CARTA DODICESIMA, LO MIRACOLO DE LO CARPONE IN SCRITTURA NOSTRANA
Ma noi non eramo solo pescatori d’homini, ma anco di pescioli, e per li pescarli s’andea nel Chiago o nel Saonda. Li fratelli pesci son furbi, se sa, e allora per chiapparne bisognava industriarci e di molto, anco perché noi poverelli non si disponeva d’attrezzatura adeguata, con ami forgiati dalli fabbri e laccioli pressoché invisibili di crine di cavallo.
Ognuno avea li suoi miseri metodi di pescatura. Per esempio Gonzago procedeva per immersione delli piedi sua, che disciogliendo lo spòrcore in acqua causavano l’effluvio di una sostanza storditiva, ma solo per li pescioli picciriddi e per breve lasso di tempo, perché correndo la corrente presto li nettava a nuovo, li piedacci unghiolati! Gonzavo procurava una fritturina mista d’arborelle e casomai qualche girino, ma non altro.
Per lo pesce grosso come carpone o tinca gialla, invece, ce volea lo bacchio e sorella farfalla o cavalletta. C’era questo fatto d”avere prima l’esca, dunque, e una volta presala però te venia la voglia di magiartela lì seduta stante, invece di farne uso peschereccio, perché lo appetito era grande e forse valea più una cavalletta oggi che la tinca ipotetica di domani… Ma tant’è, una volta catturato lo insettuolo e afferrato lo bacchio, te mettevi sulla riva e la cavalletta la ponevi delicata sulla superficie dell’acquore, e quando lu pescione se veniva da sotto per papparsela tu lo dovei menare di forte bacchiata per tramortirlo, prima che lui te rubasse la cavalletta, “che t’aveo detto?, gl’era meglio se te l’eri pappata te!”.
Per lo pescione c’era anco lo modo di fratello Egidio, ch’era tontolo, ma avea come pregio una grande capacità polmonare, e avveniva così: lui se distendea supino su lo fondo del Saonda o del Chiago, e se fingea morto, anche per minuti tre, finché, curioso, s’avvicinava lu barbo o lu cavedano, e lui fermo, poi se faceva vicino, e lui fermo, e quando il pesciolo era ormai a ridosso, lesto Egidio resuscitava e almeno una volta su tre lo potea chiappare abbracciandolo. Come quella volta che afferriede uno pescio di così vasta mole che fu condotto per tutto lo torrente Saonda fin dove confluisce nel Chiago, che manca poco ce schiattava di soffocone. Tal quale ‘l profeta Giona, se dirà. No, perché Giona drentro la balena c’era, mentre Egidio la tenea forte strinta a sé. E poi il nostro Egidio è cristianissimus!, mica un Ebreo di Giuda!
Ultimo metodo era quello di fratello Pacifico, che tuonava enormi trombe di culo, e allora se poneva con le chiappone sotto la superficie e sparava a casaccio, e metti se di lì passava una lasca o una ravanella dallo squasso parea bomba e aggallava rinculando di brutto, e presto lui la prendea.
Ci fu quella volta però che venne a pescare con noi anco lo santissimo Cesco e dopo aver assistito per tutto lo giorno e parte della sera alle nostre povere tecniche di poco frutto – un cavedanello, due arborelle, una zoccola così nominata per lo scarso pregio e uno gambero d’america passato lì per caso – Cesco se mise con li piedi steccoluti nello fiume per poscia affondavvi appena uno ditino della mana: passaro nemmeno due secondi de’ numero che abbocchiede uno carpone specchio reale di misura oltre il braccio e kilogrammi sette, e il santo sorrise, e su lo tirò tutto contento. Era uno miracolo, detto da lì in poi lo miracolo del carpone. “Ma così però non vale…” ce lamentammo scherzosi tutti all’unisono.
Anche la carpa ce la cuciniede la Santissima Chiara, ma se la papparo tutta li soliti lebbrosi, riservando a noi fratelli di Cesco testa coda e liscona, con lunga broda guazzetta.
Dice Egidio: “Nella broda ce se pole ‘nzuppare…”
“Icché?” fec’io, ché ‘nfatti non se disponeva nemmeno d’uno pezzo de pane seccore.
“Ah già…” realizzò lo tontolo Egidio, manifestando ancora ‘na volta la santa ingenuità del fare discorsi a vanvera.