Kaspar o il muro del linguaggio

L’enigma di Kaspar Hauser di Werner Herzog è un film di metà anni Settanta. Quindi ha quasi cinquant’anni, e stando al modo di andare al cinema di oggi li dimostra tutti, perché se un ragazzo di ora fosse obbligato alla sua visione, forse dopo una decina di minuti si rifugerebbe nello smartphone. Mi rendo conto che la definizione “ragazzo di ora” è alquanto generica, non significa nulla o quasi, anche perché di “ragazzi di ora” ce n’erano molti anche allora, sebbene privi di smartphone. Io non ricordo quando lo vidi – poco prima dell’anno spartiacque 1980 o poco dopo? -, ma lo annoverai subito tra uno dei “miei” film, che di sicuro erano molti di più dei “miei” libri. Questo vuol dire che non sono “un uomo di ora”?, e che proprio il Kaspar ha contribuito a fare di me quello che sono? Forse. Ma il discorso non mi sembra così interessante.

Scrivo del film di Herzog perché negli anni ci ho riflettuto, si potrebbe dire che fa ancora parte del setaccio del mio riflettere, poco o molto che sia. Kaspar per me è un eroe, soprattutto mi hanno entusiasmato le sue considerazioni. Una in particolare, ed è finalmente il motivo per cui mi sono dilungato nell’introduzione, abbi pazienza. C’è una scena dove il professore e tutore del tontorello gli mostra da lontano la torre in cui è stato rinchiuso e gli dice, pressappoco: “Vedi Kaspar?, la tua stanza era in quella torre là…” Ma Kaspar, con l’irruenza dei timidi aggressivi, risponde:

“No!”

“Come no?”

“No!, perché non è possibile!”

“E come mai?”

“Perché la stanza è più grande della torre!”

“Dài Kaspar, ragiona… come fa una stanza che sta nella torre a essere più grande della torre?”

Allora il ragazzo si impegna e glielo dimostra:

“La stanza è più grande della torre perché se ora vedo laggiù la torre e poi mi volto, la torre sparisce. Ma se io sono dentro la stanza… mi volto e la stanza c’è ancora, mi volto ed ecco la stanza. Quindi la stanza è più grande della torre”.

Sì, lo so, il professore e tutti quelli che non amarono e non amerebbero il film di Herzog non sarebbero d’accordo, ma noialtri sì, siamo solidali con Kaspar e per noi ha perfettamente ragione, è geniale!

Per esempio, io, da lui, ho capito il modo che ho di intendere la scrittura, che per me non è mai piatta e lineare come un’immagine sulla superficie, ma tridimensionale, volumetrica. Anzi, tre dimensioni nello spazio e una per il tempo fanno quattro. Mi spiego: quando scrivo, non sto di fronte, ma dentro la scrittura – e questa la immagino una sensazione molto diffusa tra coloro che vivono in compagnia della scrittura da mane a sera, come se davvero fosse la loro stanza (leggere-scivere, leggere-scrivere, leggere-scrivere…) Anzi, dirò di più, proprio come potrebbe dire un altro Kaspar, magari il tontorello che è in me: essere immersi nelle parole, per uno scrittore, non è essere nel mondo, perché succede qualcosa di diverso.

Intorno hai tutte le parole – dalla prima volta che hai detto mamma all’etichetta dell’acqua minerale letta tre secondi fa – compresi ovviamente i discorsi e i discorsoni, libri, cartelloni pubblicitari, le preghiere, gli improperi eccetera. Ovviamente tutta questa roba qui fa parte del linguaggio e non è mai visibile per intero, molta è per così dire “dimenticata”, eppure c’è, da qualche parte c’è – e tu sei dentro, dentro al linguaggio che è fuori e per questo anche dentro di te. Ci siamo? Cosa accade quando scrivi?

Accade che tu afferri con due mani una parola e la stacchi da questo muro che ti circonda, e se è la parola giusta, avviene un piccolo miracolo: dalla fessura entra un po’ di luce e cominci a vedere il mondo. Se non è la parola giusta però rimani al buio, imprigionato nelle parole, come la gran parte delle persone – che spesso crede che il linguaggio sia là davanti a loro, ma invece ne sono incatenati e, contrariamente a chi scrive, non amano liberarsi. Quindi l’attività dello scrittore è quella di accumulare sempre di più parole intorno ma per potersene liberare staccandole dal muro del linguaggio e facendo luce nella stanza, l’unico modo di vedere il mondo da dentro. Ti sembrerà un ragionamento assai bislacco, ma io so che Kaspar sarebbe d’accordo con me – e anche diversi altri, s’intende.

Qui uno potrebbe obiettare:

“A che pro tutto codesto lavorio? Non sarebbe più facile non avere muri del linguaggio su cui praticare fessure, squarci, finestre e vivere direttamente nel mondo?”

No, per i Kaspar Hauser e anche per i professori e tutti gli altri non è proprio possibile. Non ci è dato, non siamo stati noi a voler venire al mondo dentro la prigione del linguaggio. I Kaspar però fanno almeno qualcosa, anche se quello che possono fare è solo togliere un mattoncino per volta e trovare per tutti un po’ di luce, un po’ di mondo vero. (Ora ci vedi di più? Appena appena?)

Altri articoli