Alcune considerazioni di Spinoza, messe in fila, portano a una conseguenza logica assai poco rassicurante. Scrive: “nessuna cosa può essere distrutta se non da una causa esterna”. E infatti è escluso che ogni singola cosa – ogni “modo”, ogni conatus– nuoccia a sé stessa, proprio perché il conatus – la vera sostanza del mondo – è definito sforzo di permanere nell’essere, dunque la cosa è semplicemente e interamente tesa alla propria conservazione.
Ma allora la morte non è un processo endogeno, cioè non sta come un tarlo dentro ogni essere, determinandone il deterioramento progressivo fino alla distruzione. E comunque ogni “modo” – ogni cosa, ogni singolo sforzo di sussistere – deve necessariamente entrare in contatto con le altre cose, e proprio nella relazione con esse, sebbene la cosa sia interamente programmata al mantenimento di sé, incontra la morte. Se il nostro sforzo di sussistere non fosse costretto a entrare in relazione con gli altri sforzi di sussistere – e tuttavia questo non ci è dato – non moriremmo mai.
Non si può ignorare: avere la consapevolezza che per ogni essere la morte è esterna perché si compie nella relazione con le altre cose del mondo è spaventoso. Il mondo sarà basato anche su un ordine geometrico, ma la rete degli esseri, delle cose, dei singoli sforzi di conservarsi disegna il teatro della morte.
Questo è ciò che gli amanti dell’armonia della natura non riescono a comprendere: esaltano l’ordine, la geometria, l’equilibrio, la bellezza, il progetto sottostante e non si rendono conto che cantano l’inno al guasto, al deterioramento, alla distruzione. Che non è “dentro” ogni essere singolo, ma che si produce proprio per la necessaria relazione tra i singoli esseri – che invece, ognuno per conto proprio, vuole conservare la vita con tutta la forza positiva di cui è fatto. Detto in modo molto più semplice: il guasto non è in ogni singolo pezzo, ma nella necessaria relazione tra i singoli pezzi.
Viene facile prendersela con le proprie crepe interiori e cercare qualcuno che ci insegni o ci accompagni ad amare la vita. Dimentichiamo che invece la pulsione di vita non ha nessuna crepa, e anche che il suicida non si uccide perché è guasto, ma perché il suo conatus soccombe agli altri conati con cui è entrato in relazione nel mondo. Ho il sospetto che se leggessimo di più Spinoza la maggior parte degli psicoterapeuti, degli psicologi e degli psichiatri potrebbero chiudere bottega. E forse s’imparerebbe davvero a valorizzare la ragione, cioè la consapevolezza, senza mascheramenti, di cosa sia in realtà la nostra natura e la Natura-Dio. Ma, come ho scritto prima, la pigrizia predilige l’inesistente crepa interiore. E non c’è peggior vittima della vittima di sé stesso.