Sa (sui tavoli, il fiore e il comunismo)

Il signor Itchek sa che materia, in greco, si dice “hyle”, cioè legno. Sa che è stato Aristotele il primo a usare questa parola per intendere materia in senso generale. E poi il signor Itchek sa anche come si costruisce un tavolo. E uno dice: “E che c’entra?” Il signor Itchek lo sa che c’entra.

Per esempio, Marx (e qui bisogna stare molto attenti, perché la citazione è lunga e complessa):

A prima vista, una merce sembra una cosa triviale, ovvia. Dalla sua analisi, risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici. Finché è valore d’uso, non c’è nulla di misterioso in essa, sia che la si consideri dal punto di vista che soddisfa, con le sue qualità, i bisogni umani, sia che riceva tali qualità soltanto come prodotto di lavoro umano. È chiaro come la luce del sole che l’uomo con la sua attività cambia in maniera utile a se stesso le forme dei materiali naturali. Per esempio, quando se ne fa un tavolo, la forma del legno viene trasformata. Ciò non di meno, il tavolo rimane legno, cosa sensibile e ordinaria. Ma appena si presenta come merce, il tavolo si trasforma in una cosa sensibilmente sovrasensibile. Non solo sta coi piedi per terra, ma, di fronte a tutte le altre merci, si mette a testa in giù, e sgomitola dalla sua testa di legno dei grilli molto più mirabili che se cominciasse spontaneamente a ballare.

Ora che l’ha ricopiato, il signor Itchek prova a traslitterarlo comprendendo, cioè facendo attenzione a non tradurre il brano di Marx con parole proprie, nello schema mentale proprio, il che significa evitando di spiegarlo come ti dicono di fare a scuola. Almeno per quanto possibile. Prova:

La cosa che è valore d’uso non ha niente di misterioso, scrive Marx, sia quando la si considera adatta a soddisfare, con le sue qualità, i bisogni dell’uomo, sia quando riceve le proprie qualità soltanto come prodotto del lavoro umano. Un tavolo, per esempio, è legno (cioè materia)  trasformato dal lavoro dell’uomo per l’uomo – un tavolo è un tavolo, cosa sensibile e ordinaria.

Ma che cosa succede al tavolo quando diventa merce?, e cioè quando entra in scena come merce? Succede che la cosa si fa ingarbugliatissima, si trasforma in una cosa che rende sensibile il sovrasensibile, addirittura piena di sottigliezza metafisica e capricci teologici: il tavolo si mette a testa in giù e dalla sua testa – una testa che rimane comunque di legno (valore d’uso)– sgomitola tantissimi grilli che destano più meraviglia che se il tavolo, da solo, si mettesse a ballare (come durante una seduta spiritica).  

Il signor Itchek sa come si costruisce un tavolo, quindi sa che il tavolo è un frutto del lavoro umano, e quando guarda il tavolo vede quel lavoro. Questo significa che cerca di non farsi incantare dai mirabolanti grilli che escono dalla testa del tavolo diventato merce, cioè una cosa che mentre sta con i piedi per terra (valore d’uso), sta anche a testa in giù, e fa il suo spettacolino proprio per te. Il signor Itchek sa che quei grilli hanno infatti il compito di nascondere il lavoro che è servito per costruire il tavolo – e cioè la cooperazione nel lavoro che è la vera natura dell’uomo – e sa che in realtà quei grilli escono dalla tua, di testa, perché hai fatto di una cosa sensibile, ordinaria e umana – senza alcun mistero – un feticcio, cioè un qualcosa di mirabolante, misterioso e sovrasensibile. Manco a dirlo, ciò che succede quando chiami quei grilli che hai in testa Dio, perché il processo è il medesimo – ecco il motivo del riferimento alla metafisica e ai capricci teologici. Tutte le qualità che alieni in Dio sono invece umane, Dio è costruito come un prodotto umano, come il tavolo. Anche la nostra è una testa di legno come continua ad averla il tavolo, ma una testa che sa di essere di legno sa che anche Dio è di legno, cioè niente di misterioso. E sa che i tavoli, naturalmente, da soli non ballano.  

(Forse, nei corsi universitari di Filosofia, al primo anno bisognerebbe sostenere un bell’esame di falegnameria, e poi darne un secondo, Falegnameria 1 e 2. Tanto per togliersi un po’ di grilli dalla testa e vedere un tavolo per quel che è).

Questo per quanto riguarda la struttura. Ora il signor Itchek passa alla sovrastruttura, e va a ricercare la canzone di Sergio Endrigo  “Ci vuole un fiore”, un evergreen del 1974. O meglio, la canzoncina è nata dalla collaborazione di Sergio Endrigo e Gianni Rodari, due comunisti, e il signor Itchek non lo sa se anche Luis Bacalov, il compositore argentino che l’ha messa in musica, fosse comunista, ma ci metterebbe la mano sul fuoco.

Va dunque su youtube, ascolta la canzone, poi ricopia il testo, apre un documento intonso word e fa incolla. Ora ha il testo di fronte a sé. Endrigo comincia bene, la strofa introduttiva è considerazione da scuola del sospetto, su cui potrebbe trovarsi d’accordo lo stesso Marx, ma anche Darwin, Nietzsche, Freud, e tanti altri amici morti:    

Le cose d’ogni giorno
raccontano segreti
a chi le sa guardare
ed ascoltare.

Si tratta di una sorta di esercizio critico che anche il signor Itchek consiglierebbe a tutti i bambini del mondo, e bravo Endrigo! (e Rodari e, perché no, anche Bacalov)

E poi comincia a elencare tutte le cose che incontra nella canzoncina: tavolo (da qui è scaturita l’associazione con Marx); poi legno (ricordiamolo, la materia) e per ora tutto ok; poi albero, seme, frutto, fiore… si salta alla conclusione e “per fare un albero ci vuole un fiore” (eh no, Sergio, qui c’è qualcosa che non va…)

Seconda strofa: tavolo e legno (va bene) e poi, di nuovo albero, seme, frutto, fiore… e ancora il ritornello, dove fiore è ripetuto per ben tre volte.

Terza strofa: qui la canzone cambia, questa volta viene per primo il fiore, poi sorpresa il ramo, e poi di nuovo l’albero, ma ecco il bosco, il monte, la terra… tutte novità, ma il ritornello è sempre lo stesso.

La quarta strofa speculare alle terza, così la quinta (si insiste)

La sesta strofa invece salta dritta alla conclusione e all’iper-senso della canzoncina: “per fare tutto ci vuole un fiore” e poi al posto di tutto ecco il frutto, in rima, e ancora tutto e fiore per ben quattro volte, cioè è assodato che “per fare tutto ci vuole un fiore”.

A parte il fatto che non è vero, pensa il signor Itchek, e che i bambini non andrebbero imbrogliati anche quando cantano felici in coro – e qui il signor Itchek sembra un po’ Platone che ce l’ha con i poeti perché bugiardi. Il problema è che tutte quelle cose assolutamente necessarie per fare il legno, cioè la materia, non bastano a produrre anche il tavolo. Perché?, perché manca il lavoro! Com’è possibile che tre comunisti tre (Endrigo, Rodari e Bacalov) si siano dimenticati del lavoro umano?, per gettarsi a tuffo, fiduciosi, nel tutto-natura? Non sarà mica da questa canzoncina – cantata, cantata e ricantata in coro miliardi di volte -, non sarà mica da qui che il comunismo è cominciato a crollare?, esagera il signor Itchek. E che non solo il comunismo, ma anche un ecologismo che non tiene di conto del lavoro e dunque della cooperazione umana, rischi di diventare di necessità sciocco? E se fosse proprio questa canzoncina un’altra di quelle cose che ti mette i grilli in testa, nella tua testa di legno come l’albero e il ramo, per nascondere però il lavoro? Ce lo vedi te a fischiettare un boscaiolo, un camionista, un legnaiolo e un falegname – tutte persone nerborute, e sudate e anche piuttosto stanche – che “a fare tutto ci vuole un fiore”? Eh no, c’è davvero qualcosa che non va. E allora, non dico alla scuola materna, ma almeno in prima o primina, un bel percorso propedeutico alla falegnameria, con pialletti sgorbie e martelli! Perché è inconcepibile che a un bambino della scuola primaria gli facciano cantare a randa quella canzoncina e poi non sappia appuntare nemmeno una matita. Lo vogliamo fare questo comunismo?, o no?  

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