Mi ricordo la mia maestra della scuola elementare quando facevamo uno dei tanti dettati. Diceva, “Punto, a capo!”. E allora andavi nel rigo di sotto e lasciavi un piccolo spazio davanti alla lettera maiuscola della prima parola, si poteva proseguire. Da lì ripartiva il discorso, che aveva certo a che vedere con quel che avevi scritto sopra, perché il dettato seguiva un argomento, ma ora iniziava un discorso nuovo di pacca, e si sarebbe esaurito soltanto con un altro “Punto, a capo!” Oppure per sempre, perché anche quel giorno di scuola era finito. Punto, a capo.
Ecco, i poeti non fanno così. Perfino quando scrivono seguendo qualcuno che detta, la loro Musa va a capo senza punto, più o meno all’improvviso, il discorso non era concluso ma precipita ugualmente nel rigo di sotto, si spezza – da cui “spezzatura” – o s’inarca con una capriola – da cui “inarcatura” – e anche se proprio lì, guarda caso, c’è il punto di fine riga, la consideri come una possibilità che non ha avuto bisogno di essere sfruttata a pieno, perché la poesia, per definizione, è fatta di versi, e il discorso, nella poesia, va sempre a capo. Punto, a capo.
È un dettato che fa un po’ quello che gli pare, la musa dei poeti, ma poi non è nemmeno vero, perché segue una sua logica, e se quello per esempio è un settenario o un endecasillabo – ma anche un quinario, un senario eccetera – la logica è addirittura ferrea, peggio della maestra elementare! Insomma, la poesia è sinceramente anarchica, perché soltanto i bigotti benpensanti hanno un’intelligenza talmente limitata da fargli credere che l’anarchia non abbia regole e responsabilità. Giorgio Agamben, lui lo sa che cos’è l’anarchia, e proprio per questo può dire che un verso che finisce con un punto – e dopo si va a capo – anche in quel caso lì dove non è presente l’enjambement – che è il modo francese di dire spezzatura o inarcatura – bisogna che tu lo consideri lo stesso un verso con enjembement zero. Perché il passo naturale della poesia – e dell’anarchia – è proprio lo spezzare, l’inarcarsi in versi – quando il discorso non è ancora finito lo interrompo con un sussulto io – o meglio ancora la Musa – e corro giù nel verso successivo, prendimi se ce la fai! Senza punto, a capo.
“Scavallatura”, ecco il termine che preferisco sebbene poco ortodosso. Intanto perché dentro scavallatura vedi il cavallo, e il cavallo mi piace in quanto animale che resta poderoso anche se gli metti le briglie – e tu lo sai che i veri poeti hanno usato le briglie in ogni tempo, proprio per rendere il cavallo ancora più forte, veloce e – quanti riescono a capirlo? – davvero più libero. Scavallare però ha un sacco di altri significati: cadere o far cadere da cavallo – credevi che fosse una passeggiata, la poesia? – e poi correre senza freno, come quando i bambini giocano fino allo sfinimento – te l’avevo detto o no che la poesia rende più liberi? Significa perfino vivere in modo sregolato, godersela, cioè consumarsi nei vizi – un vizioso non è necessariamente un poeta, ma il poeta ha almeno l’inguaribile vizio di essere poeta, anche quando non vuole esserlo e non lo fa, l’artista, ma al contrario ama nascondersi per paura di essere abbattuto come una bestia troppo pericolosa. Scavallare equivale poi a durare una fatica senza sosta, e anche in questo caso per lo più non si capisce, perché il poeta sembra non lavorare mai – cioè non darsi da fare con quella gravosa serietà incarnata da chi contribuisce all’incremento del prodotto interno lordo. Mentre i poeti faticano eccome, sebbene per quel qualcosa di così necessario che sparisce dietro l’orizzonte e allora la maggior parte delle persone lo considera puramente superfluo. Punto, a capo.
Ritorniamo comunque ai versi, perché sono loro che scavallano nella scavallatura. Scavallare come uscire da una sede considerata naturale – la norma del discorso –, passare al di sopra di qualcosa saltando fuori da una guida, quella delle parole ordinarie e consunte. La catena dell’ovvietà linguistica si spezza, fa le capriole, salta, disarciona, esce dai binari, scavalla nei versi. Apparentemente il mondo va in frantumi e i frantumi si liberano però costruendo una nuova forma, le briglie del cavallo esistono per sciogliersi, e come scrive Eraclito mai vista più armonia in mezzo alla spezzatura. O era spazzatura? Lo so, non mi sono spiegato. “Punto, A capo!”