Per comprendere appieno questo mio ricordo è preferibile che tu sappia cosa rappresenti la pesca per un bambino, meglio per esperienza diretta e meglio ancora se hai avuto undici anni nella prima metà dei Settanta, o che almeno riesca a immaginarti che cosa potesse significare. Vorrei anche che tu leggessi diversamente da come leggi i tuoi messaggini sullo smartphone e che magari rileggessi daccapo, o tornassi indietro dove credi di aver capito ma in realtà non hai capito. Tu non sei abituato a leggere poesia, lo so, mentre io sì, e leggo assai lentamente, con la convinzione che una banda che passa e suona camminando, per un orecchio come il tuo, può anche fare spettacolo, ma non per me. Sarebbe anche necessario che tu avessi avuto una vita dove hai saputo coltivare una passione, che appunto è una passione, e non una delle tante amene vogliuzze, un qualcosa insomma che ti abbia portato ad assaporare l’esistenza nel profondo e non a farti passare il tempo dietro a ogni forma d’identità fittizia che t’infilano nel piatto e che sei invitato a consumare in fretta, consumandoti. E ora, dopo questi avvertimenti che generano una buona dose di antipatia, possiamo cominciare, e se ti sei già risentito magari leggi lo stesso, perché le migliori medicine sono quelle amare, non l’hai mai avuta tu una nonna che te lo insegnasse? Io, fortunatamente, sì.
Quel giorno fu una delle prime volte che mi portarono a pescare, il fiume era l’Elsa come lo sarebbe stato per qualche tempo. In quegli anni non si pescava nei laghi a pago, quasi vergognandosi di considerarli pesci, quei pesci buttati lì perché tu ti potessi divertire dopo aver staccato il biglietto, quei pesci puttana. C’era invece il fiume, senz’altro inquinato forse più di adesso, l’acqua quasi marrone caffè nei pressi di una cartiera, il tanfo appiccicoso e pesante, addirittura lo scroscio della cascata alla pescaia che montava la schiuma. Ma ai bambini questo non importa, per i bambini contano i pesci, sul resto si dilunga soltanto chi non si sente le viscere, appunto la passione. Non eravamo sofisticati ma sapevamo comunque distinguere ciò che sta in alto da ciò che sta in basso, il necessario dall’indecenza di provare un fremito per un meraviglioso qualsiasi.
Arrivammo la mattina non molto presto – ah, dimenticavo di dirti che quel giorno mi accompagnò mio cognato, che però era già un uomo fatto, una ventina d’anni più di me. Pescatore anche lui, ma con scarsa esperienza e abilità, non certo un professionista dell’amo. Ora se ne vedono a quintali di questi qui che postano i tutorial su Youtube in cerca di like, vestiti di tutto punto, gilet verde militare con cento tasche, occhiali a specchio e cappellino pubblicitario… che parlano e parlano di montature, di pasturazioni, di strategie, di tattiche… Io me li immagino da soli a casa a montare nella loro stanzetta i video per rendere le catture più accattivanti e drammatizzarle con la colonna sonora, o mentre si fanno filmare dall’amico brufoloso che non sapeva come ammazzare il sabato mattina e che si sono portati dietro. Li ho incontrati anch’io i pescatori veri d’Elsa e di fiumi lontani quasi mitologici, ma avevano l’aria di persone normali, non certo di pupazzi da fiera “tirati a bischero” – allora, gli avanguardisti dell’imbecillità spettacolare, li definivamo così. Per me un pescatore vero era Ciaccio, un omone di sagacia e di capacità indiscussa, che sapeva darti dei consigli veramente utili, primo fra tutti che se volevi davvero imparare a pescare dovevi andare qualche volta con lui – un privilegio eccezionale – perché non s’impara con le parole e meno che mai con la didattica a distanza, ma mentre siamo lì, sul fiume sotto il sole, e si guarda e si fa, e si guarda e si fa e si sbaglia, e si riguarda e si fa. Di lui raccontavano che avesse bucato una reina di undici chili!, che ovviamente per i super pippo da Internet non sarà certo un record, ma che allora poteva essere imparentata con il pesce cane di Pinocchio, l’Attila del mare – lo dico per tutti quelli che Pinocchio non l’hanno mai letto, e però quando ne sentono parlare dicono sicuri “Eh sì Pinocchio…” con in mente soltanto i bambolotti giocattolosi di Walt Disney.
Insomma, arrivammo sul fiume che c’erano già i pescatori sistemati nelle piazzole, i posti più promettenti presi. Era un’abbagliante domenica d’estate. Lo so ancora come si arriva in quel luogo al mulinaccio, anche se l’ultima volta che ci sono andato saranno forse quarant’anni fa, non vorrei che mi si spezzasse il cuore. Lungo la pescaia, al suo estremo, trovammo un buco, un angolino riparato e fitto di vegetazione. Tra noi e il cielo un albero, non era facile nemmeno muoversi. Eravamo in due con una canna soltanto, fissa, una ruzzola di lenza, qualche amo e piombino, un paio di sugheri e le immancabili larve di mosca, familiarmente chiamati bachi. Esca che i professionisti non usavano, utilizzando invece granturco, pasta gialla e i più virtuosi il lombrico, cioè l’intramontabile becio – di rimando preciso che Becio con la maiuscola era anche il nome di un altro pescatore famoso del luogo, meno simpatico di Ciaccio. Quel giorno, nell’angolino, stendemmo la nostra lenza con poca convinzione, un fiocco di bachini all’amo e qualche manciata intorno al sughero. Riuscii a portare a casa i miei primi due pesci che non fossero alborelle: un cappone rosso – in realtà di un arancione shocking – e, sentimi bene, la mia prima carpa, addirittura specchio – ovviamente sottomisura, ma chi se ne frega. Li ricordo ancora, questi due pesciotti, perché, stecchiti, rimasero in visione nell’acquaio di casa per un intero pomeriggio, a puzzare. Ma non sono loro i protagonisti della mia storia, e nemmeno io e nemmeno il cognato. Il personaggio principale di questo mio ricordo è una sorta di pesce fantasma, che improvvisamente c’è e poi non c’è più, un bel pescione che quasi di sicuro era una reina e che ho visto fuori dall’acqua per una frazione di secondo. La vera protagonista di questa storia, quindi, è la perdita, l’esaltazione e la delusione raccolte in un intervallo di tempo minimo, e alla fine una bolla di fango sollevata dal fondo. Perché accadde questo. Il mio sughero sparì sott’acqua fulmineo, trascinato via, e io fui pronto a ferrare e così feci, in senso inverso come vuole la regola… ma quel bolide era talmente deciso che mi strattonò nella sua direzione e di certo sarei finito in acqua se mio cognato non avesse avuto la prontezza di afferrarmi per poi immediatamente agguantare anche la canna, e allora entrambi cominciammo a tirare il pesce a noi o per almeno fermarlo nella corsa, la canna completamente piegata fummo però troppo entusiasti e poco lucidi, ci travolse appunto il fuoco della passione, e in culo alla pazienza – che, come si sa, è da sempre la prima virtù dei pescatori – volemmo sconsideratamente sollevare la bestia di forza, e infatti la tirammo su all’aria e io potei ammirarla per un secondo e poi si dimenò e con fragore cadde nell’acqua nera ai nostri piedi, sollevando appunto una bolla di terra. Ahinoi!, quel che la generosità di Dio ci aveva dato, tempo lo sbattere di una palpebra crudelmente ci fu tolto! E tutto questo credo ti sia apparso piuttosto rilevante, o almeno io mi sono sforzato di rendertelo tale, ma tieni presente che il mio era e sarà per sempre lo sguardo di un bambino, tra l’altro d’indole immaginativa e destinato a rimanere un poeta. A riprova il fatto che di quanto ti ho raccontato, cercando di catturare non solo il pesce ma soprattutto la tua emozione, mio cognato non si ricorda nulla, né della domenica, né del posto, né del bolide.
E ora stai attento perché è in arrivo la conclusione, ed è qui che potrai comprendere se hai imparato qualcosa o se ti conveniva rimanere a scrollare lo smartphone. Qual è il motivo per cui ti ho raccontato questo mio ricordo vero che mio cognato Graziano non si ricorda più? Il fulcro, come forse avrai già capito – e se lo hai capito non è perché sei bravo e attento ma perché sei stato preso all’amo anche tu – il centro di tutto, insomma, è il senso della perdita. Io, quel magnifico pesce, non sono riuscito a catturarlo. E non voglio dire che la mia personalità abbia subito una coltellata non rimarginabile, non è questo il punto. Fu però l’inizio di un’abitudine a quel che da lì in avanti improvvisamente ci sarebbe stato e poi non ci sarebbe stato più, per lasciare solo la traccia di sé in una bolla di fango che sale in superficie. Mi sono chiesto più volte cosa sarebbe accaduto, della mia vita, se quel pesce l’avessi invece tirato in secco e sistemato in bella mostra nell’acquaio insieme agli altri due pesciotti. Quale fiducia avrebbe infuso dentro di me sulle mie capacità e attitudini, quali carriere avrei potuto e saputo intraprendere per arrivare a un definitivo successo. Ma non è stato così. E infatti sono qui a raccontare questa storia, che per mio cognato non è che una favola, e che forse ti farà rimpiangere di aver trascurato il tuo prezioso smaneggiare sullo smartphone. O magari ti ha preso davvero l’amo, per poi dimenarti e sparire in una bolla di fango insieme a quel bolide fantasma – oppure per rimanere con me, e come me, un pesciotto cappone qualsiasi.