Cesco Francesco (12)

TREDICESIMA CARTA, FINISSIMA, LI LIBRI

A San Francesco i libri non gli piacevano punto, ma proprio punto. Intanto perché costano un occhio della testa e invece di un libro si potrebbero comperare quintali di pagnotte e filoni e di sicuro anche della salamella per li lebbrosi che quelli non li caca nessuno e sono gli ultimi degli ultimi anche tra noi poveracci. E poi perché a leggere i libri diventi arrogante in quanto ti senti superiore e cominci a pensare che siccome sei sapiente gli altri sì, possono lavorare e lavorare anche per te e servirti, mentre tu te ne stai bello a leggere e basta e a fare l’intellettualo che ha studiato. E invece Cesco vuole che tutti fatichino e specialmente quelli che non hanno faticato mai perché sono signori e padroncini, così com’era lui un tempo “quand’ero un povero coglione che si vestiva come un nobile ma si vedeva da lontano che non ero altro che un pidocchietto arricchito figlio di un usuraio”, che così adesso si dipingeva il santo nella sua precedente vita a sperpero.

Capitò che venne da noi un intellettualo che si dava un sacco di arie e parlava con la erre moscia francese anche se era di Brixia, certo Severinus, e aveva portato con lui un grande libro con una sovraccoperta preziosa d’intarsi, che avrà pesato come sei sette mattoni pieni messi assieme e disse al santo:

“Questa, illustrissimo Francesco Santissimo, è la mia ultima opera che tratta dello scibile umano sulle cose terrene e celesti, frutto di dieci anni di assiduo lavoro di penna e contemplazione. Gradirei una vostra opinione in merito”.

“Grazie, dottissimo homo”, rispose Francesco “La poggi pure lì, sulla pietra che uso per giaciglio, che stasera l’incignerò con piacere”.

“Quanto pensa che lei ci vorrà a terminarla? Perché sa, io ripasserei di qua e ne potremmo discutere insieme, come homini d’alta filosofia sono usi nella pratica dialogica.”

“Sicuramente è opera di grande mole, pergamena finissima corpo grosso e pagine sottili…”

“Eh già” disse tutto lusingato il dotto.

“A occhio e croce di nostro Signore mi ci vorrà uno mese e forse anche uno altro mezzo.”

“Bene, santo homo, sarò qui nuovamente da voi fra due lune e non vedo l’ora di dialogare in fraseggi di tesi e antitesi , perché al suo giudizio io tengo alquanto e anche a ribattere…”

“Troppo buono” disse umilmente Cesco “Io sono soltanto l’ultima pecorella di dio. Arrivederla a presto e Dio ti dia la pace”.

Così l’intellettualo tornò da dov’era venuto, nella tenuta avita, e si preparò al duello filosofico sulla falsariga dell’opera magna. Dopo due lune eccotelo di ritorno.

“La terminò allora la mia opera?” disse l’intellettualo di Brixia, rullando le erre.

“Macché” rispose il santo “l’opera è veramente corposa e le pagine davvero di cartapecora finissima più di quanto aveo stimato. E comunque, nonostante ce lo passassimo fra noi fratelli più e più volte per finirla in collettivo dividendoci i capitoli, siamo arrivati soltanto a pagina cento e ottanta e cinque…” E infatti il librone era aperto e la prima pagina era proprio quella, la cento e ottanta e cinque, perché delle altre cartapecore ce ne servivamo da due mesi per nettarsi lo culo.

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