Non credo che Philipp Mailänder sia mai stato pubblicato in lingua italiana. Venuto al mondo in Germania nel 1841, seguace sia di Schopenhauer che di Leopardi, forse prendendosi più sul serio di quanto loro stessi si presero, a trentacinque anni si impiccò a uno dei travicelli del soffitto di camera sua. Degno di nota è come lo fece: l’editore gli aveva spedito a casa i primi volumi stampati della sua opera – che s’intitola Filosofia della redenzione – lui li impilò, ci salì sopra, legò il cappio alla travatura, infilò il collo e con l’ultimo guizzo fece crollare la torre di libri.

Lo trovarono penzoloni sopra le copie fresche di stampa e però abbandonate sul pavimento, immaginiamo con le copertine aperte e scomposte come ali di uccelli abbattuti. Grande teatro a suggello di un radicale pessimismo cosmico, che però non teneva sufficientemente di conto  né dei dolcissimi confetti partenopei di cui Leopardi era ghiotto e tantomeno del gusto per la buona tavola di Schopenhauer. A ben vedere Mailänder non contemplò neanche la bordolese di Kant, una a pasto.

Comunque quest’idea di tirare il collo a opera compiuta è qualcosa di cui far tesoro. Certo, non per morire per davvero, ma se si potesse ammazzare il solo autore dell’opera senza uccidere l’uomo, io lo farei. E cioè: il libro è finito? È pubblicato? Bene, adesso tu che l’hai scritto togli il disturbo e lasci spazio a un te stesso diverso, un tizio che con quel libro non ha niente a che spartire e che magari diventerà uno scrittore del tutto nuovo. Invece, purtroppo, non è così: o getti via il bambino con la saponata o ti trascini come un avanzo delle tue pagine scritte e pubblicate, un di più che è sempre un di meno.

Sì, beh, qualcuno valorizza l’esperienza, il sapere artigiano, i trucchi appresi – quando hai imparato a segare, piallare e fare qualche incastro hai voglia te a costruire! E invece no, perché guardarsi nello specchio delle pagine e vedere più o meno la medesima faccia, solo più stagionata, a dir la verità è pesante e noioso, e forse privo di generosità fino alla tirchieria. Sempre me, sempre la mia testa coi soliti crucci, lo stesso caratteraccio, le abitudini ancora quelle. Dicono, gli esperti, che se nobile è l’annata, il vino, col tempo, diventa ancora più pregiato. Forse è così, per chi se ne convince. Ma io, se potessi scegliere, preferirei l’acqua che scorre, come certi gatti che si definiscono appunto acquaioli. Del resto lo scrisse anche Blake: “Aspettati veleno da quel che ristagna!”

Il problema, però, è che i libri che ho scritto sono sottili, da poco meno di cento a poco più di duecento pagine, e anche a impilarli uno sull’altro quanto misureranno? Venti centimetri? Nessuno vorrebbe sollevarsi in cielo rimanendo così rasoterra. Nemmeno se fosse un angelo.

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