Scrivo l’ovvio: quando compro un libro quel libro diventa mio. Eppure il libro è un oggetto che mio non lo sarà mai completamente. Anche se ora fa parte della mia libreria, il libro ha portato con sé il suo autore. Per esempio, la mia edizione de Il processo. È un libro di Luca, ma è anche un libro dell’autore Franz Kafka. Il tutto, poi, si complica ulteriormente, perché Luca ha letto Il processo, e allora esiste anche quel Processo di Luca, che non è propriamente il libro sullo scaffale in casa sua, ma è il ricordo dell’esperienza – un ricordo conscio e inconscio – che lui ha della sua lettura. Tra l’altro non solo del romanzo, ma anche di una sorta di dialogo – particolare perché riguarda un vivo e un morto – tra sé stesso e chi l’ha scritto.
Se queste considerazioni sono giuste siamo anche disposti a dire che il libro è sì una merce, ma una merce particolare, perché nonostante l’abbia comprato non è interamente di mia proprietà.
Lo stesso discorso, però, non lo facciamo in presenza di un paio di scarpe o una lampada. Una volta acquistate, lampada e scarpe, sono banalmente oggetti miei, merci che non hanno niente di caratteristico. Perché? Semplice: in questo caso non considero che sono state fatte da qualcuno, che anch’esse sono frutto di un lavoro, che senza chi le ha progettate e realizzate adesso non potrebbero essere in casa mia. L’indispensabile relazione sociale fra gli uomini che si sono organizzati per produrle è sparita – vedo solo gli oggetti, le cose. Quindi la lampada e le scarpe acquisiscono una loro completa autonomia che io ho comprato e ora sono soltanto mie, io proprietario e nessun altro.
Ancora: mettiamo che entri in casa mia un ladro e mi rubi la mia edizione de Il processo. L’oggetto è sottratto, ma in nessun caso il ladro ha potuto rubare anche la mia esperienza di lettura del libro e di dialogo con l’autore, e quindi, se c’è una cosa che veramente mi appartiene, è proprio quel Processo di Luca che deriva dalla sua esperienza. Mentre se il solito ladro ruba la lampada o le mie scarpe, ancora una volta io li vedo soltanto come oggetti, come merci, e difficilmente penso che il ladro non ha potuto rubarmi le camminate che ho fatto con quelle scarpe o la luce che ho goduto di quella lampada.
Ecco, a me piacerebbe un mondo dove si riconoscesse questa vera proprietà, perché io credo che così, sapendo cogliere il valore d’uso che quegli oggetti hanno avuto per me e che nessun ladro mi potrà portare via, io sarei in grado di vedere anche il valore dell’esperienza del lavoro che è stato necessario per produrli, come nel caso dell’autore di un libro che nonostante sia mio in qualche modo rimane ancora suo, perché è stato lui a crearlo.
Tutto questo nel nostro mondo non accade: l’unica cosa che riteniamo reale e che proteggiamo dai ladri sono gli oggetti mercificati, che abbiamo comprato e che dunque consideriamo esclusivamente nostri, cioè non più di nessun altro. Spesso succede così anche con i libri, che acquistiamo per averli e non leggiamo. È molto triste una libreria non vissuta, sembra morta – come di fatto lo è -, in quanto in questo caso non ha valore né la nostra esperienza né, tantomeno, il processo di creazione dell’autore. Ma se ci pensate bene la maggior parte degli oggetti di cui ci si circonda e che compriamo quasi esclusivamente per godere dell’acquisto e dunque possederli, sono così, morti. E come pretendere di rimanere vivi in mezzo a tutti questi morti?
P.S. Se ho scritto questo pezzo non significa che autorizzi i ladri a venire a rubare i libri, le scarpe o la lampada in casa mia – perché vi assicuro che ne ho bisogno, in quanto ne faccio uso. Magari glieli do in prestito, al ladro.