Un amico mi ha chiesto quali siano le mie aspettative su Angelo. Ho cincischiato sulla speranza che chi lo legge vi percepisca qualcosa che credo lo renda non banale – una risposta generica che vuol essere sensata, ma che alla fine non contribuisce a fare chiarezza. Poi ho aggiunto: “Non è un libro conciliante…”, un modo di prepararmi all’eventualità, non così improbabile, che piaccia poco o addirittura non piaccia. 

“Come tutti gli altri libri che hai scritto, no?” ha ribattuto l’amico, e il sottotesto era: “A che serve mettere le mani avanti?”.

Vero. E comunque un’aspettativa su Angelo ce l’ho, che è più una curiosità: come sarà accolto dalle lettrici.

Questo al mio amico non l’ho detto. La cosa che mi è venuta in mente è un’altra: “Angelo, più che il nome del protagonista, è il nome proprio del libro. L’ho sempre pensato di Madame Bovary…”

Avrei potuto continuare e spiegarmi: “Quando al processo Flaubert dichiara ‘Madame Bovary, c’est moi!’ non si riferisce al personaggio, ma al libro, virgole comprese. È questo che intendo. Dunque Madame Bovary in quella dichiarazione non indica la protagonista ma il titolo, e il titolo è il nome proprio del romanzo”.

Parlare d’altro la considero la pratica migliore per arrivare a dire quello che ci è più vicino, e infatti sto mettendo a fuoco con la coda dell’occhio: Angelo ha come protagonista sé stesso in quanto romanzo, e allora la vicenda del personaggio principale perde di centralità in funzione del libro. Perché possa accadere è indispensabile un altro personaggio, Frida, per la quale l’uomo Angelo diventa il vero e proprio fulcro di un modo di vivere. E, insieme e oltre a Frida, è necessaria anche la voce insistente di un narratore.

Il lettore ha dunque un compito importante, se non altro per tracciare la sua strada nel bosco del libro. Si metterà all’opera seguendo la vicenda di Angelo e Frida.

Dunque Angelo è davvero una storia d’amore: l’amore tra un uomo e una donna e insieme una storia d’amore per la scrittura di un romanzo.

Una narrazione che ha come protagonista sé stessa e riflette sul proprio modo di porsi nei confronti di chi la legge, dialogando appunto con un ipotetico lettore, la puoi definire metanarrazione. Cosa se ne rileva? Il raccontare come artificio, e cioè l’idea di una storia che esiste solo nella storia, al contrario della realtà che per procedere non ha alcun bisogno del senso di una storia.

Un romanzo così concepito stringe con il lettore un patto di autenticità, come se l’autore e il lettore si incontrassero in una dimensione esterna alla vicenda narrata, in una zona che nonostante sia fatta anch’essa di parole, vive però nell’illusione di un contesto privilegiato.

Un romanzo che si sviluppa con artifici che appartengono alla metanarrativa rinuncia all’inganno del realismo, e tuttavia non può fare a meno, anch’esso, dell’illusione – perché le parole, delineino esse una vicenda oggettiva o sostengano la voce di chi “parla” direttamente a chi legge, sono sempre parole, nient’altro che parole. Illudere il lettore invece di ingannarlo rimane comunque una scelta che sollecita una maggiore partecipazione critica e predilige una postura di accoglienza e ascolto meno passiva. Questo può essere importante specialmente in un’epoca dove la realtà che crediamo di vivere è costruita come un insieme di narrazioni che coprono quel che non si vuole far vedere. L’illusione, al contrario dell’inganno, non maschera la realtà ma la filtra, in modo che la si possa fissare senza voltare la testa.

Un romanzo che rifiuta le tecniche del trompe-l’oeil ha il pregio di mostrare che non devi fidarti di chi ti mette il mondo dentro una cornice e fa sparire la parete a cui è appeso. Vuole invece che tu strappi la tela, proprio per il rispetto della realtà e della vita oltre il muro.

C’è uno studio di Edward Glover, un dottore scozzese, che prende in esame la bocca dal punto di vista della psicoanalisi. La tesi è che il grande insieme delle soddisfazioni può essere distinto in due sottoinsiemi: le soddisfazioni attive e quelle passive, che contraddistinguono rispettivamente il morsicatore e il succhiatore. Il tipo passivo, infantile, succhia – mentre l’attivo, adulto, morde. La bocca degli adulti non si lascia abbindolare dal primo dolcetto che gli viene proposto, ma vuol muovere le mascelle e mettere in gioco i denti, trovare piacere in una partecipazione attiva. Angelo ha il merito di non cercare il proprio lettore ideale fra i succhiatori, con la consapevolezza che chi morde può anche abbandonarsi a succhiare, mentre chi sa soltanto succhiare non è in grado di mordere.

Credo che per apprezzare un romanzo come Angelo bisogna coltivare una certa idea di letteratura, e, in modo ancora più specifico, un’idea di quale sia l’utilità della letteratura.

Non penso che la letteratura serva semplicemente a raccontarci delle storie, di quelle se ne raccontano e ce ne raccontiamo già a sufficienza. Il romanzo è un genere narrativo che permette una grande libertà, e una delle forme più alte di libertà è quella di conoscere come stanno veramente le cose.

Forse si può considerare bello anche ciò che preferiresti non ti fosse detto, parole che in qualche modo ti spingono su un terreno duro da digerire. Si può stare al mondo in maniera consapevole – Angelo ha l’ambizione di dirti questo -, non bisogna necessariamente gettare la spugna per l’incapacità di guardare la realtà o peggio ancora intingerla nell’edulcorato, nello zuccheroso. In questo romanzo è protagonista anche la poesia di Leopardi, la Ginestra, che offre al suo lettore una prospettiva non certo consolatoria e che tuttavia non trova una scappatoia nemmeno nella religione del cinismo: io considero la Ginestra un grandioso esercizio per una emancipazione verso la dignità umana, adulta, che fa a meno dell’infantilismo dei Peter Pan.

Angelo cerca di dire qualcosa contro i due rifugi principali del nostro tempo: il vittimismo e appunto l’infantilismo, l’esaltazione dell’immaturità. Corre dunque il pericolo di non piacere a chi vuole che la lettura lo metta in pace con sé stesso, lo rassicuri e lo rassereni con il recitativo dell’armonia del mondo – o, peggio ancora, della natura.

Angelo vuole un lettore appunto partecipe che sa mettersi in ascolto anche quando non gli fanno le carezze o lo lisciano per il verso del pelo. Credo di non sbagliarmi: Angelo ha qualcosa da dire, forse addirittura d’inattuale, qualcosa che non è un’idea prefabbricata e preesistente, ma che è andata formandosi con la scrittura – “con”, cioè insieme alla scrittura. 

Nel costruirsi con la scrittura più che su un progetto ben determinato Angelo non si differenza dagli altri libri che ho scritto. Però io lo sento come il libro che fornisce una chiave di interpretazione per tutti gli altri, sia pubblicati che non.

Ho cercato di lavorare con cura a ognuno di essi, come con cura fai un passo e poi il successivo. Ma quel che conta, per me, è il percorso complessivo, e i singoli passi – i singoli libri – non sono che i momenti in cui misuro la falcata, dal punto in cui il piede lascia il suolo al punto in cui lo reincontrerà.

Anche qui siamo di fronte a un singolo passo, e però, mentre lo facevo e camminavo, ho avuto l’impressione di fare un passo anche dentro la scarpa. Dal punto di vista della cura non c’è niente di più degli altri passi – degli altri libri – ma c’è l’avvertire il passo, e se ciò può essere percepito anche all’esterno – questo io non posso saperlo se non di riflesso –, allora la tua ultima falcata dice qualcosa in più sul modo che hai di camminare, e forse lo dice non soltanto a te. Angelo, per come l’ho vissuto e lo vivo tutt’ora, ha insomma una particolarità.

Racconta qualcosa di più trasparente su sé stesso ma anche su Il gigante, su La storia di Bobi, su Serpenti, Vintage, Il mio supereroe preferito, La carrozza affogata, Dolls, A far tempo da – elencati così, in ordine sparso.

E poi sulle poesie scritte, sui racconti non pubblicati, sui libri de Il signor Itchek –  sui diari di lavoro e forse anche sul primo tema scolastico che, scritto alle elementari, destò un qualche apprezzamento in chi lo lesse. Si potrebbe intitolare, insomma, Angelo, o della scrittura, ovviamente non la scrittura per antonomasia ma la scrittura che ho scritto. Che ho scritto e che scriverò?

Per me, scrivere, ha sempre voluto dire sentirmi di più nella realtà delle cose. Ma Angelo racconta che, proprio per questo, scrivere è anche sparire, annullarsi. Quindi, per il futuro, non so, sinceramente, cosa augurare a me stesso.

La vicenda di Angelo e Frida è compresa in un anno circa, o poco meno. Non ci sono dei riferimenti temporali che scandiscono l’azione in maniera precisa, ma solo alcuni segnali – come l’uscita di un film, la data di pubblicazione di un libro che può orientarci nel periodo, qualche descrizione ambientale che ci indica la stagione in cui siamo –, più che segnali precisi sono però indizi che vanno ricostruiti.

Stando a questi riferimenti possiamo collocare la vicenda tra l’autunno-inverno 2013 e l’estate 2014. C’è anche il diario di Angelo che crea un po’ di confusione, perché lui non usa date, ma soltanto un asterismo, quel segno che generalmente in un libro evidenzia gli spazi bianchi, o l’inizio di un capitolo. Dice però di avere quarantatré anni, sappiamo anche il giorno preciso del suo compleanno, e se consideriamo le sue note diaristiche come affacciate sul presente, i conti all’incirca tornano. Non si conosce la città, soltanto alcune vie, il nome di un cinema e di una libreria, il nome di un negozio di occhiali e di un panificio-gastronomia. Il tutto risulta abbastanza sospeso, con qua e là qualche dettaglio molto preciso, come se emergesse da una nebbia diffusa.

Cosa sappiamo della vita di Angelo prima della vicenda presente? Quello che ci dice lui nel diario e che lui racconta a Frida. Cosa sappiamo di Frida prima che incontri Angelo? Quel che affiora dalle sue riflessioni. I personaggi, cioè, non sono descritti nella loro storia precedente da una voce narrante, ma più da loro stessi, nelle riflessioni su sé stessi e su quel che gli sta accadendo, oppure li vediamo in azione. E comunque una voce “saputa” all’interno del libro c’è, e si fa sempre più presente, a volte quasi invadente. A un certo punto diventa addirittura sfacciata e si rivolge al lettore con una domanda piuttosto impertinente, un po’ inquietante: gli chiede, secondo te, lettore, “Io, chi sono?”. Lasciandolo poi in sospeso, ma con questo pungolo.

Scrivo “pungolo” e non mi piace indicarlo in senso metaforico: penso concretamente a quel bastone con un puntale di ferro che veniva usato per stimolare le bestie da lavoro. In Angelo ci sono dei pungoli che possiamo definire di curiosità per come procederà la trama, di attesa: come andrà a finire la storia di amore fra Angelo e Frida? Perché Angelo fa quei sogni orribili? Ci nasconde qualcosa? Qual è il vero motivo per cui è in cura da uno psicanalista? E poi c’è un pungolo che invece tiene in mano il narratore, quel pungolo con cui una voce punge e sprona chi sta leggendo, e lo dice anche: “fai il tuo mestiere di lettore”. Spesso sono domande rivolte direttamente: Io chi sono? E tu? Tu che tipo di lettore sei? Non ti senti preso un po’ in giro, in questo momento? Ti do fastidio? Non ti piace che ti fornisca delle dritte? Ma tu pensi davvero che quando leggi libri diversi da questo non stai abboccando all’amo? Non è che abbocchi soltanto perché non riesci a vedere la lenza? E ora cosa ne faremo di questi personaggi?

Qui, comunque, mi preme non creare dei fraintendimenti. Nonostante questo pungolo, io, che ho la responsabilità del romanzo perché ne sono l’autore, non mi identifico con la voce narrante – o almeno, se mi identifico con lei allora posso identificarmi anche con Frida, o Angelo, o con il Ferrari, o con Vittorio e in fin dei conti, perché no?, anche con il topo Renzi, con una panchina, con la tomba del giovane calciatore ecc. In fin dei conti si tratta sempre di scrittura, di punteggiatura, di spazi bianchi… E poi questa voce, che in certi momenti può apparire urticante, io credo che in fondo lo rispetti, il lettore, e anche quando lo pettina contropelo, forse agisce meglio di chi lo carezza malignamente nel verso giusto come si circonviene uno sciocco, da abbindolare con qualche moina. Diamogli la pappa che vuole, al bimbo. Anzi coccoliamoci un po’ insieme, facciamoci reciprocamente le fusa.

Lo stesso, come autore, penso di rispettarlo, il lettore di Angelo e dei miei libri in genere. Forse proprio perché, come lettore-che scrive, non amo quegli autori che cercano di conquistarmi a furia di buffetti, di farmi innamorare perché mi nascondono quel che non voglio sentirmi dire, anzi, addirittura di plagiarmi con le lusinghe. Altra cosa è una scrittura che non teme di scomodarti, che cerca di non assecondare le tue abitudini, che ti vuole con gli occhi aperti – e che trova perfino l’impudenza di dirti: la devi finire di prenderti in giro, di raccontarti le storie che ti fanno addormentare, di non cercare una scrittura ma una massaggiatrice. Penso che si possa amare anche uno scrittore così, lo certificano proprio quei libri e quegli autori a cui sono più legato. Sono anch’essi libri che hanno la capacità di farti innamorare, anche se ti dicono qualcosa che assomiglia tanto alla verità, anche quando non è così allettante e consolatoria – che forse t’illudono, certo, ma non t’ingannano. Rimane comunque una domanda fondamentale, che riguarda direttamente sia i lettori che gli scrittori: sei davvero innamorato o ti hanno messo il ciuccio in bocca? Succhi o mordi?

La cosa che può apparire paradossale, ma non lo è affatto, è che queste considerazioni sono innescate da un romanzo che si può definire, appunto, un romanzo d’amore, perché è incentrato su almeno due fortissime relazioni d’amore: Angelo e Frida, la scrittura. Sono, secondo me, molto intense, entrambe. Ma non hanno niente di esibito, di spettacolare, di messo in vetrina. Anche questa è una chiave del romanzo, un aspetto che confina, indicandolo, con una sorta di atteggiamento etico. C’è un modo di vivere, dentro queste pagine, che assomiglia al nascondersi, quasi proteggendosi, e forse addirittura allo sparire: una forma di vita che disdegna il protagonismo, la performance, il voler essere al centro dell’attenzione. Per dire: non ci possiamo immaginare Angelo e Frida che si fanno un selfie e lo postano su un social per far vedere a tutto il mondo – cioè alla bolla dei propri amici – che sono tanto, tanto contenti. Non troverebbero, in ciò, alcun godimento. Frida è una bellezza discreta, ha un’eleganza che non vedi in vetrina, le dice Angelo. Di lei arriva il profumo, qualcosa di pienamente fisico ma anche questo non invadente, non ha l’ambizione di impattare come immagine. Angelo, anche lui, sembra faccia di tutto per non dare nell’occhio, veste in maniera piuttosto anonima, un po’ antichino forse, ha scelto soltanto un paio di occhiali di marca, che Frida nota subito perché è un’esperta, ma possiamo scommetterci: quelli sono i suoi occhiali e non li cambierà a ogni stagione, perché non li considera un ornamento.  Gli occhiali gli incorniciano lo sguardo, Angelo è forse anche sbadato, ma è un osservatore. Uno concentrato. Insomma, i due non sono assolutamente persone fatue. Sono soli? Forse sì, forse non vorrebbero essere soli, ma in qualche modo non è una solitudine asociale, è invece qualcosa che in certi contesti – nella maggior parte dei contesti – diventa inassociabile. Angelo è disturbato, per esempio, dalla goliardia maschile, quella becera, preferisce nascondersi che raccontarsi, anche se ha molto da raccontare, ma in un rapporto non superficiale, intimo. Frida lo ascolta, lo considera una persona preziosa, lei ha cercato di dividere la sua vita per priorità: da una parte le cose importanti, su cui merita ricercare una qualità, dall’altra il resto, con cui è necessario mantenere un rapporto quasi esclusivamente strumentale. Angelo è una sorta di fiume in piena, ma sotterraneo. Frida avverte qualcosa in lui che fa un po’ di paura, ma sa che quella, appunto, è una paura preziosa. Frida, nella propria vita silenziosa, percepisce il rumore sotterraneo del fragore nascosto di Angelo. C’è una forza, in lui, che non è sguinzagliata.

Ora mi piacerebbe scrivere anche della fotografia che ho scelto per la copertina. Buster Keaton non è un tema nuovo per me. Su Il mio supereroe preferito c’era una casa sgangherata che era un’immagine con un effetto di stilizzazione fumettistica presa da uno dei lungometraggi più famosi del genio: One week. Stava lì a rappresentare la struttura del romanzo. Questa volta i protagonisti sono invece due, lo stesso Buster e un’attrice, della quale non ricordo il nome. Il film è La casa elettrica. Non è un fotogramma del film, non mi sembra, la fotografia è stata scattata, forse, in previsione del suo lancio pubblicitario, magari una delle tante. Qui ne vediamo un particolare, dove c’è questo abbraccio molto avvolgente, una fusione, dove si notano gli occhi dei due che tuttavia non si guardano, ma mentre stanno saldi e uniti, guardano con sbigottimento di fronte a sé, ci guardano. Occhi di meraviglia, occhi di stupore anche un po’ angosciato: forse un greco antico avrebbe detto “thàuma”. E questo sarebbe già abbastanza per una bella copertina, che abbia un significato. Se l’immagine fosse completa vedremmo ancora di più, forse troppo. Intanto che questi due corpi che appaiono così uniti, sono anche divisi, perché le gambe si allontanano, e disegnano quasi una A, per me la A di Angelo. Diciamo così: i due stanno in piedi abbracciandosi l’uno con l’altro, ma i piedi dell’uno sono così distanti dai piedi dell’altra che più di così non si può. Una sorta di triangolo, alla base i due sono separati, in alto si uniscono. Si uniscono, si stringono, ci guardano. Mi è dispiaciuto tagliare la fotografia, ma non si poteva fare diversamente. Se guardate il film vi accorgerete che anche in questo caso la villa dove si svolge la vicenda, la casa di un riccone, in qualche modo si sganghera, perché tutto comincia a funzionare in modo strano. Questo delle case che si distruggono, che si montano male, che hanno una funzionalità stramba è, secondo me, una delle metafore più presenti nei film di Buster Keaton, dove il mondo è un po’ sottosopra e lui lo attraversa con la sua faccia di pietra lunare.  

Penso che chi ha letto il libro troverà in questa immagine una sorta di sua prefazione, perché dopo la lettura percepirà ancora qualcosa di più di quel che ho detto, che secondo me apparirà ben in vista. O forse sono soltanto mie supposizioni.

Insomma, anche Angelo, come tutti gli altri libri che ho scritto, è un libro oramai scritto, ma che ha un finale che più che chiudere apre, ti fa una domanda e si mette in ascolto.   

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