CARTA QUATTORDICESIMA, SAN DAMIANO
Lo vedevi trascinare un carretto su e giù per Assisi, “Pietreee”, urlava, “Pietre per San Damiano!” Qualcuno gli regalava qualcosa caricandola direttamente sul pianale e altre le recuperava da quelle che gli tiravano. Perché Francesco ha fatto anche il muratore, e per lavorare aveva bisogno appunto delle pietre. Ora, non è che i muri gli venissero perfettamente a piombo, si sa quali siano le difficoltà per chi non è del mestiere, ma certo non gli mancava la pazienza e la cocciutaggine, era un capo tosto: voleva infatti restaurare la chiesetta di San Damiano, che cadeva a pezzi per la troppa vecchiezza e soprattutto per l’incuria. Lui c’era entrato una volta che meditava tra sé e sé per la campagna e subito gli era balzato agli occhi quel crocifisso mezzo marcito che per l’ammaloramento del legno rendeva ancora più verosimile la sofferenza di nostro signore Gesù Cristo. Fatto sta che a un certo punto sentì una voce:
“Francesco…. Francesco…” e all’inizio pensò che fosse una traveggola dovuta alla fame – aveva infatti cominciato il digiuno per allenamento alla povertà e alla grande carenza anco di nutrizione. Ma poi:
“Francesco… Francesco…”, sì, era proprio una voce vera, che non veniva da dentro di sé come le traveggole ma da fora.
“Bernardo, dài, basta con gli scherzi, ti ho riconosciuto, fatti vedere…” disse allora Cesco, che pensava che quello vocione fosse il suo amico Bernardo che si camuffava appunto col vocione, nascosto nel buio per spaventarlo
“Non sono Bernardo, Francesco…”
“Ah no? E allora chi saresti? Dài Bernardo, vieni fora, che il gioco è bello quando dura poco…”
“Sono io Francesco… non mi hai riconosciuto?”
“No, guarda bimbo, se non sei Bernardo non ho la più pallida idea di chi tu sia…”
“Sono il Crocifisso…”
“Sì, bravo…”
“No, non scherzo Francesco… sono il Crocifisso signore tuo Gesù Cristo! Guarda!” e qui il volto dipinto del Cristo sulla croce, da afflitto e dolorante che era, si illuminò di un abbagliante sorriso.
Ecco, manca poco che a Francesco gli prendesse un coccolone. Solo, dentro la chiesa poco illuminata, ebbe così tanta paura che cominciò a tremare in tutto il corpo, come le foglie di un orniello battuto dal grecale. Ma poi successe una di quelle cose che non si dimenticano, per la prima volta il santo fu rapito in estasi, al che il crocifisso riprese a parlare:
“Ripara la mia casa Francesco, che come puoi vedere sta andando a schifio…”
“Ma io mica sono carpentiero o muratore Cristo Santissimo, io ho praticato uno poco nei tessuti e nelle confezioni e anche in quello mestiero non ho grande predisposizione…”. Perché Cesco prendeva tutto alla lettera come “va preso alla lettera lo vangelo”, dicea, e non capì la metafora, che Iddio pensava non tanto alla rovina di San Domenico, ma a madre Chiesa in generale, e proponeva a lo santo di industriarsi non manualmente bensì per il recupero della brutta decadenza della medesima, come istituzione di papa, cardinali, vescovi ecc. Quindi il Signore ripeté per la seconda volta, con più vigore:
“Francesco, non vedi? gliè tutto da rifare da cima a fondo…”
“Certo che lo vedo, lo tetto è sfondato, le mura crepate, porte e finestre spifferano… ci vorrebbe, Le dicevo Signore, uno falegnamo e uno che capisca di carpentieria e muratura… io purtroppo…”
“Francesco, non ci siamo intesi, tu devi portare in salvo la Chiesa…” ripeté per la terza volta Gesù crocifisso.
“Bene, se insiste… io l’ho avvertita… mi darò da fare, ma non si aspetti da me grandi cose, Signore, io manco de lo mestiere. Comunque domani mi cerco un carretto e comincio a procurarmi un po’ di materiale… va bene?”
E qui, il Cristo, cosa avrebbe potuto rispondere? Vide quel giovane pieno di volontà operativa e disse fra sé: “Che sia. Inizierà dall’A B C, la calce e i mattoni… del resto sarà un buon esercizio, e nel proseguo coglierà anche la metafora, il ragazzo è intelligente e scaltro e si farà”.
Così siamo ritornati all’inizio dell’episodio, quando Cesco cominciò a cimentarsi, con risultati dovuti senz’altro più alla tenacia che alla maestria, nell’edilizia restaurativa. Ci prese anche gusto, lo vedevi misurare a braccio col filo a piombo, fare calcoli, tirare su intonaci calcinosi… e l’opera di restyling di alcune chiesuole locali fu portata a termine. Almeno finché, un giorno, fu colto da un’altra estasi che lo portò a sciogliere il nodo metaforico – non di manovalanza, si trattava, ma di grande riforma culturale! – e da lì cominciò tutt’un’altra storia.