Al telefono con l’amico Giancarlo mi è tornato in mente un episodio di quasi cinquant’anni fa, classe seconda liceo scientifico. Non ricordo in relazione a quale testo letterario, ma una ragazza con le labbra a broncio – che poi sarebbe diventata la “mia” compagna e che, nonostante la separazione, è ancora presente nella mia vita –, lei, Primetta, se ne uscì con questo commento: “Non capisco cosa l’autore voglia dire, ma so che è importante”.

Per chi ha vissuto la seconda metà degli anni 70, soprattutto da adolescente, non sarà difficile rendersi conto che quella considerazione, allora, poteva apparire una blasfemia. Lo era sicuramente per la sfrontatezza di chi, come me, pensava di avere le idee molto chiare: “Come fai a dire che una cosa ha del valore se non la capisci?”, fu la mia domanda di ammonimento, e magari con il ditino alzato e l’aria di chi la sa lunga. Questo era il sottinteso: da me dipende la misura del mondo, e se certe cose mi risultano incomprensibili non è tanto importante darsene pena, il mio io – ecco l’arroganza – è bastevole a sé stesso e si presume che non abbia bisogno d’altro. Invece aveva ragione Primetta, la vera mancanza di comprensione, e dunque l’ignoranza, la incarnavano i tanti come me.

Ho detto a Giancarlo che l’episodio andava considerato uno spartiacque. Ci volle del tempo, ma poi mi resi finalmente conto del pericolo di quell’imbarazzante postura, che funzionava alla meraviglia per non oltrepassare i limiti della mia ridicola culturetta di liceale medio che ascoltava i Pink Floyd e i Genesis e si credeva per questo controcorrente. Purtroppo, però, hanno vinto l’arroganza e la banalità di chi non riusciva a sentire importante ciò che lo superava perché non lo comprendeva. Gli anni ottanta procurarono una quantità tale di paccottiglia cucita sulle loro fattezze che, più passava il tempo, più venivano meno anche le occasioni di porsi il problema.

Per crescere è necessario vedersi insufficienti e capire che c’è qualcosa di valore che dovrai attraversare, anche se per adesso non sai dirne il perché.  C’è bisogno di impegno, non propriamente durare fatica ma durare “nella” fatica. Non era però l’ordine del giorno di chi usciva dal boom economico progressivamente ammaestrato al consumo, cioè a quella ben disposta sudditanza che si considerava al contrario libera e fortemente creativa – una parola che adesso mi dà il voltastomaco. Ritorno al punto: se c’è qualcosa che vale è perché è più grande di te. Se tutto, ma proprio tutto, rimane alla tua altezza, se non c’è niente d’importante che ti supera nell’incomprensibile, allora hai trovato il modo più sicuro di soddisfarti di quello che sei, ben poco.

Concludo scrivendo un nome: Antonio Gramsci. Per aver presente il valore dell’apprendimento attraverso l’istruzione e la fatica del lavoro culturale sarebbe stato sufficiente studiarlo, o almeno leggerlo, invece di ridurlo a un santino con una testa di ricci e gli occhialini tondi in campo rosso. Abbiamo invece coltivato i “grandi comunicatori” come Matteo Renzi, i romanzi e i film di Walter Veltroni, i paciosi sorrisi del gongolo Prodi. Ora abbiamo anche il professor Roberto Vecchioni che ci scrive l’etimo delle parole sulla lavagna ereditata da Alberto Manzi, accompagnato dalle biascicature di Massimo Gramellini per la stura dei buoni sentimenti. Ci dicono che loro sono critici del fascismo e li dovremmo scegliere come nutrienti del pensiero critico, poveri noi. Invece ne avremmo fatto volentieri a meno. Io immagino Antonio Gramsci che li guarda alla televisione e pensa: quante volte dovrò morire, ancora?

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