CARTA SESSANTA E TRINITAS, LO DISCORSONE
Me piacerebbe tanto, a me Leone, datti con queste carte la canoscenza di come se vive, noi di Cesco, giorno dopo giorno, ma non de sola cognizione de mente, ma fattelo anco sentì sulla pelle o tale a come se respira un odore, o se gusta uno sapore diverso e sconosciuto che ti si fissa nello core come cosa viva e vera. Io ce metto tutta la volontà, a raccontar la storia dello nostro santo, anco per questo, per portattici qui dentro fra noi, per quanto tu sei lontanissimo nello futuro e le nostre povere spoglie mortali ormai ritornate alla polvere da seculi e seculi.
Però me dispiacerebbe se tu avessi avuto lo sentore che lo nostro sia uno esistere di no, rifiuto dopo rifiuto da ‘mpilare fino allo trovare lo vuoto di rinuncia, perché nun è cussì, è lo contrario. E te faccio esempio figurato con allegoria contadina, affinché ne capiscano perfino li semplici. Te sarà capitato una volta anche a te de sbarbare una cipolla o una carota, no? Ecco, ora al posto della carota c’è lo buco nella terra, lo niente. Per noi avvenne tutto all’inverso: ce semo sbarbati dallo niente della vita falsa e adesso in terra c’è la carota, o la cepolla – che nell’esempio figurato viene a significare lo buono dell’esistenza nostra, uno sì totale, ricco, bello e pleno. Cosa infatti è la bellezza de vita se non uno sentimento presente di plenitudine e beatitudine? Lo vedi un animale acciambellato allo caldo o allo fratello sole che par che nel riposo te sorrida? Uno cane o perfino uno gatto ruffolo che nel sonno ronfa le ruffole? Ecco, io te dico questo, che tu te devi immaginà anche altri climi, come per exemplo lo scroscio de pioggia gelida, o lo fratello vento, lo tetto che te ripara appena uno poco, lo saio inzuppato e grave de ruvidore: noi de Cesco, anche cussì, ce stringiamo l’un l’altro e facemo le ruffole, in letizia. Dici: è cum’è pussibile questo? che io medesimo invece abbisogno de tetto e fondamnta solide, de caminetto con lo foco e l’arrosticino, de vestiti lindi e fini de lusso, de magnà e beve cose delicate de qualità Petrini ecc. ecc. E nunustante nou me basta mai e ne vorria cunsummare de più e de più. Cum’è che te de Cesco de niente hai tutto e a me lo tutto me sembra che sia la cenere d’un desiderio abbruciato? Qual è lo segreto?
Così me domandi. E io te pote respuondere solo in uno modo, nun con concetto de filosofia che ‘i discorsi li porta via lo fratello vento e li chiacchieratori lasciano lo tempo che truovano. Io ‘nvece te dico, vedici, guardaci e vien cun noi, come noi guardammo e vedemmo Cesco, e quando ce trovammo cun lui lo seppimo subito donde stava la vita vera e plena, perché lo prociutto dello falso senso ce cadde dalle mani e soprattutto dalli occhi e anco dallo core. E te dico ancora de più, nella nostra gioia dei sì, quanno c’è l’amarezza c’è per quei fratelli che ancora non se fanno nostri fratelli, che penano pensando de godere, che s’affannano credendo de reposare, che vogliono avere e possedere per il terrore de perdere la vita, e cussì la perdono. Come se fa a continuare a chiamar pace la guerra? me dico. Io vorria tanto che tu provassi lo nostro vivere, e allora capiresti cosa ti se perso finora, consumandoti nel consumare ciò che se consuma.
Tu me dirai. Perchìa? Esiste una cosa che nun se consuma? Tutto se consuma e proprio per lo questo quando te capita a tiro una cosa da carpire, tu prendila, nun lasciartela scappare, ché finché l’è tua esiste. Vedì? Hai ancora lo prociutto sullo core. Niuna trasformazione fece de te un omo novo, niuna conversione, ma solo hai paura della morte delle cose che finiscono. Tu vivi in uno malo modo come uno che aspetta che abbia da passà uno carro pe salicci sopra, per poi scende in un altro posto e sei lì che nell’attesa te dici: quanno passerà? ma passerà? e se nun passa? E una volta che gli sei sei salito sopra, allo carro, te chiedi: quanno se fermerà? in do’ se fermerà? e se se sbaglieria a fermassi? ecc. ecc. Noi de Cesco, invece, noialtri semo sempre sopra lo carro e in questo carro nun abbiamo niente da aspettà, siamo perennemente nello trasporto eterno, e nun abbiamo paura come tu hai, che hai paura anco della gatta gnuda. Perché ancura tu non lo sai… Ma perché nun lo sai? Lo motivo è che tu te nun lo provi. Ma la verità è una sola: che tutto è lo carro!
(E arrivato allo carro ce misi anco lo punto esclamativo, come a significare che lo succo di tutto lo discorsone era quello. Aveo scritto per lo lettore futuro uno sunto dello senso dello nostro modo di vivere insieme a Cesco, nella pace e nella gioia del cuore, e me sembrava d’aver raggiunto lo nocciolo della questione. E per esserne sicuro, siccome gli era torno or ora lo nostro fratello Egidio da fare le chiocciore, gli dissi, “fermati uno poco che te devo legge ‘na cosa e poi dimmi quello che ce chiappi”, ché io lo volevo testare come alla persona più semplice, a vedere se anco lui lo coglieva nello nocciolo. E gliela lessi piano piano, ‘sta mia riflessioni discorsiva per li posteri, e poi gli domandiedi, allo Zolla: “Che ci capisti?” Me guarda, me ride e me fa: “Solo della gatta gnuda…”)