Cesco Francesco (17)

CARTA DICIOTTESIMA, SORELLA CHIARA

Nacque la veneratissima e amabile Chiara che Francesco avea già una dozzina d’anni e quando lui morì lei compiva gli anni di Cristo, trenta e tre. Non sembri un’irriverenza accostare  la santissima a nostro Signore in quanto foemina, ché lei si definì sempre sua umilissima e indegna ancella, perché la vita di Chiara aderì allo Vangelo letterale della povertà assoluta come quella di Cesco, e dunque alla vita di Cristo Salvatore.

Entrambi, Cesco e Chiara, furono bambini cresciuti nell’agio e nella ricchezza, per quanto di diversa qualità: nuova la ricchezza di Bernardone mercante e prestatore di lilleri, che ne fece di molti a furia d’industrioso laboro; antico e nobile il lignaggio della stirpe di Chiara, la casta dei maggiori, proprietari di vasti feudi e cavalieri, per quanto inurbati. E diciamolo senza esitazione, in gioventù a Francesco, questa cosa del cavalierato lo riempiva di bave invidiose, lui che sentivasi benestante sì, ma risalito. Acciò faccia fede lo suo modo adolescenziale di vestire, che voleva superare lo limite della classe sociale dei ricchi bottegari per imitare l’eleganza della nobilitate, a volte con esiti pacchiani di gusto volgaro, con penne di stuzzo e fibbie indorate. Chiara invece era splendida fin da bambina, raggiante, e nelle rare volte che vedevasi nelle strade di Assisi, sempre compagnata da scorta, il suo passo appariva così leggiadro da sembrar danza, angelicamente sospeso dalla vile terra. I giovani, ma anche le vecchie matrone, al vederla si davano di gomito.

Ma si sa come sono le figlie dei nobili, a volte sentono il loro grande casato come angusta prigione e sono catturate da curiosità per le stranezze di un mondo a loro alieno.  E Francesco strano lo era per davvero e per certuni anche di carattere svagato come di poetastro e chiappanuvole, e ciò alla bambina in tenerissima età piacque fin dal principio. Infine, lei cominciò a conoscerlo anche prima che lui conoscesse lei, e dirò di più, ancor prima che conoscesse realmente se medesimo e iniziasse a diventare quello che effettivamente era, anche se sotto il camuffo: uno santo! Non voglio tuttavia indulgere nella novella romanzata dell’amore, su cui mormora da sempre la gente bassa che ama intrecciare le lingue inserpentinate e dedite allo malo.  Chiara e Francesco furono frate e sora e molto si stimaro vicendevolmente, tanto da intuirsi senza bisogno di verbo, ma solo con lo pensiero anche di molto a distanza.

In un primo tempo noi pecorelle di Cesco e le sorelle minori di Chiara vivevamo mescolandoci, per quanto nei limiti della decenza corporale, ma lo stesso prossimi, come amici di povertà e letizia. Chiara era ottima cuciniera e noi ne approfittavamo, anche se li ingredienti erano spesso miseri e perlopiù di avanzi di pietanze altrui. Mangiavamo spesso polpette e polpettoni ma non saprei dire di che sostanza carnale, vegetale o d’altro e di quante cose frammischiate e insuppate e lavorate insieme, ma passibili se non a volte addirittura bone. E a fine pasto spesso cantavamo accompagnati dal chitarrone di fratello Angelo, che da ex cavaliero sapea molti sonetti e strambotti e anche di musica trovadorica, per quanto a volte un tantino licenziosa. Insomma eravamo una famiglia grande e mista, di persone mascule e foemine e forse anche d’altro tipo ma non importa, che vivevano insieme perché legati da affinità elettive e dunque da affetto e amicizia, e soprattutto dalle opere nostre in condivisione. Di questi esperimenti ce ne furono in buon numero allora, e gli fu dato anche un nome che li accumunasse pur nella loro diversitate: in genere venivano appellate famiglie quare, cioè basate su pratiche quaresimali. Tempi lieti e gioiosi, prima che li papi proibissero e imponessero i tristi e mortiferi dettami della Chiesa, e soprattutto homini da una parte e donne dall’altra, queste meglio se chiuse fra solide mura per non incitare alli peccati carnali, perché si sa, nello cattivo masculo, se adescato nella provocazione, può scattare la bestia e facilmente il violentatore belluino. Non capì, però, la madre chiesa e matrigna, che se  tu credi di risolvere separando, lo ingegno se rafforza, e i separati, dello stesso genere e in certi casi quasi, se arrangiano e trovino altre soluzioni creative, spesso in solitario ma anche in coppia o finanche in limitato mucchio. Dallo padello in nella brace.

E io Leone, scrivendo di tale cosa, anche m’espongo a periculo, perché il padello e lo braciere non sono da intendersi  soltanto in metafora, essendo invece li rimedi più usuali che sempre la Chiesa adottava come soluzione estrema per i sovradescritti peccatori nella carne, se scoverti. Ché infatti da che mondo è mondo soluzione fascistiche aggravano li mali che vogliono combattere, ammesso che siano effettivi mali – e qui lo vergo per poi subito cassarlo con frego.

Chiara fu dunque foemina emancipata e piena di coraggio, in modo che non si sa se addirittura abbia superato lo modello suo, che era Francesco. A volte, anco, li vedevamo litigare, ma di quelle litigate franche, sante e sane, dove non se la mandavano a dire. Innanzitutto per le famose regule. Lei diceva: “Noi sorelle minori vogliamo stare scalze come voialtri frati!  E Francesco: “Chiara, abbi pazienza, lo papa non tollera i nostri piedacci ugnolati e vuoi che conceda la nudità foemminile delli vostri più delicati?” E lei: “Io faccio quello che mi preme, lo corpo è mio, e cioè non proprio mio, ma di nostro signore Gesù Cristo, e lui come dice che bisogna averli i piedi?” E Francesco, che non poteva mentire: “Gnudi…” “E allora?” “Ma dài Chiara…” continuava Francesco in veste per lui inusuale di moderatore dell’estremo. E ancora la santissima Chiara: “Io voglio uscire a predicare, non starmene ad ammuffire drentro li conventi, e a farci che? L’ovo? Io voglio incontrare la gente e parlare del Nostro Signore Gesù Cristo, portare l’esempio della sua vita in povertà con gioia nel cuore, sì, come tu fai, e cantare e ballare e nomadare con le mie sorelle, guarda che ti dico… anco di notte!  Poi voglio viaggiare anch’io e andare dal sultano in terrasanta d’Egitto come tu hai fatto!” “Ma Chiara…”, cercava di calmarne l’entusiasmo Francesco, “Ma come si fa… come vuoi tu fare a convincere lo Papa con una regula così avanti nelli tempi, che gli si rizzano tutti i capelli in capo… Che lui le donne le vuole raccolte in pazienza e umiltà , silenziose, docili…” “Già, a spadellare e fare i rammendi e i pizzi  ai mutandoni di filanca sua, lo papa!” “Ma Chiara…”

E insomma, Cesco non riuscì mai a domarla e in fondo, di questo, ne fu anche contento, perché la vedeva come cavaliera di Cristo Santo, sebbene la paventasse come una cavaliera delle cause perse in partenza, anche se giuste. Temette più volte per lei, temette di abbandonarla, temette che si facesse dello malo. E finché fu vivo di questa vita mortale la protesse e la strinse sempre sul suo cuore, leggiadra, bellissima di dentro e di fuori, di davanti e didietro, splendida e ardimentosa sorella Chiara!

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