Il giocattolo meraviglioso

Dal libro di Marco Santambrogio Filosofia e storia, uscito per “La nave di Teseo” qualche giorno addietro, cade a fagiolo una citazione di Nabokov che mi serve per puntualizzare e seguire passo passo una mia urgenza  – non è anche così che adoperiamo la citazione?

Lo scrittore si rivolge ai corsisti delle sue lezioni di letteratura e in modo molto netto, forse nel congedo, si produce in alcune considerazioni inequivocabili. Lui, ad esempio, definisce i capolavori della letteratura “giocattoli meravigliosi”, e, in quanto giocattoli, dotati di quei “meccanismi” che ha rilevato nei suoi studi. Perché esistono diversi tipi di lettori, cioè diversi modi di porsi nei confronti dei libri che sono conseguenti allo scopo per cui li leggiamo. C’è il lettore che Nabokov definisce “infantile”, che va cercando nella vicenda i personaggi con i quali identificarsi. Poi c’è il lettore “adolescente”, dentro i libri lui vuol trovare un ricettario per imparare a vivere. Infine quello “accademico”, che, come scrive Nabokov, “indulge nelle generalizzazioni”, a lui i romanzi servono per impancare discorsi astratti. Ma questo è soltanto l’elenco dei lettori meno buoni, e si metta l’animo in pace chi si era già riconosciuto in una delle categorie.

Per trovare il lettore buono bisogna invece ritornare ai meccanismi dei meravigliosi giocattoli e a chi riesce a rilevarli. Meccanismi che sicuramente hanno a che vedere con la “forma”, la “potenza”, e in definitiva “l’arte” della pagina viva. Perché soltanto il lettore buono prova un vero “brivido di soddisfazione artistica”, ed è capace di condividere non “le emozioni dei personaggi, ma quelle dell’autore”. In altri termini, nel momento in cui il lettore buono legge il romanzo ripercorre insieme all’autore “le gioie e le difficoltà del creare” e ha l’opportunità di sentire quello che lo scrittore ha provato nello scrivere il libro. Soltanto in questo modo il Lettore incontra l’Autore e l’Autore il suo Lettore, soltanto così Lettore e Autore si comprendono nell’arte. È il motivo per cui queste classificazioni incisive e quasi linneiane, dove si va dal meno buono al buono, le porto con me nel ragionamento e appunto mi cadono a fagiolo – che è un modo di dire che deriva dal fatto che i fiorentini amassero mangiarne – e le considero preziose per un paio di discorsi che mi preme fare.

Il primo riguarda tutti, e dice: si possono rilevare i meccanismi dei giocattoli non esclusivamente per fabbricarne di nuovi, magari rubando qua e là, ma soprattutto per imparare a giocare meglio con il giocattolo che abbiamo in mano, cioè il libro che qualcun altro ha già scritto. Vorrei ficcarlo bene in testa alla stragrande maggioranza di chi vive di scuole di scrittura per aspiranti scrittori, questo discorso, così da invitare a chiudere molti di quei lucrosi laboratori creativi dove una grande scimmia insegna a mettere insieme un misero raccontino a tante povere piccole scimmie. Certo, ci sono anche dei veri maestri, come eccelso è Nabokov, ma in ogni caso sono maestri veri solo gli scrittori veri. Meglio invece sarebbe imparare a leggere come buoni lettori i grandi romanzi, e non raggiungere lo scopo mediocre di imparare a scrivere robetta scadente. Ma sono in troppi a pensarla in maniera diversa.

Il secondo discorso è personale, e forse meno importante perché riguarda l’ultimo romanzo che ho scritto e che uscirà tra qualche mese, Angelo. Certo, in falsariga era già sottotraccia nei libri pubblicati, e i buoni lettori – quelli ideali – credo se ne siano accorti. Ma in Angelo emerge in maniera esplicita e quasi dirompente. Immagino Angelo-opera come una persona con un nome proprio/titolo, lui stesso un personaggio, e ho l’arroganza di pensare che la definizione di Nabokov gli calzi a pennello: Angelo sembra definirsi in una storia sulle gioie e le difficoltà del creare, il lettore è indirizzato a condividere l’esperienza di un narratore che dentro il romanzo interviene sul romanzo. Angelo cerca una complicità con il lettore che sappia rilevarne il proprio meccanismo intrinseco, in maniera consapevole, e che si disponga a un ascolto, e dunque a un brivido, autenticamente autoriale, in consonanza con l’arte.

Non ho mai cercato un lettore infantile, non ho alcuna ricetta per gli adolescenti e so che il motivo per cui scrivo non lo trovo nelle grandi idee da travasare nelle parole, almeno per me è così. Non so neanche se un lettore del mio ultimo romanzo esiste. Magari Angelo capiterà fra le mani di un buon lettore proprio come lo intende Nabokov, veramente attento, veramente in ascolto del meccanismo creativo, e che però dopo un paio di pagine mi guarderà negli occhi e mi dirà: “Ma come hai fatto a ingannarti così per tutta la vita?” E io, onestamente, risponderò: “E chi lo sa? Quello di cui sono sicuro è che non potevo che correre il rischio. In ogni modo, ora ho davvero completato ciò che mi ero ripromesso – Angelo era l’ultimo dei miei romanzi, già mentre lo scrivevo”. 

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