma solo per li homini cavillanimi che non congnoscono né fratellanza né amicizia. E questo è lo punto de similitudine che tu non devi scordartene mai, la fratellanza dei noialtri de Cesco e l’amicizia di Epicuro.
Della fetta de pecorino che Gonzago era riuscito a procurarsi dallo pastore, lo filosofo ne favorì volentiero, mentre Cesco se prese come avea detto la buccia, ma più sostanziosa del solito, per festeggiare. Poi bevero acqua fresca de ruscello, anch’essa importata da Gonzago in una brocca recuperata chissà indove. Iniziò a parlare Cesco, che disse:
“Ma quanta bellezza ce sarà in d’intorno a tutti noi, Epicuro? bellezza de animali, de persone, de cose… come un unico canto che loda la gloria del nostro Creatore nei cieli. Non vedi l’ape che sugge li fiori, le foglie tremule e argentate de li chioppi, ma anche le nuvole in cielo ‘ntessute d’armonia e lo fratello sole che ce scalda?” e così dicendo lo santo indicava nella direzione in cui si posavano le sue parole.
“Me stupisco assai che d’ogni cosa sia un fluire costante di atomi che traggono forma nel vuoto”, prese a parlare in risposta Epicuro, “È un flusso universo che ce rende partecipi della medesima vita. Sì, gli dei abitano lontani da noi, sereni e incorruttibili, ma tutto questo non ebbe principio da loro e non avrà termine, perché sempre fu e sarà. Andranno a finire soltanto le forme ‘ndividuali che se disgregano in continuazione e se riaggregano in fogge diverse. E comunque dici bene, Francesco, la bellezza del mondo, quando appare, è grande”.
“Tu non vedi dunque un dio padre di tutti noi fratelli?” domandò diretto Cesco.
“Semo fratelli, sì, ma non in quanto figli di un dio. Perché l’uomo è dio per l’uomo, non ha bisogno di un deo che se ne stia a curarsi di noi e dello mondo ‘ntero. Ché la bontade di una vita giusta e retta nei principi te rende addirittura te stesso dio, ma un dio fra gli uomini. Almeno finché lo nostro esistere non truova la sua fine, come per ogni cosa viva, cioè per tutto. Siamo anco dei, ma anco effimeri.”
“Dunque per te non c’è né salvezza né paradiso?” domandò ancora Cesco.
“Non dico cussì. La vita può essere anco felice, e l’uomo cerca infatti la felicità e la salute dell’animo suo, perché l’uomo che è saggio sceglie il piacere, libero soprattutto dalla tema degli dei cattivi e degli inferi. Tu, Cesco, vedi salvo l’uomo in un paradiso di poi, ma questo spalanca anche l’inferno.”
“Dio ce ama immensamente, e chi ama Dio sarà certo salvo, perché innegabile è la sua bontà. E forse anche chi non lo ama verrà perdonato dalla misericordia Sua dopo la morte…” disse lo santo.
“Vedi? per me quest’affermazione che per te è così ovvia, ‘dopo la morte’, ecco, io dico che non ha alcun significato. Perché la morte, ne sono certo, per noi non è nulla. Esiste solo la vita, e questa può essere ben spesa come un viaggio de tranquilla conoscenza e pace, ma anche pessima come quella delli homini brutali, dipende da noi. Ma il dopo, quel che succede quando la luce negli occhi si spenge, che senso ha per chi può esistere solo nella luce?”
“Ma c’è anco lo peccato, anco la miseria terrena, anco lo dolore… e tale peso dell’esistere che senso avrebbe se non ci fusse uno Padre celeste di giustizia?, se non ci fusse la crudeltà di una croce che per primo Dio sopportiede per noi, facendosi come noi siamo con le nostre gioie e sofferenze, in tutto e per tutto homo? Io te chiedo questo, Epicuro. Tu non senti dentro de te che te chiama a Lui?”
“Io ne vedo l’orrore, di una vita spesa nella sola sofferenza. Anche se per me i dolori più forti sono quelli de più breve durata, mentre li blandi, sì, loro umanamente sono sopportabili. Io penso che questo dolore, quando se presenta, debba essere attraversato con raziocinio, evitando d’appesantirci nel troppo del vincolo passionale e cogliendo ogni singola occasione di buono e de bene, e per quanto effimero sia il piacere, saperlo prolungare cautamente con disciplina e rigore. Questo io posso dire, e non altro. Lo solo vincolo più forte che io perseguo è quello leggero dell’amicizia, come ben sai, che fa la vita bella e virtuosa.”
“E in ciò anche noi sentemo così, come tu sai bene, perché la tua amicizia è la nostra fratellanza, ed è fortissimo lo legame de comunità. Per questo io te capisco, sebbene non in toto…” ridacchiò Cesco.
“E anch’io, per quanto io… io me vestirei un po’ meglio di quanto tu faccia e mi rilaverei anco…” rise di cuore, ma privo di malizia, anche Epicuro.
“Sai? Spero che Iddio ce ascolti e ce salvi entrambi insieme, me di stracci e te de candore vestito… che Lui, Dio d’amore, è libero, fa ciò che vuole e che sente nella sua inappellabile giustizia. Semo nelle su mani.”.
“Se ti fa piacere crederlo, me piace anche se non lo credo, perché comprendo che mi vuoi bene anco a me…” concluse Epicuro.
Ecco, lettore fratello mio, quando Gonzago me raccontiede tutto questo straordinario dialogo di cui era stato testimone, con santo Cesco e lo filosofo Epicuro, io Leone, te giuro, prima piangiedi poi risi, poi di novo piansi e di novo risi.