Tra guardare e toccare ho preferito toccare. Ed è per questo che amo più scrivere che leggere, e anche quando leggo, leggo per scrivere, e so che è la scrittura che mi indica dove e cosa guardare. Non saprei definire meglio l’esperienza, la concretezza della realtà.

Dei miei pensieri indipendenti dalle parole non me ne faccio di niente, non mi interessa l’interiorità o l’invisibile delle idee che non hanno carne, sinceramente non so nemmeno se esistano, non me ne curo. Una testa ben fatta è l’ultimo dei miei problemi – il primo, invece, una pagina ben fatta.

Si pensa di tutto come si mangia di tutto, ma quello che hai scritto è sempre una cosa al posto di un’altra. Si cambia opinione, e si può anche cambiare scrittura – ma ciò che scrivi resta lì, immutato, perché esiste indipendentemente dal fatto che tu pensi di essere diverso da allora. Non la potrai cancellare mai più, la scrittura, se la getti alle fiamme rimane ugualmente incisa – non, come dicono, “dentro di te”, ma in quello che sei e soprattutto in quello che fai.

Scrivere è concentrazione assoluta, anche nel bel mezzo del frastuono più assordante, come assoluta è la responsabilità, sebbene nel migliore dei casi tu lo sai che non hai potuto scegliere quelle parole che adesso stanno lì sul foglio come se le avesse messe insieme un altro. Scrivere è appunto mettere insieme, unire, cercare i legami che già esistono ma che sono nascosti oltre la massiccia banalità del recitativo quotidiano e lo spettacolo dei pagliacci del circo.

Produrre la naturalezza con le parole è fare seriamente per finta. Fingere, per te, vuol dire cercare il tuo modo di verità che è la scrittura.

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