Il posto migliore

Ha parcheggiato e immediatamente dopo ecco l’auto. Ore 4 e 50 circa, ancora buio pesto, il signor Itchek viene dalla sosta al piccolo bar del benzinaio che lui chiama proprio così, “il bar del benzinaio”, il solo aperto a quest’ora. L’ultima frazione di viaggio è stata di 5 minuti circa, ma il signor Itchek, pescatore di mare a canna, aveva già percorso circa 130 chilometri, in un ora e venti, volando vie di grande comunicazione, bretelle e un tratto autostradale – non solo per raggiungere questa piazzola al buio, ma per poi uscire dall’abitacolo e rampicare viottoli e scese solitarie di quasi alpinismo da roccia, con zaino, un fascio di n° 3 canne bolognesi + canna fissa, retino, secchio e bachi. Il tutto per arrivare proprio a quella punta, sul versante nord, dove l’onda s’incunea dolcemente e fa risacca tra gli speroni di due grossi scogli, a sinistra, e a destra apre alle profondità del largo mare. Un posto meraviglioso, in particolar modo in questa stagione, con questo tempo che minaccia di piovere ma reggerà, e la marea che tra un quarto d’ora comincerà ad alzarsi per arrivare al picco intorno alle dieci. Però c’è un problema, un grosso problema: l’altra auto subito dietro di lui, nonostante l’ora piccola purtroppo il signor Itchek non è solo. E qui inizia a stilare le ipotesi più probabili:

  1. è di sicuro uno di qui, o che conosce questo luogo come le proprie tasche, cioè un habitué, altrimenti non si arrischierebbe a sfidare il buio;
  2. che sia di qui oppure un habitué sa di sicuro che il posto migliore è quello per cui il signor Itchek stamani si è alzato alle 2.30 e si è fiondato in autostrada;
  3. è certo più giovane, perché l’età del signor Itchek ormai sconsiglia sia le levatacce e le lunghe percorrenze che, tanto più, le rampicate in solitaria sugli strapiombi;
  4. se si trova qui a quest’ora, di sicuro il tipo è un passionale, e le passioni viscerali non scendono a compromessi.

Insomma, mentre spalanca lo sportello per scendere dall’auto il signor Itchek ha già stabilito in una frazione di secondo che è spacciato.  Apre la bauliera e come tutti i corridori inesperti fa il primo errore: gira lo sguardo per vedere con chi ha a che fare. Nel buio decifra una sagoma alta e snella, sì, è un giovane… tra l’altro con la coda – anche se non sa bene come leggere questo dettaglio -, ma il peggio deve arrivare, perché il tipo scarica una cannetta di nemmeno due metri, già montata, e basta. È un dannato pescatore a spinning, una tecnica che per il signor Itchek, nato alla pesca nel lontanissimo 1972 quando la fibra di vetro aveva da poco sostituito il bambù, può considerarsi spaziale. Il signor Itchek si arrangia con esche vive e succulente, oppure magiche pastelle che con gli anni hanno conservato la tradizione di venerabili ricettari – questo tipo invece attacca all’estremità della lenza un coso finto e via, è pronto. Certo anche il pescatore di spinning avrà tutta una gamma di artificiali a cui far riferimento – di cui lui, ovviamente, non capisce un’acca – e a volte userà addirittura il vivo – cioè un altro pescetto – ma tutte queste carabattole se le porta più o meno indosso, e diciamoci la verità, potrebbe venire a pescare con la sua cannetta, un gilet di taschini e le infradito. Il signor Itchek guarda sgomento la sua attrezzatura: sebbene gli anni e l’esperienza abbiano consigliato di alleggerirsi notevolmente – una riduzione al quasi-essenziale –, rispetto a ciò che è necessario per lo spinning la sua attrezzatura può essere considerata mastodontica. Un po’ come i primi calcolatori con le valvole confrontati a uno smartphone, un po’ come se al tablet tu paragonassi non dico la tavoletta di cera, il papiro e la pergamena… ma la piuma d’oca sì. Il signor Itchek è davvero spacciato, mai e poi mai potrà arrivare per primo al suo scoglio. E poi questi pescatori di spinning sono tosti, predano i predatori come le lecce, le ricciole o addirittura i barracuda, mentre il signor Itchek, con i suoi bacherozzi e le pastelle e il fascio di canne e lo zaino e addirittura il secchio,  tenta l’eleganza argentea di qualche occhiata, il furore contenuto di un saraghetto, la pazzia bonaria della salpa – specie ittiche che sicuramente l’oltreuomo dello spinnig disprezza.

“Dove vai? Così cerco di non darti noia…”. Toh, il giovinastro incredibilmente ha parlato.

“Io scenderei alla punta…” risponde il signor Itchek, e qui fa il secondo errore, perché non avrebbe dovuto usare quel condizionale che ha tutta l’aria di chiedere: ‘Mi scusi, è permesso?’

“Alla punta della casa matta?” cerca di sviarlo il giovanotto.

“No, più in la, dopo la casamatta…” non fare il finto tonto, avrebbe voglia di aggiungere il signor Itchek, lo sappiamo bene entrambi di che cosa stiamo parlando…”

“Ah, proprio dove vado di solito io!”

E certo, come volevasi dimostrare, frigge il signor Itchek. Ma intanto il giovanotto si è già avviato, e lui sta ancora di fronte alla bauliera spalancata dell’auto, deve indossare lo zaino, mettersi la piletta sulla fronte, agguantare il fascio di canne disteso sul sedile posteriore e il poi secchio… Ha già rinunciato, non ce la farà mai. Si carica sommesso lo zaino sulle spalle e maledice la sosta al bar del benzinaio.

Eccolo laggiù, pensa il signor Itchek, che ha visto il chiarore della lampada del “giovine con la coda” una cinquantina di metri più avanti, immerso nel nero sentiero. Un chance ci sarebbe: se il giovane non conoscesse quella scorciatoia che taglia dal viottolo principale e sbuca proprio in prossimità della punta, potrei fargli una bella sorpresa… Oppure un rimedio più radicale: lascio tutto qui, zaino, secchio, canne… ad eccezione del manico di acciaio del retino, lo raggiungo quatto quatto da dietro e l’accoppo con una bella mazzata sulle vertebre cercicali. Il cadavere e la sua cannetta li nasconderei fra questi robusti cespugli della sempreverde flora mediterranea, nella tasta laterale dello zaino ho anche un coltellaccio da cucina per tagliarlo in sette pezzi… (naturalmente scherza, il signor Itchek). Ma entrambe le possibilità svaniscono quasi subito, la luce non si vede più, segno che il tipo la scorciatoia la conosce bene ed ha abbandonato il sentiero. Magari potrebbe attaccarlo un enorme cinghiale zannuto, che lo sta aspettando proprio in mezzo ai lecci… (scherza ancora, il signor Itchek). Non resta che avviarsi sconsolo al secondo miglior posto, quello sul versante ovest… oggi, con la corrente che c’è, non sarà il massimo, ma che vuoi farci – e maledice quella sfoglia alla mela che gli ha fatto perdere del tempo prezioso al bar, di cui sente ancora il sapore in bocca. Sì, devo scendere di qua, con la piletta da testa illumina la stradina.

È arrivato agli scogli, ora la cosa si fa più difficile. Il signor Itchek aumenta la concentrazione perché inizia a intraprendere i primi passi giù per le rocce, dove l’equilibrio, specialmente per la sua età, risulta compromesso da tante insidie, per esempio una pietra non così salda come si credeva, o quella sorta di sassetti puntuti e scivolosi, o lo splovero terroso che causa il pattinamento sugli scogli più lisci… insomma, deve fare molta attenzione, anche perché non è più lo stambecco di una volta, quando aveva l’età del giovinastro. Ma si ferma, il signor Itchek, e improvvisamente risale i pochi passi che aveva già percorso. Gli è presa la voglia di andare a controllare, tanto adesso che fretta c’è? Prende il sentiero e si dirige verso il posto meraviglioso – forse il giovane, chissà?, si è impietosito decidendo di fermarsi poco prima, alla casa matta, è stato generoso e ha lasciato libero il magico sperone al signor Itchek. Ora il vecchio è arrivato sullo strapiombo e guarda in giù. No, eccolo là, proprio là, il giovine è dentro la sua isola di luce e lancia in direzione del chiarore dell’alba, che si sta facendo soltanto per lui. Bene, proprio bene, si dice il signor Itchek, ha fatto bene e anch’io avrei fatto lo stesso, alla sua età. Stattene a letto, la mattina, vecchio! Però, contemporaneamente, gli viene un altro pensiero. Da quassù il signor Itchek potrebbe fare come Polifemo, considerato che rispetto al figlio di Poseidone ha anche il considerevole vantaggio di non essere cieco, almeno non ancora: agguantare un macigno e scagliarlo giù, in modo che il giovinastro sprofondi nel mare e si trasformi in un munifico dono caudato al dio dei pesci – non il dio delle ricciole e dei barracuda, cioè quel dio predatore a cui sacrificano i pescatori di spinning, ma il dio delle salpe, del sarago, dell’occhiata e finanche delle boghe e delle castagnole – che quando il corpo del giovinastro si sarà ridotto a una fragranza di pastella e vermi, banchetteranno felici nel pulviscolo di un’abbuffata collettiva, e lo spolperanno fino alle bianche ossa, come il ciuchino di Pinocchio (scherza, il signor Itchek).

Torna dunque indietro, il vecchio. Torna verso il secondo miglior posto mentre sta già pensando a quale modifiche apportare alle sue limitate tecniche di pesca per adattarle alla nuova situazione – canna fissa o bolognese?, bolognese con sughero o con bombarda? In fondo niente è perduto, e di necessità bisogna fare virtù – dopo anni di studi filosofici gli è venuta in mente soltanto questa banalità… Sì, il bar, il bar del benzinaio… che sia stramaledetto lui e le sue sfogliatelle calde alla mela! Riprende automaticamente la discesa fra gli scogli, il signor Itchek. Poi alza gli occhi dai piedi, si ferma un attimo e guarda nel buio: una luce, anche il secondo miglior posto è occupato.

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