Cesco Francesco (8)

CARTA NONA, SFIDE IN ORIENTE

“E invece sì!”

“Ma quelli, benedetto Iddio, ci fanno a fette!”

“Non bestemmiare, Catto! E tu, Leone, cancella, mica è indispensabile scrivere ogni parola!”

“Francesco mio, padre santo, ascolta me… quelli non è che li chiamano infedeli per niente…”

“Uffa, lo dico e lo ripeto: si va in Egitto fratelli!”

“Macché Egitto d’Egitto! E Chiara? Non ci pensi a Chiara?” provò a dirottarlo il Cattani.

“Chiara rimane qui con Campano, che deve dirgli quando suonare… Niente più lagne e preparare la valigia!”

“Ma quale valigia… che non ci abbiamo neanche gli occhi per piangere! Che ci si mette dentro la valigia?”

Insomma, non ci fu verso, voleva andare in tutti i modi dal sultano, tra quei fanatici di munssulmani!

“Musulmani, bestia!”

“Munssulmani Musulmani o come cavolo si chiamano quelli, insomma loro, i peccatori, i lussuriosi che ne facevano di cotte e di crude, i torturatori, gli sbudellatori…

“E basta!”

Alla fine partimmo, mica ti puoi mettere contro un santo.

Già sulla nave – chiamiamola pure così, quella bagnarola – le cose non si misero tanto bene, perché Silvestro per il mal di mare mi vomitò sulla pergamena e cancellò di netto almeno due capitoli, e Egidio e Gonzalo misero il broncio, che Cesco non voleva, perché noi francescani dobbiamo sempre vivere in letizia, c’è scritto sulla regola. Mica s’andava a combattere noi, ma a portare la pace… e diciamoci la verità, quelle mezze lune dei miei coglioni non li convinci nemmeno a spadate, figurarsi a parole…”

“Mica li dobbiamo convertire, fratello Leone” mi confidò il santo.

“E allora che ci andiamo a fare di là dal mare?”

“Così… per fare due chiacchiere, per socializzare… Per conoscerli un po’ meglio insomma. Secondo me è gente per bene…”

“Ma santissimo Iddio!”

“Non bestemmiare, Leone!”

Alla fine, dopo un viaggio che peggio non si poteva, ci trovammo a Damietta, sul delta di quel fiume grande grande che straripa e di cui non mi ricordo il nome. Lì c’era il fronte, di qua le croci di là le mezze lune, entrambi forniti di mazze spacca ossa, lance, spadoni ecc. E noi dove andiamo? Di là, ovviamente…  Visti e presi, i muss… i musulmani ci catturano e ci danno un sacco di legnate, che uno in quel momento raccomanda l’anima al Creatore e addio mondo, ma chissà perché a un certo punto le botte finiscono e ci conducano dal Sultano.

“Salve” dice Francesco che già è poco presentabile da normale figurarsi quando l’hanno pestato per benino.

Il sultano non batte ciglio. Poi fa un cenno e arrivano quattro mori con un grande braciere su cui crepita un foco altissimo.

“Forse ci faranno una bella grigliata di benvenuto” dice Gonzalo, che ancora non è un cristiano perfetto perché pensa soltanto a pappare.

“Ma se non mangiano nemmeno il porco!” questi invece è il rozzo Egidio, che sa appena come si chiama.

“E che c’entra?” commenta Gonzago “Magari ci fanno uno scottadito di pesce… orate, qualche spigolotta, un dentice nostrano…”

“Silenzio!” tuona Francesco, che era piccino, sì, ma aveva un vocione da predica, amplificato.

Qui il sultano apre per la prima volta bocca, e non parla come un turco ma come un indiano sì: “Fare sfida.”

“Che sfida?” domando io, che dovevo annotare preciso sulla pergamena.

“Sfida di foco!” chiarisce il sultano.

“Senta bel signore, noi abbiamo gradito la gentile ospitalità ma adesso è proprio ora d’andare, che a Gubbio ci aspettano e staranno in pensiero…” fa tutto cerimonioso Pietro Cattaneo.

“Fratello foco? Senz’altro!” s’infervora invece il santo uomo, e ora, penso io, siamo proprio inguaiati.

“Di che si tratta?” chiede tutto sorridente Francesco.

“Sfida paro. Nel foco quatro mei e quatro tui. Chi non bruciare, vincere: sua è vera fede!”

Lo dicevo, penso io, siamo veramente fottuti.

“Nel fratello foco noi possiamo entrarci anche tutti, non solo quattro, entro anch’io e quindi anche tu. A noi fratello foco ci vuole bene…”

Madonna santissima degli Angeli!, penso io.

“No! Io non entra e tu non entra!” ordina il sultano

“No, io entra” e Francesco fece per mettere il piede scalzo nel bracerone.

“No, tu non entra!”

(Scusa le scorrettezze grammaticali e le ripetizioni, fratello lettore, ma il vero dialogo fu proprio questo)

Insomma, il sultano se la faceva sotto, mentre il nostro uomo santo aveva un coraggio da… scriverei leone se anch’io non mi chiamassi così…

“Allora cambio sfida!”

Ah ecco, bravo!, penso io.

“Allora fare sfida a scaccoli” aggiunge il sultano

Qui, il povero Egidio, semplice rozzo e onesto qual è, per farsi vedere volenteroso cominciò immediatamente a sfruconarsi il naso con i suoi ditoni… forse per partire con un buon vantaggio, visto che di quel gioco aveva anche grande esperienza. Ma il nostro paziente Francesco, con uno di quei sorrisi che ti aprono il cuore, lo prese per il braccio e gli disse:

“Scacchi, Egidio, scacchi…”

Naturalmente giocò Francesco e vinse, perché anche sorella scacchiera ci vuole bene e soprattutto perché nella precedente vita il santissimo uomo era stato un giocatore incallito e d’esperienza avanzata, con gran copia di lìlleri a sperpero. Il sultano non soltanto ci rimandò indietro sani e salvi – per quanto un po’ bastonati – ma siccome è uno sborone, voleva riempirci di doni sberluccinati. Anche qui Francesco sorrise, ma questa volta vidi sul suo volto un’espressione piuttosto ironica, che era chiaro, voleva significare: “Ma allora bello non hai ancora capito. Per me, ‘sta roba, è spazzatura!”

“Ma nemmeno una collanina di corallo per Chiara?” intervenne San Bernardo.

Francesco lo fulminò con un paio d’occhi che crepitavano più del braciere.

Quindi tornammo in pace.

(prosegue)

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