DICIASSETTESIMA CARTA, LA STORIA DEL FAGIANO
“C’era uno, a Siena, un nobile, che sentito che Cesco non stava troppo bene di salute”, cominciò Gonzago, ”gli volle regalare un bel fagiano, perché come si sa, la cacciagione fa sangue. E poi, noi di Francesco non siamo mica come quelli eretici dei Catari tutto spirito… che non mangiano una sega nulla: né la carne di ogni animale che figlia, né ovi, né latte… mangiano cavoli carote, fagioli, lenticchie, cipolloni… sai che trombe! A volte sì, mangiano uno pescetto liscoso, ma bada lì. Noi invece si pole mangià di tutto, con moderazione, ma mai rifiutare un conigliolo nostrano, uno pollastro, lo porco, lo cignale, ma anche le sorelle chiocciole, le rane, l’istrice e i ricci…”
“Anche il gatto?” domandò Egidio.
“No, Egidio, il gatto no.”
“Ma perché? I vicentini dicono che gatto e conigliolo sono lo istesso boni…”
“Il gatto no perché è un animale cataro, cioè diabolico…”
“Ah!”
“E insomma, noi qualsiasi cosa ci mettono di fronte, anche avanzata, la possiamo mangiare, perché Francesco voleva così, quindi… figurarsi un bel fratello fagianone con le penne colorate! Lo portarono dunque al santo. E sapete cosa successe?” (io Leone lo sapevo, ma stetti zitto, per non rovinare la storia a Egidio, che pendeva dalle labbra di Gonzago) “Succede che lo fagiano, appena sente la voce di Cesco, se ne innamora. Insomma, gli va vicino, gli fa quel suo verso strano e comincia a scodinzolargli come una cane.”
“Ma dài!” fece Egidio come uno che fa finta di non crederci ma ci crede.
“Proprio così. Il fagiano non voleva più staccarsene, l’accompagnava dappertutto, Francesco si metteva in cammino e lui dietro. Un cane. Certo non ce la sentimmo di mangiarlo, nessuno di noi… e allora?, che si fa? Mica potevamo lasciare che gli saltasse sempre sulle spalle… Francesco a volte si trovava anche in situazioni ove il fagiano era parecchio d’impiccio. Così lo si provò a riportare nella selva, in una balla, e anche parecchio distante. Macché!, si ritornava alla Porziuncola e il fagiano c’era già prima di noi. E stava sulle spalle di Francesco, che rideva, rideva… e diceva “Ma guarda questo!”
Decidemmo dunque di regalarlo a uno homo d’altra città, certo con la proibizione di papparselo. Ma che successe?”
“Che successe?” chiese di riflesso l’imbambolato Zolla.
“Successe che lo fagiano, lontano dal suo Francesco, come ogni vero innamorato smise di mangiare e bere. Sarebbe di sicuro morto. Gli era davvero grave star distante da lui. Così fu riportato indietro, e di nuovo, non appena vide il Santo, come se avesse ritrovato il suo babbo o la sua mamma o anche il suo sposo – sebbene masculo -, tutto contento ricominciò a mangiare e bere, e naturalmente gli saltò di nuovo sulle spalle. “Ma bada questo!” rise il santo. “Ora però io e te dobbiamo intenderci” disse al fagianone. “Lo so, sì, anch’io ti voglio tanto tanto bene… ma tu devi tornare nel mondo, mica puoi diventare uno povero e misero come lo siamo noi? Vedi che belle piume che hai? Devi trovarti una bella fagianella e volare insieme a lei nel mondo, Pe la gloria di Dio che ti ha creato e ti fece così variopinto di colori!” Sì, il fagiano aveva capito, e lo si notò tutti, perché mise una zampina sull’orecchio del santo con un guizzo in quei suoi occhietti tondi. Ma poi, poi fece un’altra cosa che non ci s’aspettava di certo.
“Cosa?” domandò ancora Egidio, ipnotizzato.
“Girò la testina e con il becco si staccò tre penne dalla coda, una più colorata dell’altra. E le passò al santo, che rise e ringraziò, ‘Sì, ho capito’ disse Francesco. Il fagiano quindi volò via ma tre splendide penne ne rimasero.”
“Che bella storia! Che bellezza!” disse Egidio. E ti confesso che mi ero commosso anch’io, fratello lettore. Perché una di quelle tre penne è questa qui, proprio la piuma con cui vergo queste parole e che Cesco mi regalò per scrivere la sua storia.