Un bullone incontrò un altro bullone che non era la prima volta che lo vedeva e sempre gli era apparso triste, e questa volta allora gli domandò:
“Cosa c’è che non va?”.
“Eh…” sospirò il bullone triste “È che ho perduto il senso della vita…”.
“Il senso della vita? Facile!” esclamò sicuro di sé il primo bullone “Per noi bulloni il senso della vita è avvitare! Oppure, al limite, anche svitare…”.
“Già, dici bene tu… ma guardami: non lo vedi? Io sono da sempre un bullone spanato…”, mentre diceva così il bullone triste mostrò il suo dadino che restava un po’ di sghembo e lente lente intorno al corpo.
“E che vuol dire questo?” ribatté prontamente il primo bullone “Con la buona volontà si risolve ogni cosa. Tu hai soltanto bisogno di rifare la filettatura, e per questo c’è chi ti può aiutare. So io da chi inviarti.” E gli fece il nome di un grande dottore.
Driiiiiinnn
“Buonasera. Ah, lei dev’essere il bullone triste…” intuì immediatamente il bullone psicanalista, che oltre a ispirare fiducia per la sua professionalità impeccabile era anche un bel bullone.
“Sì…” rispose sommessamente il bullone triste “Sono io, mi ha mandato da lei un bullone che…”.
“Lo so, lo so… Ma la prego, si accomodi” e gli indicò la chaise longue nera.
“Grazie”.
“La disturbo se mi metto qua dietro?” disse gentilmente il dottore, sedendosi senza attendere la risposta.
“Si figuri…”.
“Mi parli dunque della sua infanzia”.
“Be’, sa? c’è ben poco da dire dottore… Io, fin da quando nacqui come rondella…”.
“Eh-eh-eh!” lo ammonì in maniera garbata il bullone psicoanalista “Non crederà mica che mi si possa prendere in giro, vero? Lei dice ‘rondella’… ma in analisi non si dicono mica le bugie… Eh-eh-eh!”.
“Va bene, mi scusi dottore, mi correggo: fin da quando ero un bulloncino piccolo piccolo…”.
“Sì, coraggio, che sta andando bene”.
“Fin da quando ero un bulloncino, non so come dire… ecco, fin da allora non sono mai riuscito a far combaciare la vite con i dadi… Sì, sono sempre stato un bullone spanato io…”.
“Mi faccia un po’ vedere la marca, per favore” disse allora lo psicanalista, e il bullone triste si girò per avvicinargli la testa esagonale e mettere in evidenza il marchio.
“Lo sapevo… La sente, qui, l’incisione del logo?” e mentre gli faceva questa domanda lo toccò proprio nel centro dell’esagono “Lei non è un bullone spanato. Anzi, al contrario: lei ha soltanto un passo della filettatura molto speciale, e molto molto raro. È in pollici, sente? È per questo che non riesce a trovare quel dado giusto che cerca da tanto tempo. E se resta qui, mi creda, non lo troverà mai. Lei deve andare in Inghilterra!”.
“In Inghilterra?” ripeté incredulo il bullone triste.
“Sì, proprio in Inghilterra”.
“E io che credevo…”.
“Credeva di essere sbagliato, vero?” lo anticipò il dottore “Macché, macché… lei non è sbagliato e nemmeno spanato. Lei è soltanto diverso”.
“Ma com’è possibile dottore? Io sono venuto al mondo in una scatola con altri cento bulloni come me, e perché soltanto io allora…?”.
“Be’, è evidente, quei cento bulloni non erano suoi fratelli. Lei è stato senz’altro adottato”.
“Mi sta dicendo che sono un bastardo, dottore?”.
“Se vuol metterla così… sì, diciamo che lei potrebbe essere definito a tutti gli effetti un bastardo. Sebbene un bastardo di qualità, perché…”.
“Pur sempre illegittimo, però, non è vero dottore?”.
“Su questo purtroppo non possiamo farci nulla, né lei né tanto meno io. Chi nasce bastardo bastardo rimane. Ma non deve angosciarsi, via… vedrà! Segua il mio consiglio e vada in Inghilterra… Aria nuova, dadi del suo passo e della sua misura… un punto e a capo insomma. Vedrà che giovamento!”.
“Sì, farò come dice lei. Mi sento già bene dottore. La ringrazio tanto. Quant’è?”.
“Sono cinquecento euro”.
“Grazie ancora”.
Fuori:
“Allora? Racconta, com’è andata?” chiese il primo bullone.
“Sai? Quel dottore è davvero fantastico! Ha individuato immediatamente il mio problema… L’avresti mai detto? Io non sono un bullone spanato! Sono un bastardo, sì, e su questo non ci può fare nulla nessuno – così è e così sarà per sempre. Ma sono bastardo perché ho una filettatura diversa da tutte le altre, in pollici, e anche di grandissima qualità, speciale… E allora me ne andrò in Inghilterra, sai? là dove ci sono i bulloni come me, con il mio stesso passo. Mi sono avanzati i soldi sufficienti per il biglietto, vado a imbarcarmi…”.
“Bene bene, sono davvero contento per te” sorrise il primo bullone dopo aver ascoltato quel racconto un po’ confuso ma pieno di entusiasmo. “Te lo avevo detto, no?” e gli fece una carezza sulla testa esagonale.
“Ciao”.
“Ciao”.
Driiiiiiin
“Ah, sei tu…” disse con una impercettibile smorfia sulle labbra il bel bullone psicoanalista.
“Certo, sono io… E chi ti aspettavi sennò, un altro cliente? A quest’ora, quel bullone spanato, è già in viaggio. Dàmmi i miei duecentocinquanta. Hai visto? hai visto com’era tutto storto quel povero bastardo?”.
“Eh già…”.
Infatti il bullone triste, che triste non era più, proprio in quel momento stava attraversando la Manica. Perché mi sono dimenticato di dire che questa storia si svolge a Lille, nel nord della Francia ai confini con il Belgio. Non che sia essenziale, ma è bene essere precisi. Sì, conviene essere sempre precisi. In questo modo la pensano anche i personaggi della storia: il bullone psicoanalista perché non chiederebbe mai una parcella inferiore ai cinquecento euro per far sedere un paziente sulla chaise longue del suo studio; il primo bullone perché sa che duecentocinquanta euro sono la metà precisa di cinquecento; e il nostro bullone triste – che triste non è più – perché immagina che presto troverà un dado con la sua stessa filettatura, esatto, combaciante con lui al decimo di millimetro – anche se espresso in pollici.