Cesco Francesco (60)

CARTA SESSANTA E UNA, LO SOGNO DI CESCO

Una mattina il nostro Cesco riunì quelli di noi che c’erano e ce disse: “Stanotte ho fatto uno sogno che vi voglio raccontare”. Allora ce mettemmo tutti a sedé per terra sull’erbetta tenera cresciuta nella cura dello mite fratello sole e ce disponemmo in letizia ad ascoltare lo santo. Che iniziò accussì:

“Voi sape come capita nelli sogni, nevvero? Me so truovato all’improvviso dentro una chiesa, immensa e luminosa, con lunghe colonne come grandi sedani ricurvi e altissime vetrate che nun aveo mai visto con così tanta luce, e in alto uno cielo dipinto che te pareva bucare la cupola, cilestre e d’oro. E me sento una voce che me dice dentro, “Guarda per di lae”. E allora io me volto e vedo che le pareti son tutte a fresco d’ immagini de homini e palazzi e paesaggi, ma a grandi quadri in fila, come se li muri ti volessero raccontare una storia. Ora son sotto lo primo quadro, e sempre la solita voce me dice: “Vedi Cesco? Quello sei te…” Alzo gli occhi e c’è una figura d’uno giovane bello, pulitino sbarbato e vestito de tutto punto, che però non m’assomiglia per niente”.

“Secura che sono io?” domando alla voce.

“Certo, lo sei.”

“Così alto e bellino?”

“Fidati…”

E allora me metto a osservare quel diverso me nello quadro e quel che vi facea. Che la pintura gli era questa: uno tipo strano con barbetta e in ginocchioni me stendea uno lenzuolone de fronte a segno de reverenza e io ce mettevo lo piede sopra, come se fusse uno tappeto, e intorno c’erano altri homini notabili, di portanza notevole, che parlottavano tra di loro e stupivano di quello fatto, e sembrava se dicessero: ‘Ma che capita? Ma perchìa ‘sto stolto stende lo lenzuolo de fronte a uno giovine?’ che poi saria stato me stesso”.

“Mica ho capito com’era lo quadro…” disse Campano.

“E figùrati io!”, aggiunse Egidio.

“Gli è uno sogno, gente, nun è che uno se pole ricordare tutto preciso e nianche li tanti quadri che vi vidi, e  glii è per questo che io vi chiedea anche uno parere vostro… Che vuol dire che me so truovo lì? in quella chiesa bellissima, e che me dicono che io sono quello dello quadro anche se nun c’assomiglio nemmeno uno poco? E perchia me se stende uno lenzuolo de fronte come a uno segnore da onorare?”

“Mah, vai avanti Cesco, poi se vede che ne viene fora…” disse i’Catto.

“E allora, ora me ritrovo sott’ un altro quadro che ce se vede uno papa che se l’addorme di grosso in uno letto da nobili, a baldacchino. Dorme cun la mitra rincalcata sullo capo e anco li guanti, vestito de pregio come per gran festa liturgica. E addirittura du tipi li stanno vicino allo letto casomai per servillo se si sveglia. E ora la solita voce me dice:

“Vedi, anche questo sei tu…”

“Quanto te sbagli…”, le fo, “mica son papa io!”

“No lo papa, Cesco, quell’altro…” E m’accorgo che di lato ci sta dipinto uno grande santo con lo saio nuovo di zecca, ma alto alto, che come un Ercole sostiene a colonna uno chiesone con campanile che è intero ma par che crolli, e lui lo tiene su…”

“E che sarei ‘sta pertica?” domando alla voce.

“Decertus, tu sei!” me rispuonde.

“Qui l’è più chiaro” intervenne  de scatto Silvestro come se avesse ‘nteso oro ora. “Secondo me quello santo che tiene su la chiesa è uno sogno dello papa addormito, perché mica pol’esse una cosa così nel vero, che sennò sarebbe uno miraculo…”

“E perché ‘un potrebbe? Può esse!” disse tutto contento Egidio a sentir parlare di miraculi.

“Cioè, te dici Silvestro che lo dipinto sarebbe uno sogno dello papa dentro lo sogno del nostro Cesco?, dico bene?” volle precisare Cattani.

“Per giunta!”

“Mica l’ho capita questa…” intervenne ancora lo zolla. “Com’è sto fatto dello sogno dentro allo sogno?”

“E io ve sembro un Ercule?” rise Cesco de gusto “Che quello lì col saio me lo ricordo bene, era tre volte e mezzo me!”

“Tu te sottovaluti sempre…” parlò lo Ruffino “Ma li altri te vedono in modo deverso, me sembra ovvio”.

“Te pare imperciò credibile che io entri nelli sogni delli papi?” domandiede ancora Cesco.

“Lo sogno tuo dice accussì. Ma va’ avanti.”

“Eccomi ora de fronte a un altro riquadro a fresco. Bello gli è bello eh, ma mica ce capisco tanto… C’è una cosa rossa nello cielo, volante, con spalacate du ali ma anco du braccia, che gli partano delle lame de luce che vanno diritte infino a uno santo vestito con lo solito saio, e lo bucano nelle mani, né piedi e nello petto… e insomma, quello fa giustamente ah!” – Cesco simuliede lo gesto de meraviglia dello frate a fresco – perché l’è impaurito, sia dalla cosa che vola che dallo male che sente…”

“E ce credo io! Lo buca!” esclamiede lo nostro Zolla.

“Qui c’è ben poco da ‘nterpretare, me pare. Li segni sulle mani e li piedi, ma anche allo costato, sono li segni della croce de nostro segnore Jesus!, sempre sia lodato” commentò Bernardo.

“E la voce? Se n’è stata zitta?”

“Macché” rispuose Cesco “M’ha parlato anche qui”.

“E che dicea?”

“Lo solito. ‘Guarda, anche questo se’ tu!’”

“E poi?”

“E poi me giungo a un altro quadro, che me dipinge la morte…”

“Sorella morte?”

“Sì, la mea… O almeno cussì disse la voce, perché io mica me riconoscevo in quel lungherone disteso con tutti li frati ‘ntorno…”

“Allora c’eramo anco noi?”

“Non ne riconobbi nessuno de voi… erano lo homo lungo, santo aureolato, e tanti frati tristi. Io non la vorria mica così la mi’ morte! E insomma, quello spilungone mica ero io, che a me nun me piacerebbe d’andammene in mezzo ai pianti, i lagni e i frigni. Io non me spiego lo perché de questo sogno che non me rappresenta in nulla, non me sembra nennemo lo sogno mio, ma lo sogno d’un altro… me so spiegato?”

“Te sembra come lo sogno dello papa, ‘nsomma…” concluse il nostro Zolla, che lui se riferiva allo quadro dello papa dormiente, ma come succede per i semplici di spirito aveva detto più di quello che avea detto.

“Ecco!” s’illuminò de meraviglia Cesco, “Ecco quello che fu, mio caro e dolce Egidio, ce volevi proprio te pe’ spiegallo! Quelli nun erano sogni miei, ma sogni di me dello papa! Gli era la storia di me sullo muro dello papa! Il segnore m’ha fatto la grazia di vedé cosa li papi di domani racconteranno sulla mì vita e cosa ne ‘ntrugliano!”

Qui avevamo compreso tutti.

“Certo roba bella eh?, chiese splendide ‘nvece che Porziuncole e capannacce, arte fina fina de pittori valenti… angeli , papi vestuti de ricami, segnori… ma li poveri? ‘n do stanno li poveri? E li lebbrosi? In do sono li lebbrosi miei? E poi nun c’è il Drenzi de Florenzia, te ricordi Campano di quando te lo faci accompagnà a pacchere sulla collottola, quel babbaleo furbetto?”

“Me ricordo sì!” disse sghignazzando lo nostro omone.

“E lo volgarissimo Briatorio, donde sta? il magnaccione? Vuoi ricordà la mi vita? Dico io, ricordala sì, ma per intero! Gli è inutile che tu me faccia bellino come Delon, m’importa una sega a me! Vuoi depingere qualcosa de bello? Fa bella la Chiara, no? Che l’ha dipingiuta che me sembra un spenta racchia de clausura!” E insomma, Cesco capiva e si stava ‘ncazzando de brutto, e più ci vedea giusto più s’incazzava, anche con quei sogni suoi che proprio di lui non erano. Noi, come avevamo imparato ‘n queste occasione, tutti zitti.

“Lo sapete che faccio per lo futuro nostro? Te Leone, bada bene de scrive tutto eh?, ma tutto tutto…che mica qui s‘ha da addolcì la pillola a noi di Cristo, intesi?”

Mi limitai a rispondere di sì col su e giù dello capo, e poi, sottovoce, dissi “Come ho cercato sempre de fare…”

“Di più! Di più tu hai da fare! E me scuso, pecorella mia, perché adesso me sento uno poco alterato…Ma nun basta, nun basterà nemmeno questo per li papi futuri… Lo sape che faccio? Io faccio testamento e ce scrivo certe cose, che quando le leggeranno li domenicani gli faccio rizzà tutti peli che hanno ‘n corpo!” S’era incazzato anche coi cani di Dio. E detto questo, se ne andò, mentre fra sé e sé dicea: “Ma guarda te se altri se devono impadronì della tu vita e fanne quel che vogliono loro a modo loro, ‘sti’mpuniti!” E avea ragione.

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