STORIA DI TOPO A
E allora c’era un topo che era nato con due code. Due code che tra l’altro non erano dalla stessa parte, ma una di qua e una di là.
Il topo viveva la sua vita dignitosamente, senza grandi entusiasmi e comunque non avvezzo a profonde delusioni. Finché non incontrò un altro topo, lui piuttosto pignolo, che chiameremo topo B.
Disse topo B: “Ti sembra una cosa normale, questa?”
“Quale cosa?” rispose ingenuamente topo A.
“Codeste code… Sono due e nemmeno dalla stessa parte…”
“E allora?”
“E allora tu fai finta di nulla, lo capisco, ma questo è un grosso problema…”
“Perché?” si meravigliò il topo con due code che fino a quel momento aveva vissuto dignitosamente.
“Perché perché… e me lo chiedi anche?” fece un po’ stizzito topo B. “Ti si guarda e non si sa nemmeno qual è il davanti e qual è il didietro!”
“Non ci avevo mai pensato…” mormorò tra sé topo A. E svelto corse alla tana per chiudersi nella sua stanzetta a riflettere.
II
Era mattina presto e topo A camminava in su e in giù per le vie del paese. Ci aveva pensato tutta la notte e non vedeva l’ora di incontrare topo B per ribattere. Ecco, dopo quasi due ore, arrivare topo B:
“Ciao”.
“Ciao” rispose un po’ ansioso topo A, che si era preparato un bel discorso preciso. Non mise tempo in mezzo:
“Tu hai detto che ho due code. Ma ti sbagli. In realtà quello che vedi qui sono due topi incastrati. Di qua e di là le code, e le teste una di fronte all’altra dentro il corpo”.
“Ah sì? Senti questa…” fece decisamente scettico topo B.
“Certo! E ti dirò di più, caro mio. Le teste funzionano una di giorno, come adesso, e una di notte, quando la testa di ora si addormenta e l’altra sogna”.
“Allora saresti due topi?”
“Sì, non c’è alcun dubbio!”
“E perché non hai otto zampe?” ridacchiò topo B, veramente antipatico.
“Porca miseria, non ci avevo mica pensato…” non poté che constatare topo A. E si diresse subito nella sua tana per affrontare di petto la questione.
III
Ci rifletté per due giorni e due notti, sia meditando che sognando, finché non fu certo di essere arrivato a una conclusione più che accettabile. Scese in strada e di lì a poco ecco topo B:
“Ciao”.
“Ciao”.
“Ieri non sei venuto…” rise con quel risolino furbo topo B.
“Avevo un impegno inderogabile” provò a mentire, ma nemmeno poi troppo, topo A.
“Avevate…” ridacchiò ancora topo B.
“Come?”
“Dico: a-ve-va-te” topo B scandì la declinazione del verbo. “O non siete due?”
“No no, ci ho riflettuto” disse topo A. “O meglio: siamo e non siamo due, perché quell’altra non è propriamente una testa… non una testa completa cioè, non come una testa che sei tu il padrone… È l’inconscio!” si esaltò topo A.
“Come? Hai dentro il corpo qualcosa di cui non riesci neppure a servirti per pensare quello che vuoi?”
“Sì” volle precisare il topo con due code “È proprio in questo modo. Non è un’altra testa completa…. Non è un’altra, ma in qualche modo non è neanche completamente me. Cioè è lei senza esserlo e sta dentro di me, che non sono solo io “.
“Insomma, sei un vero mostro tu” ci dette un taglio topo B.
IV
“Io non sono un mostro…” disse topo A a topo B, e si rischiarò ben bene la voce per pronunciare quelle parole a cui aveva sacrificato, ancora una volta, il sonno di una notte.
“Sono nato diverso io, è vero, ma questo cosa significa? Sì, devo ammetterlo, non è stato certo semplice…” aveva gli occhi lucidi “E comunque l’amore dei miei genitori, fin dal primo vagito, ha saputo tenermi nell’abbraccio della calda vita e prendersi cura di me…” (topo B intanto pensava che questa storia stava scadendo nel tragico, il tragico peggiore, quello del patetico recitato… Ma poi si ripromise di ascoltare topo A fino in fondo) “Ahimè ahimè….” guaiva topo A. “Quando alla nascita fu evidente che avevo non una coda, bensì due, non quattro zampe, ma invece otto… sì, i miei genitori, che mi amavano, si obbligarono a un gesto estremo: mi fecero amputare le quattro zampe da un grande professore affinché potessi vivere dignitosamente tra gli altri topi del mondo!” e qui topo A si portò una delle zampe rimanenti sulla fronte, a coprirsi lo sguardo, come un’Eleonora Duse – e gemé.
“E bravi davvero! Belli stronzi dico io… ti fanno tagliare quattro zampe da un macellaio e tu anche li difendi” fu la sentenza di topo B. “Tu non sei soltanto un mostro… tu sei un mostro con due genitori belli stronzi!”
V
La stanzetta di topo A era fredda, umida e cupa, e faceva da specchio al suo umor nero. Forse topo B aveva ragione: nonostante avesse provato a vivere un’esistenza normale, per lui non c’era via d’uscita. Che topo era un topo non solo con due code ma nemmeno dalla stessa parte? Uno che quando lo guardi non sai se ce l’hai di fronte oppure di dietro? No, aveva perso le speranze. Immobile attese l’alba nel gelo, poi uscì. Dovette aspettare parecchio, perché topo B, la mattina, non lo vedevi in giro se non verso le dieci o addirittura l’undici… Ma poi arrivò, eccolo qui. E subito, il disperato, proruppe:
“M’ammazzo!”
“Accipicchia che notizia…” rispose senza fare una piega topo B.
“M’ammazzo, sì, m’ammazzo!”
“E come fai? Come fai a ammazzarti se non hai nemmeno la testa? Che fai? Ti spari a una coda? Che t’inventi? T’impicchi? Come ti avveleni se non c’è una bocca? Dove te la infili la canna del gas?” e quest’ultima considerazione, dobbiamo dire, fu proprio offensiva.
“Dio santissimo… non ci avevo proprio pensato…”.
“No” continuò imperterrito topo B “Tu sei così miserevole che nonostante la tua miseria non puoi nemmeno toglierti dal mondo! Eh no, topo A, tu sei costretto a sopportarti così come sei, con questa cosa mostruosa delle due code, e per tutta la vita. Anzi, forse sei addirittura eterno! L’eternità come condanna!” lo maledì infine il cattivissimo topo B.
“Me tapino me tapino..” corse a rifugiarsi nella tana il miserrimo.
VI
Nel buio della sua stanzetta topo A sentiva sulle spalle il gravame di un’esistenza storpia e infinita. Aveva chiuso perfino le tapparelle della tana, così che il nero fosse ancora più nero del nero, come in una tomba. C’era solo un filo di luce che penetrava da chissà dove, e allora topo A lo seguì tanto per fare, come uno che sente a disposizione l’eternità. La fievole luce andava a posarsi su uno dei volumi della sua notevole libreria: libri scientifici, libri di poeti, libri di sociologi, romanzi… Si ricordò di quell’opera teatrale, di quel filosofo francese che aveva studiato da giovanissimo – ma che senso aveva ora misurare gli anni quando ti è preclusa perfino la morte? Ci ripensò, ci ripensò ancora e ancora. S’immaginò topo B che in quel momento stava di sicuro passeggiando beatamente in strada. Sì, ora lo comprendeva perfettamente, quel filosofo francese aveva avuto sempre ragione: “L’inferno sono gli altri”. Anche se poi, di questi altri, a dir la verità ne era bastato uno solo… puntualizzò topo A nel riflettere. Sì, l’inferno sono davvero gli altri – e appena ebbe riformulato quel pensiero, come per magia, gli cadde una coda.
FINE DELLA STORIA DI TOPO A (E INIZIO DELLA STORIA DI TOBO B)
STORIA DI TOPO B
E allora c’era un topo che era già qualche giorno che vedeva passare un altro topo, uno parecchio strano, un topo con due code. Che poi non erano due code dalla stessa parte, ma una di qua e una di là. Pareva vivere la vita senza vergogna, quel topo, come un topo normale tra topi normali, come se non fosse un topo handicappato. “Ma come farà?” si domandò il primo topo, che noi chiameremo topo B. “Ora lo fermo e glielo chiedo”. E infatti gli disse:
“Ti sembra una cosa normale questa?”
“Quale cosa?” rispose quel topo strano che noi chiameremo topo A.
“Codeste code… Sono due e nemmeno dalla stessa parte…”
“E allora?”
“E allora tu fai finta di nulla, lo capisco, ma questo è un grosso problema”.
“Perché?” si meravigliò il topo con due code che fino a quel momento aveva vissuto senza grandi entusiasmi e comunque senza profonde delusioni.
“Perché perché… e me lo chiedi anche?” fece un po’ stizzito topo B. “Ti si guarda e non si sa nemmeno qual è il davanti e qual è il didietro!”
“Non ci avevo mai pensato…” mormorò tra sé topo A. E scappò via, come se via di là fosse la sua meta.
“Secondo me non è l’ultima volta che ci vediamo” pensò topo B.
II
E infatti la mattina eccotelo ancora, che sembra ti aspetti da chissà quanto tempo. “Ora provo a salutarlo per vedere se mi risaluta” disse fra sé topo B.
“Ciao”.
“Ciao” rispose topo A. E subito attacca un discorsone come se dal giorno prima non avesse mai smesso di parlare:
“Tu hai detto che ho due code. Ma ti sbagli. In realtà quello che vedi qui sono due topi incastrati. Di qua e di là le code, e le teste una di fronte all’altra dentro il corpo”.
Mah… secondo me a questo gli manca una rotella… e le sue code una di qua e una di là, tutto sommato, sono il problema minore… Due topi incastrati… boh…. fu il pensiero di topo B, che però volle vedere dove il tipo sarebbe andato a parare, e commentò con ironia:
“Ah sì? Senti questa…” Ma l’altro subito incalza:
“Certo! E ti dirò di più: le teste funzionano una di giorno, come adesso, e una di notte, quando la testa di ora si addormenta e l’altra sogna”. Che era un discorso più strampalato del primo, pensò topo B. E comunque, spinto dalla curiosità, si ordinò “Fai finta di niente, fai finta di niente…” e se ne uscì con una domanda:
“Allora sareste due topi?”
“Sì, non c’è alcun dubbio!” rispose sicuro di sé topo A.
Non c’è alcun dubbio? Ora vedrai come ti frego…
“E perché non hai otto zampe?” gli domandò senza riguardi topo B.
“Porca miseria, non ci avevo mica pensato…” rifletté a voce alta lo strano topo. Per poi, immediatamente, fuggire via.
Te lo avevo detto, no? che ti fregavo? Guarda là come scappa… “Ciao topaccio!” urlò dentro di sé topo B, ma topo A era già lontanissimo.
III
“Non ci posso credere… ancora lui! si vede che non gli è bastata!” pensò topo B non appena scorse topo A che stava nuovamente aspettandolo poco più giù, anche se il giorno prima non si era fatto vivo.
Ora chissà che t’inventa quello! È sufficiente stuzzicarlo un po’… e,
“Ieri non sei venuto…” fece infatti.
“Avevo un impegno inderogabile”.
Ah ah, un impegno inderogabile, ma fammi il piacere… rideva tra sé topo B. Ora ti sistemo io… e disse semplicemente:
“Avevate…”
“Come?”
“Dico: a-ve-va-te”, ma non la senti la coniugazione del verbo? sei scemo? “O non siete due?” aggiunse poi.
“No no, ci ho riflettuto” rispose topo A. “O meglio: siamo e non siamo due, perché quell’altra non è propriamente una testa… Non è una testa completa cioè, non come una testa che sei tu il padrone… È l’inconscio!”
Dio mio, ma guarda come s’agita questo… a questo qui tutti i giorni gli passa un treno… Però è buffo starlo a sentire… E allora volle ancora punzecchiarlo:
“Come? Hai dentro il corpo qualcosa di cui non riesci neppure a servirti per pensare quello che vuoi?”
“Sì, è proprio in codesto modo” rispose concentrato il topo strambo. “Non è un’altra testa completa…. Non è un’altra, ma in qualche modo non è neanche veramente me. Cioè è lei senza esserlo e sta dentro di me” e si indicò con una zampa. “Io che però non sono solo io “.
Che faccio, chiamo la neuro? E basta… basta dio mio! Questo tizio va assolutamente ridimensionato…
“Insomma, sei un vero mostro tu” gli disse cattivissimo topo B. E l’altro, turbato, fuggì via ancora una volta, sempre nella stessa direzione. E vàttene, e vàttene…
IV
“Io non sono un mostro… Sono nato diverso io, è vero, ma questo cosa significa? Sì, devo ammetterlo, non è stato certo semplice per me…” – che fa ora, piange? – “E comunque l’amore dei miei genitori, fin dall’inizio, ha saputo tenermi nell’abbraccio caldo della vita, loro si sono presi cura di me…” – ci mancava la tragedia ci mancava, ma come sei patetico… – “Ahimè ahimè…. Quando alla mia nascita fu evidente che avevo non una coda soltanto, bensì due, non quattro zampe, ma invece otto… sì, i miei genitori, che mi amavano, si obbligarono a un gesto estremo: mi fecero amputare le quattro zampe da un professorone affinché potessi vivere dignitosamente tra gli altri topi del mondo!” – ma guarda là che recita, si mette perfino in posa il ciucco! Topo B lo aveva incontrato anche quella mattina, sempre nello stesso posto, e ora il topo portatore di handicap, quell’infelice, gli stava facendo tutto uno spettacolino. Era stufo di lui, non lo sopportava più! E allora gli offese con cattiveria i genitori:
“E bravi davvero! Belli stronzi dico io… ti fanno tagliare quattro zampe da un macellaio e tu li difendi anche?” fu la sentenza di topo B. “Tu non sei soltanto un mostro… tu sei un mostro con due genitori belli stronzi!”
V
La casa di topo B era molto ospitale. Una splendida veranda esposta a sud, verso le colline, e poi quella taverna ben fornita di vini di qualità. Un gran bel vivere. Si sentiva di aver finalmente coronato i suoi sogni, un topo di successo, decisamente piacente, e soprattutto ancora in ottima salute. Temeva solo che gli dei se ne accorgessero e fossero invidiosi di tanta gioia, di tanta contentezza. Era piacevole svegliarsi tardi, nel crogiolo delle lenzuola fresche e profumate, e poi fare una colazione ricchissima, all’americana, e uscire non prima delle dieci e trenta per la passeggiata fino al parco del paese… ma no! non ci poteva credere, ancora lui! Ma che vuoi da me? che cavolo ci posso fare io se sei uno storpio? Perché vuoi rovinarmi la giornata eh? Perché?”
“M’ammazzo!” (èccoci… e ora come me lo tolgo dalle palle questo?)
“Accipicchia che notizia…” provò a sdrammatizzare topo B.
“M’ammazzo, sì, m’ammazzo!” (e ti pareva? Questo insiste… e che gli dico a questo minorato? che io ce lo attaccherei davvero alla canna del gas…) Provò un’ultima volta con il sarcasmo:
“E come fai? Come fai a ammazzarti se non hai nemmeno la testa? Che fai? Ti spari a una coda? Che t’inventi? T’impicchi? Coma fai a avvelenarti se non c’è una bocca? Dove te la infili la canna del gas?” e questa battuta del gas gli dette davvero soddisfazione.
“Dio santissimo… non ci avevo proprio pensato…”
Ma ora topo B era senza freni, e non poté che dare la stura alla rabbia repressa:
“Lo sai che ti dico? Tu sei così miserevole che nonostante la tua miseria non puoi nemmeno toglierti dal mondo! Eh no, topo A, tu sei costretto a sopportarti così come sei, con questa cosa orribile delle due code, per tutta la vita. Anzi, forse tu sei addirittura eterno! L’eternità come condanna!” sembrava una maledizione biblica.
Il topaccio si dileguò in un battibaleno, talmente veloce che topo B non fece in tempo neanche a sentire quello che urlava, se non una sorta di effetto doppler come la sirena di un’ambulanza, “…nooooo”.
VI
Si sedette sulla sdraio. Alla sua destra, sul piccolo tavolo di vetro della veranda, una grossa fetta di torta guarnita di crema e meringhe. Il sole faceva il cielo ancora più azzurro, e in lontananza il verde smeraldo delle colline sembrava dipinto. La vita è così bella, gli venne da pensare a topo B, peccato che sia appena un soffio, eh già. Certo, se fosse venuto al mondo come quell’infelice, con due code e nemmeno dalla stessa parte, sarebbe stato meglio farla finita subito… che campi a fare? dico io. E chissà se davvero non avesse trovato il modo di uccidersi, quel poveraccio. Ma del resto lui, anche con le migliori intenzioni, come avrebbe potuto aiutarlo? Però non è che puoi andare in giro conciato in quel modo come se fosse normale. Diciamoci la verità, se sei un mostro sei un mostro, e mica puoi permetterti di spaventare la gente… Vero, per un po’ sei anche simpatico, con tutte le scemenze che dici… ma poi il troppo è troppo. Eh già. Topo B allungò la mano verso il dolce, e si accorse però che la sua domestica insieme al dolce aveva preparato anche un piccolo vassoio di cioccolatini. Gli venne voglia di assaggiarne uno, perché del cioccolato era ghiottissimo, e scelse un bacio Perugina tradizionale. Lo scartò, e mentre lo faceva sciogliere sulla lingua lesse il fogliettino: “”Cerchi la presenza dell’amato come qualcosa di tuo” Tommaso d’Aquino (n.43). Che vorrà dire? rifletté per un attimo topo B. Mah… ci metti la firma di uno importante e puoi vendere qualsiasi cazzata, in fondo è un’idea geniale. E appena quel pensiero si dileguò non successe niente.
FINE DELLA STORIA DI TOPO B (E ANCHE DI TOPO A)