Avevo un maglione con lo scollo a V, poca lana molto acrilico, a righe verticali azzurre marrone e verdi, sembravo una lucertola. Anche le scarpe erano piuttosto improbabili, dei campioni, nel senso che forse si trattava di esperimenti a cui non era seguita una messa in produzione perché considerate scomode, o decisamente brutte. Quello che contava era che fossero almeno del mio numero e la destra uguale alla sinistra, possibilmente non difettate. Indossavo anche a una maglia grigio scura di mio padre, slargata ma decente, lui era morto da pochi mesi. All’Università ci andavo vestito così. L’abbonamento del treno, pochi spiccioli in tasca, un panino, a volte nemmeno le sigarette.
La biblioteca ti accoglieva affollatissima, un forno sia in estate che in inverno. Spesso studiavo lì, per non buttare via le ore tra un seminario e l’altro, ma le cose apprese in quel luogo, non so, era come se non contassero, non avevo l’impressione che potessero diventare parte di me. Prendevo invece libri in prestito, anche se non propriamente quelli che riguardavano il programma dell’esame. Spesso mi trovavo ad attingere al fondo Palazzeschi, ricordo Pianissimo edizione la Voce di Camillo Sbarbaro, che aveva una dedica autografata “Al caro Aldo”. La fotocopiai, ovviamente la fotocopia è andata persa. A volte sedevamo a dei tavoloni nei corridoi, le macchinette distributrici facevano un caffè imbevibile, che però ci serviva per scandire il pomeriggio.
Non mi piaceva l’Università, mi sentivo ignorante, io non appartenevo alle cose da imparare per metterle a frutto in una professione, prima o poi mi avrebbero scoperto, ero un intruso. Le parole scambiate con i professori soltanto agli esami, poche parole pochi esami. Però l’Università mi indirizzava a leggere qualcosa. Quando ebbi l’impressione di ingranare, il gioco era già finito. Gli anni di poi una prolungata e progressiva forma d’intossicazione in parte sostenuta dalla disciplina, libri letti e scrittura, ma gli interlocutori “accreditati” mancavano. Avrei pubblicato molto più tardi senza diventare uno scrittore, casomai qualcuno da indicare così: “a lui gli piace scrivere”.
Libri impilati e messi uno di seguito all’altro senza alcun ordine sugli scaffali, molti chiusi nelle scatole in un magazzino. Un computer, qualche quaderno, biro la maggior parte dei quali ormai inservibili. La finestra aperta di fronte a me, il cuore che cerca di ovviare a un’anima piccola scarsamente curiosa per quel che vengono definite le novità. Ho una grande resistenza alla noia, un po’ meno al dolore. Coltivo limiti quasi invalicabili, vedo poco lontano come un cane, pratico la riduzione del danno. Sono un malinconico piuttosto divertente.
Conosco la storia del tempo che taglia il pene e i testicoli al padre cielo con un falcetto ritorto, Crono e Urano. Dal sesso che colava sangue e sperma nacquero un‘infinità di mostri, compresa la splendida Afrodite. L’una non può escludere gli altri, non c’è niente di cui dispiacersi, nessuna sorpresa – il tempo e il cielo non vanno d’accordo.