E Icaro è solo e il volo una sfida
è senza ritegno
si fa d’oro nel corpo.
Noi non amiamo che lui
noi che non siamo
che i mille rimasti delle sue ali
splendide
appena gocce di luce.
Di notte cantiamo la sua follia.
Vi svelo un segreto: quando rapirono Aldo Moro nemmeno io avrei trattato con i brigatisti. Dicevano “Le istituzioni non devono piegarsi!” – io invece, più semplicemente, avrei voluto soltanto che lo uccidessero. E vi assicuro che non ero né pazzo né particolarmente cattivo. La notizia ci raggiunse a scuola e ci fecero uscire. Che faccia aveva Aldo Moro? Siete mai entrati nella casa di un prete? Tutto è allo stesso tempo a posto e sudicio. Moro aveva una faccia rafferma, un pezzo di pane rancido. Dettero la stura allo sgomento e ai lacrimatoi, e dicevano: “i poveri agenti della scorta”. Sì, poveri agenti… facessero un altro mestiere. Li pagavano per bastonare e loro bastonavano, bella storia. C’era una canzone dell’Assemblea Musicale Teatrale che faceva “Sconvolgere Milano a volte è un gesto un po’ più umano. Ribellarsi è giusto!”. L’Assemblea Musicale Teatrale l’ho vista in concerto a una festa dell’Unità. Il palco era piccolissimo e di teatro c’era ben poco. La ragazza che mi accompagnava mi fece notare che il leader del gruppo, Alloisio, cantava con gli occhi chiusi.
Una volta mi accusarono di avere un cervello da terrorista, eppure la compilai lo stesso la domanda per il servizio civile. Scrissi su un foglio protocollo, seguendo una falsariga, e mi limitai a modificare una parola sola: invece di “imperscrutabili motivi di coscienza” dichiarai che i miei motivi erano “inderogabili”. Anche se non mi sembrava una correzione dappoco nessuno se ne accorse. Il maresciallo dei carabinieri, per convalidare quello che avevo scritto, m’intervistò per telefono. Mi ricordo l’assurdo di quel momento: ero appena uscito dalla doccia, con l’asciugamano in vita, “Sono il maresciallo della caserma dei carabinieri di ecc.ecc., lei ha dichiarato ecc. ecc.” e intanto i capelli mi gocciolavano lungo la cornetta. Ma eravamo già nell’ottantanove e tutto era oramai accaduto. Mi succede così, lascio andare la scrittura e il mio pensiero salta di qua e di là. E invece bisogna procedere con ordine, essere precisi, e ritornare laggiù sullo sfondo, intorno a quel cestino dei rifiuti in piazza della Loggia. Allora vedo il disegno di una compagna di classe, prima media: un groviglio di cadaveri confuso, chi senza un braccio, chi senza una gamba… uno sguardo ancora infantile, come l’incubo di un malato di nervi. Il sangue schizzava a fiotti, un tronco umano che solleva le braccia in cerca di aiuto ma capivi che era troppo tardi. Mancava poco alla fine dell’anno scolastico, la storia era entrata in quell’aula divorata dalla luce – e il nostro professore di disegno pensò bene di fissarci nella memoria quei giorni. Siccome ancora non ne avevamo le parole ci riuscirono per noi le immagini. Perché, se ci riflettete, a che cosa sono servite quelle parole fiume su piazza della Loggia? Subito passarono i pompieri e lavarono via il sangue, i grumi, la poltiglia organica dei corpi esplosi. Così mi aggrappo soltanto ai particolari.
Una sera di gennaio del 1975 mio padre rientrò molto tardi. Quando arrivò ci disse che le strade erano bloccate dalla polizia e dai carabinieri, non era stato affatto semplice attraversare Empoli per ritornare a casa. Perché erano state uccise delle persone, due o addirittura tre. Abitavo in una traversa di viale Boccaccio, duecento metri dalla casa di Mario Tuti, il geometra. Quella notte Tuti aveva freddato il brigadiere Falco e l’appuntato Ceravolo della polizia, ferendone in maniera gravissima un altro – poi era fuggito. La finestra della mia camera stava su una parete esposta alla solitudine, e mi ricordo che quella notte ebbi davvero paura. L’indomani però andai di fronte alla casa dell’assassino. La gente raccontava di Tuti, frequentatore del bar Boccaccio, occhiali di tartaruga e baffi neri, aria distinta, geometra del comune… Nessuno lo avrebbe sospettato, anche i poliziotti, gli stessi che aveva ucciso, lo conoscevano bene. Dicevano così: lui li aveva colpiti a sangue freddo. Gli agenti erano impreparati, Tuti sembrava di no – qualcuno forse lo aveva avvertito? Io guardavo il marciapiede davanti al portone. Anche questa volta il sangue era stato lavato via. C’era soltanto un ciuffo di segatura e una macchiolina rossa. Così parlarono dell’Italicus, della bomba sul treno d’agosto, e dei fascisti di Ordine Nero: “Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare.” Fiumi di parole, al telegiornale l’immagine di un treno squarciato, e poi la strage resta impunita. Anche la macchia rossa sulla segatura era stata cancellata via.
“Andare alla coop” per noi significava andare al cinema. Sedie scomode, nuvole di fumo in sala, le facce dure che a volte venivano dilaniate da una risata improvvisa. Anche i film erano scomodi. E poi i ciclostili: ne leggevi sì e no tre righe, un linguaggio assolutamente indecifrabile, perché sembrava che qualsiasi cosa fosse difficile da raccontare. Eppure le parole erano sempre le stesse, ‘base’ ‘comitato’ ‘imperialismo’ ‘compagno’ ‘sovrastruttura’ ‘ideologico’. I colori non c’erano, scrittura mortifera – assolutamente noiosa, assolutamente sciatta. Una notte sono venuti qui i carabinieri e hanno messo tutti contro il muro, le mani alzate, perquisizione. Il giorno dopo se ne parla a scuola: maledetti fascisti! In casa guardano Canzonissima e gli sceneggiati TV. C’è Raffaella Carrà e Mita Medici. C’è Mike Bongiorno c’è Pippo Baudo. Per te invece le radio libere e la musica rock. Anche i cantautori, i nostri: De Andrè, Guccini, Bennato, la P.F.M – e poi? ve ne ricordate di Claudio Lolli? C’erano invece gli altri, gli stronzetti piccolo borghesi: Dario Baldan Bembo, Claudio Baglioni, Riccardo Cocciante, il missino Lucio Battisti. Hanno arrestato il Bigo, in casa aveva nascosto una pistola, la madre l’hanno ricoverata per un attacco di cuore. Un ragazzo è stato trovato morto impiccato dietro lo chalet. Un altro invece si è lanciato dalla finestra completamente fatto d’acido. In piazza, sulle scale del duomo, si fanno incontro i ‘tossici fradici’, hanno denti marci, ti chiedono una sigaretta senza nemmeno alzare gli occhi vuoti. A Santana gli hanno bruciato il palco, Patti Smith ha risposto che lei non canterà più, i concerti di Battiato fanno volare le sedie e gli autonomi spaccano quello che trovano… e invece tu, di pomeriggio, hai da fare le lezioni, capisci? le lezioni… Non torna mai nulla, non i risultati del libro e nemmeno le traduzioni. Nel vocabolario cerchi le frasi fatte, c’è chi le trova immediatamente, tu non sei bravo nemmeno in quello. Tuo padre ha lasciato una macchina da scrivere sul tavolo di sala. E’ un’ Olivetti Studio 44, verde o azzurra, non si capisce bene. Vai di là, da solo, metti un po’ di musica e fai scorrere un foglio sottilissimo, quasi una velina, nel rullo. Ti piace il rumore gre-gre del tamburo e anche quello dei tasti. Scrivi frasi mozze, non sai che scrivere. Allora scrivi che ti piace il rumore che fai quando batti con due dita. Provi a seguire il flusso dei tuoi pensieri e ti accorgi che senza le parole i pensieri non esistono. Come faranno a scrivere gli scrittori? Sono stati invitati due poeti, al liceo, Franco Fortini e Mario Luzi. Non c’era paragone, Fortini aveva una testa bellissima di capelli bianchi. Ha letto una poesia sul Vietnam e poi ha spiegato che se questa poesia non c’era piaciuta il problema era nostro. Ben detto. A un certo punto ha chiesto se ci fossero domande. Qualcuno ha trovato il coraggio di alzare una mano e ora recita la lezioncina messa insieme il giorno precedente, con il professore. Riguarda, come negarlo? la poesia contemporanea… Ma si sente bene che non ha a nulla a che vedere con questi poeti qui, vivi, e almeno uno di loro pieno di rancore. La scuola rende agonizzante ogni piacere, ogni bellezza. La scuola falsifica ogni cosa. Con Fortini però non ce la fa. Lui apre il libro e risponde leggendo un’altra poesia. Poi sorride con cattiveria. Non ha capito nessuno, ci sentiamo degli stupidi. Ben fatto. Vorrei metterla insieme io una domanda. Mi piacerebbe dire: lo sa? quando mangio per esempio una mela sul terrazzo di casa mia, al terzo piano, mi piace fissare quelle gocce d’acqua che cadono giù, una alla volta, dalle dita… questo, secondo lei, ha niente a che vedere con la poesia? Oppure: ho dipinto l’Urizen di William Blake sul mio giubbotto di jeans. Io non lo so cosa significa, però mi sembra di sentirne la forza sulla schiena. Questo ha qualcosa a che vedere con l’arte? Domande dentro la mia testa, Fortini si sta alzando e se ne va.
E invece Aldo Moro lo ritrovarono dentro una Renault 4 rossa. Aprirono il bagagliaio come si fa con una scatola di sardine perché avevano paura che l’auto fosse minata. Ma erano dei maledetti ipocriti, e lo sapevano, perché anche ‘loro’ erano d’accordo: le bombe vere furono invece piazza Fontana, piazza della Loggia, l’Italicus… Lì dentro, nel bagagliaio, c’era soltanto una coperta e Aldo Moro, piegato in due, la mascella sudicia per la barba non rasata. E non fu un caso che anche la nostra vacanza fosse trascinata via da una Renault 4, e che nei primi giorni dell’agosto del 1980 un gruppo di ragazzi di Bologna, sulla spiaggia, venne a chiederci un po’ d’erba, e ci dissero che avevano telefonato a casa e i genitori piangevano. Si parlava addirittura di decine e decine di morti! E lo sapevano tutti che erano stati quei fascisti schifosi e la CIA! Ma ora a che cosa sarebbe servita una lapide se non c’era nemmeno un colpevole? L’orologio della stazione segna le dieci e venticinque… ho sempre associato l’immagine di quell’orologio a quell’altro, senza lancette, in un film di Bergman: una morte insopprimibile, qui, presente. Vidi Il posto delle fragole alla coop, ed era un film scomodo, scomodissimo come quelle sedie di ferro e fòrmica. Poi venne la notte, ci perquisirono e capii che invece i carabinieri erano preparati per ogni evenienza, non sarebbe stato come per Mario Tuti. Perché era più facile arrestare un imbecille qualsiasi che teneva in tasca una pistola che trovare i colpevoli di un treno mangiato dalle bombe. Invece di Guccini Canzonissima, invece dei Pink Floyd Claudio Baglioni e il suo cespuglio di capelli sciampati, bravo, proprio un bravo ragazzo… E poi ancora Aldo Moro, eroe nazionale, santo, aria di casa di prete. Il suo funerale, Andreotti, Cossiga, il lacrimatoio e lo sgomento. La scorta. I sottoproletari della celere e di Pier Paolo Pasolini, bravi ragazzi che infatti li pagano per bastonare e loro bastonano. Sì, bella storia… E questo fiume di parole che anche lui non porta a niente.