Cesco Francesco è arrivato come una sorpresa, nel settembre 2024 mi sembra, quindi è la scrittura di circa un anno e mezzo. Mi ha tenuto compagnia.

Il primo brano, quello che poi sarebbe diventata la secunda carta, aveva come ambientazione la Porziuncola, dove i fratelli – ma anche Chiara –, in attesa di addormentarsi gareggiavano a scoregge, istigati da Cesco. Non so il motivo per cui scrissi l’episodio, comunque mi divertì, anche perché mi parve plausibile – a parte la Santa, s’intende. Dissacrante? O invece portatore di una sacralità tutta umana?

Credo di aver scritto qualche carta e poi la prima, quella che introduce la storia e che ne spiega le ragioni, dal punto di vista di frate Leone però.

Mi sono documentato, ho letto diversi libri pubblicati di recente, le due regole, le ultime volontà di Francesco, alcune testimonianze antiche e celebri. Il cantico delle creature, ovvio.

Le carte sono nate una dietro l’altra, destinate al blog, non ne è stato mai cambiato l’ordine. È presente ancora la scatola dentro la scatola della metanarrativa. Qui la voce narrante è quella di Frate Leone, che scrive – verga – ciò che accade nella comunità di Cesco, senza curarsi della cronologia degli avvenimenti. I fratelli glielo fanno notare, ci vorrà un editing (!?) Ma lui continua come ha iniziato, si rifiuta di scrivere diversamente.

Francesco mi dà allegria, la scrittura anticata è pastosa, viva, fa propria la sprezzatura e l’irriverenza. Insomma, il mio Cesco Francesco mi piace.

Leone decide di “vergare in plena sinceranza” la storia del suo Cesco, stanco delle biografie ufficiali scritte “come volevano li papi”. Le sue cronache adottano un linguaggio originale e gioioso: un volgare inventato, che progressivamente approda a un dialetto con latinismi maccheronici, in modo da restituire una voce viva e popolaresca alla narrazione. Leone scrive per i fratelli e contemporanei, ma soprattutto per il “fratello lettore futuro” e dunque a tratti “verga” nella nostra lingua, che per lui è inventata (molte sono “le criticanze” dei frati in relazione a ciò e alla composizione che non segue una trama con un prima e un dopo).  Attraverso una serie di “Carte”, assistiamo a episodi della vita del Santo che la tradizione ha spesso edulcorato, molti altri immaginati e inverosimili (ma se hai a che fare con un santo dove sta l’inverosimiglianaza? Non gridi invece “Miraculo!”)

Il protagonista è un Francesco “brutto come la fame” e “giuocherellone”, capace di scherzare con i suoi frati nei momenti di povertà più estrema, ma sempre “altissima”.

Sono presenti episodi celebri come la predica ai pesci (qui un dialogo surreale con un tonno a Rimini che cerca Pinocchio) o l’incontro con il lupo, risolto non con un miracolo ma con una sonora bastonata che lascia l’animale “scemo” e “ippi”.

Altra particolarità gli anacronismi satirici, a volte sarcastici, con Francesco che si imbatte in personaggi dai nomi evocativi come il “lercio Briatorio” o il “masnadiero messer Drenzi”, criticando la vacuità e l’ipocrisia dei “potenti” di ogni epoca.

Nel testo compaiono anche personaggi di favole classiche e di fumetti.

Penso che “Cesco Francesco” non sia solo una parodia agiografica. Sotto lo strato di lazzi, “puntoni” e “giullarate”, emerge il ritratto di un uomo che ha cercato una libertà radicale, vissuta nel corpo e nello spirito. Il testo affronta temi attuali come la povertà, il rapporto con la natura, la parità tra “fratelli e sorelle” (con una Chiara d’Assisi fiera e per nulla sottomessa) e la critica alla società dello spettacolo, che Francesco vede in una visione proiettata nel futuro.

Il mio Cesco, ridendo e riflettendo, spoglia il sacro dall’ingessatura del formalismo per restituirlo alla sua verità più nuda e colma di gioia.

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