Il capitolo quinto de Il processo di Franz Kafka è conosciuto come quello del bastonatore. Ci troviamo nell’istituto bancario dove lavora il protagonista K., uno dei procuratori. È sera tardi, il funzionario si è trattenuto in ufficio e passando lungo il corridoio sente dei lamenti provenire da dietro la porta di un ripostiglio. Vorrebbe chiamare uno dei due fattorini che ancora sono al lavoro, ma poi la curiosità è talmente irresistibile che sebbene abbia il presentimento di essersi imbattuto in qualcosa di inquietante, spalanca la porta e entra nel bugigattolo.

Nel buio appena rischiarato da una candela fissata a una mensola – il soffitto è così basso che si è costretti a stare piegati –, intravede due individui che già conosce e appunto il bastonatore. Le vittime sono Franz e Willem, che abbiamo incontrato all’inizio del romanzo, gli incaricati dell’arresto di K., i cosiddetti custodi. Del bastonatore invece non si sa nulla, se non che anche lui era un custode che in seguito ha fatto carriera e da quel momento svolge con zelo il suo nuovo ruolo. La situazione, come vuole la terminologia più usuale per definire le atmosfere kafkiane, è assurda: sei nell’ufficio dove lavori, apri la porta di un ripostiglio, dentro c’è uno che sta fustigando a sangue altri due, si consuma un castigo.

Qual è la colpa? Si intrecciano i dialoghi tra gli attori in modo serrato: Kafka non utilizza il capoverso quando parlano i suoi personaggi, le parole che si scambiano diventano la carne dell’intera descrizione, formano un blocco pressoché unico. Se ne deduce tutta una serie di argomentazioni da più punti di vista, dove la colpa rimbalza da uno all’altro. Noi ci siamo comportati secondo quanto ci è stato ordinato, si giustificano le due vittime, dovevamo arrestarti ed è quello che abbiamo fatto. Tu però ci hai denunciato, ed ora eccoci massacrati di botte in questo lercio stanzino. La colpa è dunque tua. No, ribatte K., io non vi ho denunciato, ho soltanto riferito oggettivamente sulle vostre azioni al giudice istruttore e non avrei mai potuto immaginare quali sarebbero state le conseguenze. Tanto è vero che voglio rimediare e corrompere il bastonatore con una bella somma di denaro, affinché la smetta di picchiarvi. Assolutamente no!, risponde il bastonatore, mi prendi per uno sciocco? Così in un secondo momento denuncerai anche me e i superiori diranno che non ho svolto il mio lavoro. Perché il punto è questo: “Sono incaricato di bastonare, dunque bastono.”

I dialoghi vanno avanti per diverse pagine, ma è come se girassero a vuoto, gli accadimenti procederanno all’infinito senza soluzione di continuità. Addirittura c’è un legame reciproco che unisce vittime e carnefice: in fondo il bastonatore non fa che il suo dovere, è salito professionalmente di grado e bastona, ma se non fosse scattata la denuncia le vittime avrebbero fatto carriera loro e adesso magari bastonerebbero lui. Niente di cui stupirsi, le cose procedono nella norma, anche se per chi si è ritrovato suo malgrado vittima è assai doloroso, mentre per l’attuale bastonatore addirittura esaltante. Il giorno seguente infatti K. ritorna alla porta del bugigattolo e niente è cambiato, la macchina del castigo funziona alla perfezione anche senza che si sia stabilita una colpa certa. Sì, K. si augurerebbe che al posto dei due custodi ci fossero i giudici superiori che hanno dato l’ordine del suo arresto, in quel caso sarebbe disposto a pagare il bastonatore non perché smettesse di picchiare ma, al contrario, per continuare con più lena, in fondo allora lavorerebbe per una buona causa, cioè per la sua.

La scena ha qualcosa di onirico, o, come usualmente si dice, è un incubo di cui Kafka rimane il maestro indiscusso. Ma non credo si possa leggere la sua scrittura senza stabilire un patto fin dall’inizio: il sonno e la veglia, nelle sue storie, appaiono mescolati, e questa è la normalità delle situazioni che attraverseremo nella narrazione. Se proviamo a difenderci e rassicurarci distinguendo l’incubo dalla quotidianità non funziona più nulla. È Kafka stesso a dircelo in maniera chiara in un passo del romanzo, sebbene cassato: “ci vuole una sconfinata presenza di spirito o meglio prontezza, per afferrare, aprendo gli occhi e svegliandoci, tutte le cose nel medesimo posto dove si sono lasciate la sera”.

Del resto, quando a Gaza si spara su chi si getta affamato su una manciata di farina, ci sembra difficile separare l’incubo dalla realtà, ma di una cosa siamo certi, se chiedessimo al soldato perché sta sparando la risposta meno corrotta dalla menzogna sarebbe senz’altro questa: mi pagano per sparare e io sparo. Lo stesso non crediamo alle nostre orecchie quando un giornalista giustifica il genocidio compiuto da Israele, ma anche il professionista dell’informazione non avrebbe che da rispondere così: mi pagano per dire che Israele è una democrazia e io lo dico. Senz’altro questi lavoratori sono ammaestrati a fornire altre giustificazioni indipendenti dalla retribuzione e dal riconoscimento che gli viene garantito dal loro impiego – un’attività che, per quanto nell’indecenza, non si svolge dentro un buio ripostiglio, ma ben in vista, sotto gli occhi di noi spettatori. Teniamo comunque a mente l’autenticità del bastonatore: “Le tue parole sembrano credibili, ma io non mi lascio corrompere. Sono incaricato di bastonare, dunque bastono”. Questa motivazione, che è ugualmente valida sia per i dormienti che per chi veglia, interpella tutti noi. Tu, per esempio, per cosa ti pagano?  

Ti rimane comunque una scappatoia. Quando le grida di chi è massacrato si levano rintronando i corridoi e facendosi udire da tutto il palazzo, allora, all’accorrere dei fattorini, ti puoi sempre giustificare con l’ultima menzogna, come fa lo stesso K. Gli domandarono: “È successo qualcosa?” “No,no”, rispose, ”è soltanto un cane che abbaia nel cortile”. E siccome i fattorini non si muovevano, aggiunse: “Potete ritornare al vostro lavoro”. 

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