Cesco Francesco (58)

CARTA CINQUANTANOVE, CHIOCCIORE E LUMACONI

Io Leone mica solo vergavo epperò! Per esemplo m’encamminavo anche con lo fratello Egidio per fare le sorelle chiòcciore, ché come volea Cesco noi se dovea mòvissi sempre ‘n coppiola.

Egidio anco m’istruiva, quali erano le più buone de qualità e soprattutto quanno cercalle e dove cercalle. Quelle tombarole erano di pregio, e anche de sostanzia, perché, come lui dicea, più cicciorute.

“E son cicciorute si! nella tomba se nutrono di noi fratelli!” provai a commento.

“Eh già…” disse lo Zolla come se avessi colto nello suo segreto.

“Ma non te fa uno poco d’impressione sapé che quelle se son pappate anche fratello Remolo?” diss’io, rammentando uno buono frate morto anni e anni addietro.

“Ma dài Leone, quanno le magni gli è come se tu lo reincontrassi il Remolo, no? E poi che se dice? Nello stomico c’è lo buio! Ah-ah-ah… Vedi Leone, quella l’è bona perché c’ha le righine bianche e nere, l’e marinella, uno poco de pomodoro, un’erba nepitella e pciù!” se baciede la punta delle dita da bongustaro qual era, ché siccome facea d’aiuto anche de cuciniere alla sanctissima sorella Chiara, avea imparato le ricette.

“E che è lo pomodoro?” domandiedi io, che mai aveo sentito di cotal frutto.

“Vedrai che un tempo ce saranno anchi li pomodori di tutte le razze… ce vorranno tre o quattru seculi, ma poi arriveranno ache li pomodori rossi e grossi cussì!”

Anche profetico, il nostro Egidio.

“Quello invece l’è uno chioccioro martinaccio… bombolo, ma de carne uno poco sciapa… e comunque se prende anco lui…” e mettea nella sacca d’ordinanza.

“E quella?”

“Quella, sta bono Leone, l’è una lumacona… da mangià, sì, ma sortanto per la gorpe. Se te l’aggiungi allo pentolo, nella bollitura rovina ogni bene…” anche questo gliel’aveva insegnato la Santa Chiara. “Tutt’al più, a còcere insieme alle chiocciore, ce puoi mette qualche granocchio giovine, snello e zampalunga. Non lo rospo bodda eh? sta attento… ma lo granocchio sì, lui gli è bono!”

“E poi ce sarebbe pure quello…” indicai uno grosso millepiede peloso sulla ceppa dello castagno.

“Quello là gli è velenoso, Leone. Se possano mangià alcune della su specie, insettori, tipo cavallette e libellule, ma mica semo cinesi noi…”

“E chi sono li cinesi?”

“Gli è uno popolo di pellame giallo, che anche di lui ne verranno a frotte, ma ce vorrià qualche seculo di più delli pomodori…”

Sempre profetico, lo Zolla.

“Gialli? Cioè colorati come li puffi? domandiedi per comprendere attraverso analogia.

“Uno poco, sì… Ma gialli o celesti sempre fratelli sono. Come lo millepiedi, del resto… se Iddio Altissimo l’ha fatto, a qualcosa servirà anco lui, no?”

“Certissimus!” diss’io con lo dito ritto in suso verso lo cielo, che niente allo mondo Il Signore c’ha messo d’inutile.

“Toh, guarda Leone, c’è la nepitella… prendine uno ciuffo. No, mica quella, quell’altra là… quella gli è il pan de serpe…”

“Ah, gli era cussì di granuli rosso foco! me piacea…”

“Epperò, Leone, te ti sarai bono anche a scrive… ma per lo resto, me pari uno poco ciuccio eh?” ridacchiò lo Zolla. E avea ragione, perché a furia de vergà m’ero allontanato dalle cose pratiche della vita, dove lo nostro Egidio ‘nvece era fenomenale, Dio lo conservi.

“Sarà per questo che lo santissimo Cesco vole che andiamo sempre a coppiola… Dove nun arriva uno c’arriva l’altro, vero?” me sembrò d’aver formulato uno buon concetto de fratellanza.

“Forse sì, ma te devi sveglià uno poco, Leone mio, perché te se fatto troppo ‘ntellettualo, e va bene le carte e la vergatura, ma prima e bisogna pensà a campà de corpo, ché senza lo corpo addio lo spirito!” che detta cussì sembra ‘na cosa spiccia, ma una qualche ragione il Zolla ce l’avea.

“E ora che fai? Te s’è ‘ncantato? ‘gnamo!, che non siam nemmeno a mezza sacca…” me fece.

“No, Egidio, gli è che pensavo…”

“A cossa?”

“Hai presente la chiocciora e lo lumacone che abbiam visto poc’anzi? L’una ha la casa, mentre la lumaca, bona solo per la gorpre, nun ce l’ha, e com’hai detto? se la metti nello pentolo ti rovina ogni bene…”

“Sì , gli è cussi. E ordunque?”

“Me pensavo tra me e me… l’è allegoria, gliè come la differenza tra noi, che semo boni fratelli e abbiam la casa… cioè la santa madre Chiesa… e ‘nvece quelli senza la casa e sanza Chiesa, cioè gli eretici, li Catari Albigesi e l’homini di Valdo… nun ti sembra a te? Nun sarà che Cesco vole che se rimanga con lo papa perché sennò se perde la Casa nostra e se comincia anche noi a sciupà ogni ben de Dio? Eh? Che dici Egidio?” Aveo formulato uno quesito nun da poco.

Lo Zolla me ascoltide fino in fundo. Poi me fissò con occhio fessurato, come per la cuncentrazione massima. Pensava, che te pareva de sentire drentro lo suo testone una macina lenta de pietra de mulino. Poi se ne uscì cussì:

“Da’ retta a un bischero… Lascia per uno poco le carte e vien più spesso a far chiocciore e granocchi con me, che me pari uno poco fuso nello comprendonio e ormai atto alli discorsi de fumo. O peggio, de pitale…”

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