Cesco Francesco (28)

CARTA VENTI E NOVE, LO BAMBINO PICCIN PICCINO

Ti racconto anche di quella volta che io e Cesco ce n’andiedimo per uno bosco perché si dovea recassi in un paese che stea appunto di là dalle selve e bisognava dunque attraversare lo fitto de arbori, anche se si facea sempre più fitto. Di lupi non ce n’erano e nemmeno d’orsi e allora ci mettemmo tranquilli a fare li fratelli funghi magnerecci, che so boni trufolati con lo prezzemolo o arrostiti su gratella come li sapea fare la santissima Chiara.  E cerca di qui cerca di là a un certo punto che ti si sbornia tra gli arbusti e gli strufoli di fogliame del sottobosco? Non erano mollichelle de pane, quelle? E com’è possibile? domandai a Cesco, che ce fanno ‘ste palline bianche ben appallottolate ne lo bosco? Sarà nostro Signore che ci nutrica con una manna tutta per noi?

“Ora non ti montare la testa, Leone… mica semo ebrei noialtri e qui intorno non è certo deserto” me ripuose lo perfetto homo di dio alludendo allo racconto della fuga dall’Egitto del librone biblico de’ Giudii.

“E comunque paiono proprio delle palline di pane… che ce faranno qui? L’assaggemo?”

“Lo pane de nostro segnore mai se rifiuta,” rispuose Cesco. E allora l’assaggemmo, ed era bono. Buffo, perché nel procedere ci s’accorse che le mollichelle erano disposte in una lunga fila, una quae e una più in lae di un paio de passi, e così ce chinavamo alterni e una la mangiava Cesco e una io, e seguitammo per un bel po’ di cammino, finché da un cespuglietto poco distante che te spunta? uno bambinello piccino piccino piccino  e anche bruttarello, patito di fame alquanto, e chi è sto piccoletto? Ma no se fece in tempo a lui chiedere che il mocciosino disse:

“Me sono sperso.”

“Te se’ sperso? E da do vieni?”

“Da dentro lo bosco più nero…”

“E che ci facevi nello bosco nero?”

“Mi ci portiede mi’ padre e mi’ madre…”

“E per cosa ti ci portiede, per fare arbusti secchi?”

“No, per lasciarmici insieme a mi sei fratelli… per via che semo bocche da sfamare e non c’e da disfamassi…”

“E ‘ miei corbezzoli!” dicemmo all’unisono, perché sapevamo di quella crudele usanza d’abbandonare i fii nelle selve per liberassene dandoli da mangiare a fratello lupo.

 “E donde stanno tutti i tuoi frati?”

“Spersi anche loro… o forse li mangiede l’Orco.”

“L’Orco? Che Orco?”

“L’Orco con li stivaloni delle sette leghe…”

E qui Cesco mi diede de’ gomito e sorrise, come a dirmi “Senti questo bimbetto che fantasia tiene… assecondamolo, che i bimbi sono creature de Dio e hanno lesta favella e immaginazio creativa…”

“Nun conoscete voialtri lo Orco? Quello che sgozza noi bimbi?”

“Ah già, lo Orco…” ripeté Cesco e mi detta un’altra volta di gomito. “Lo conoscemo sì, ma è tanto che non lo si vede in giro, vero Leone?”

“Sì, ora che ci ripenso sì…” tenevo bandone anch’io “Dove sarà finito lo Orco, Cesco?”

“Mah’” rise il santo

“E beati voi che vi scansa, allora, perché io vengo proprio da casa sua… e avevo fatto tutto un piano per ritrovare la via… ma poi, quegli uccellacci!”

“A quali fratelli uccellacci te riferisci, bambino?”

“Sì, a quegli uccellacci,. Avevo lasciato cadere tante palline di pane per ritrovare la strada di casa, e loro, maledetti loro, me l’hanno pappate tutte, e mi sono sperso… e ora che faccio?”

“Te intendi una pallina tipo questa?” gli domandò Cesco, che teneva ancora in nella mano l’ultima mollichella che aveva raccolto”

“Esatto, proprio quella!”

“No, non ne abbiamo viste altre, ce dispiace… e infatti me domandavo, che ce farà una pallina di pane tutta sola ne lo bosco?”

“Maledetti uccellacci del canaccio di Dio!” imprecò lo bambino, che per quanto così piccino e bruttarello se rivelò grandissimo bestemmiatore.

“Del resto… avranno avuto fame…” provai a dire io.

“Speriamo che dio li faccia secchi tutti quanti sono… o che magari se li sgozzi l’Orco…” continuò a inveire maledizioni lo bambinello.

“A me ora me pare che te esageri…” disse lo Santo, “Per poche mollichelle de’ pane…”

“Ma cazzo sei, te? cazzo vuoi? Ma chi te vole, ma chi te caca? ” disse lo bestemmiatore. E girossi di culo e sparì dentro lo macchione com’era apparso, d’improvviso.

“Te che c’hai capito?, Leone?” me domandò Cesco.

“Mah… che ci vuoi capire, Cesco mio, ‘ste nove generazioni vengano su come arboscelli parecchio storti e senza rispetto… Non ‘hai da mangià e con il pane ce fai le palline, bestemmi Dio, calunni i tuoi santi genitori, vai in culo ai tu’ fratelli, e poi te lamenti dell’Orco… altro che Orco te ce vorrebbe… ma du’ belli sganassoni sa… a quella mezza sega…” diss’io, che me li aveva fatti girare davvero.

“Eh, santa pazienza…” sospirò il nostro pastore.

“E come ha detto che se chiamava?” domandai.

“Non lo disse… ma io un bel nome gliel’avrei trovato, sai Leone? Così piccino picciò e bruttarello e poi le palline di pane… io lo chiamerei Caccolino ah ah ah” ridemmo di gusto insieme. E ci rimettemmo in cammino attraversando tutto lo bosco, ma non lo incontrammo più, né lui, né fratelli, né Orchi, né altre palline de pane. “Li Orchi!” se ripeteva ancora Francesco, ah ah ah.

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