Intanto è bene sapere che il garrincha è una specie di passerotto dal becco fine, che non si adatta alla vita in cattività. Nemmeno in una bellissima gabbia spaziosa dotata di ogni confort e beverello. Poi possiamo introdurre la figura di Manoel Francisco dos Santos, il calciatore Garrincha! che ubriacando gli avversari a furia di dribbling e scatti sulla destra, finì con il fegato spappolato dalla cirrosi, non ancora compiuti i cinquant’anni. Per un verso o per l’altro la vita di Mané – “allegria del popolo” – rimase interamente inglobata nella sfera del dionisiaco: un’infanzia selvaggia, povera e già crepata da alcol e tabagismo; un folle amore per le ragazze e poi donne da ingravidare; il rifiuto della disciplina, del lavoro, della cultura e dell’educazione; l’irresponsabilità e dunque l’inaffidabilità.  Poi ci metti quelle gambacce storte, che una va a destra e una a sinistra, storto il bacino e la spina dorsale, storti anche gli occhi – se Pelè, per il calcio, è Apollo, Garrincha inequivocabilmente è Dioniso. E in effetti i due stanno l’uno opposto all’altro, e tuttavia sono complementari, così nella tragedia greca come nel calcio brasiliano. Il signor Itchek ha letto molti libri di Nietzsche – diciamo quasi tutti – e La nascita della tragedia è stata un’acquisizione precoce. Però, molto molto prima, è venuto a conoscenza di quel Garrincha! urlato nelle strade della sua infanzia quando c’era qualcuno che non passava mai la palla e mentre s’impelagava nei dribbling faceva la radiocronaca di se stesso – “Garrincia! Garrincia!” – finché non veniva miseramente sgambettato. Garrincha non era nemmeno un nome, era un suono. Si sapeva soltanto che quando il pallone ti rimaneva ai piedi eri Garrincha.

Ma non è vero che Manè in campo fa quello che gli pare, come gli dicono gli sprovveduti.  Lui, che non è mai stato libero, si muove invasato dal suo dio. Perché non è soltanto un artista, è un artista dell’arte per l’arte.  Quando dribbla un avversario gode. Tanto che aver superato il terzino e lasciarlo lì a bocca spalancata, per lui diventa un impedimento. Se fra Garrincha e il portiere ora non c’è nessuno, lui non si affretta a correre per tirare: si ferma, aspetta che il terzino riemerga dallo stupore e lo raggiunga, poi lo dribbla un’altra volta. Gode. E non è che allora  il terzino impara. Perché Garrincha fa quasi sempre la stessa finta, ma gli avversari, anche dopo anni e anni di studio, di lezioni a casa, di interrogazioni, di saggi e convegni, non ci capiscono nulla. Lui, l’analfabeta, li lascia inchiodati sull’erba, duri come baccalà. Che cazzo! ti fa saltare i nervi ti fa saltare… Tant’è vero che qualcuno il pallone non lo guarda nemmeno più, tira direttamente alle gambe. Ma a Garrincha gli fai una sega, le sue gambacce sono già storte e prive di simmetria, una più lunga dell’altra di sei centimetri. Poliomelitico, da piccolo lo passano malamente sotto i ferri, e  poi a Pau Grande di San Paolo del Brasile la polvere s’impantana nella mota, la ruggine e la miseria ti mangiano le ossa. Il padre allora raccatta un triciclo  e ci lega il figlio. Pedala pedala e pedala dietro allo sciame dei compagni e delle mosche il bambino irrobustisce quelle gambine vuote e steccolute – quelle per cui lo chiamano appunto passerotto, un garrincha! E Manè comincia a tenersi in piedi, comincia a capire che il pallone è quella cosa che per gli altri rotola e invece lui lo addomestica e governa come fa dio con i pianeti. Il pallone è l’unica cosa della sua vita di cui non perderà mai il controllo. Perché nemmeno il cervello c’è tutto, e Garrincha è un uomo un po’ troppo semplice: ha fame, ha sete, ha voglia di scopare. I soldi li tiene sparsi nei mobili di casa, alla rinfusa; a un suo amico di Pau Grande regala un auto da magnate del petrolio, che il poveraccio scasserà nei campi non arati della periferia di San Paolo. Insomma, c’è da disperare. Ma non per lui, perché lui, il dissipatore, se potesse mangerebbe anche il sole. Quanti figli ha avuto Garrincha? E chi lo sa? Forse dieci, forse quindici o una trentina. Impollinava come quei fiori soffioni che esplodono e non si curano dei semi che volano via, quelli che chiamano gli angeli. Ma Garrincha era  l’angelo dalle gambe storte.  Anche le mogli volano via, insieme ai figli, ai soldi, alle case e a tutto. Garrincha diventerà impresentabile, crollerà sulla soglia dei locali notturni e dei bordelli, si addormenterà vomitando su una panchina o disteso lungo il marciapiede. Eppure è lo stesso uomo che ha partecipato a tre campionati del mondo e ne ha vinti due. I suoi piedacci stregano la palla. Lui ha inventato il calcio da fermo “a banana”, un tiro ad effetto preciso e potente, che si distendeva come un arco nell’aria. Aveva preso ispirazione dalle sue gambe che t’ingannavano come due arcolai: ora il pallone è di fronte a te, ora è sparito – dov’è il pallone? Guarda, ora il pallone è proprio qui, lo vedi? E ora? Dov’è andato a finire il pallone? Gli uomini, di fronte a Garrincha, sono i birilli di un’ infinita gincana.

Come per tutti i miti la sua vita è costellata di aneddoti, veri o falsi che siano poco importa. Per esempio si racconta che una volta, l’allenatore, avesse posizionato una sedia nella zona destra del campo, per limitarne le giocate e rendergli la corsa più difficile. Non c’era niente da fare, una volta saltato l’uomo, Garrincia dribblò anche la sedia, girandogli intorno e facendogli tunnel sotto le zampe. Poi andò a rete. E quella volta del terzino? Era una squadra europea senza fronzoli, che picchiava duro. La consegna al difensore che lo marcava non badava a sottigliezze: Garrincha andava sorvegliato a francobollo, e ogni volta che ti saltava in dribbling dovevi buttarlo giù. Fu così per cinque volte. Alla sesta Garrincha dribblò un’altra volta quel mastino, ma lasciando la palla indietro, ferma sul posto. Il terzino lo seguì e lo falciò senza pietà. Fu chiaro a tutto lo stadio che quell’energumeno se ne fregava del gioco e mirava soltanto alle gambe. Così Garrincha si alzò, lo prese per un braccio e lo accompagnò a fargli vedere dov’era rimasto il pallone. Il terzino abbassò la testa e si vergognò così tanto che chiamò la panchina per farsi sostituire.

Il signor Itchek si racconta queste storie che è già notte, e va su YouTube a vedere i vecchi filmati in bianco e nero di Garrincha il passero, storto come una radice e lo stesso così elegante. Lui non le ha mai viste le acrobazie di Manè in diretta. Lui di Garrincha si ricorda soltanto quel suono – Garrincha! Garrincha! – di quando da bambino ti fai la radiocronaca e cerchi di superare ogni ostacolo che ti si para di fronte. Quando sei troppo abile, non fanno tanti complimenti, una volta che si vedono superati ti buttano giù. Ma non è che imparino loro, e nemmeno tu impari. Fai la stessa finta e a volte va bene. Altre volte, molto spesso, ti ributtano giù. E allora ti rialzi e urli Garrincha! Garrincha!

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