Nei confronti dei miei libri, una volta pubblicati, ho scarsa attitudine di cura. Se la metafora scontata è quella del rapporto padre/madre-figlio, per loro più che un mammifero sono un rettile: deposito l’uovo in una buchetta sulla spiaggia e me ne ritorno in mare. Si sa, infatti, che poiesis significa produrre, e più prosaicamente non bisogna dimenticare che se uno “la fa”, adesso quella cosa che vede lì accanto a sé si chiama “fatta”, almeno in Toscana. E cosa fatta capo ha. Dunque, per me, chi lo ha scritto accompagna il libro fino alla sua pubblicazione, finché non è stato materialmente “fatto”, poi lo lascia, e un po’ caracollante per la stanchezza – e spesso anche la noia – prende la strada del mare e delle sue profondità, una volta ancora.
Si potrebbe pensare che questo atteggiamento denoti una grande fiducia nell’autonomia e nella forza del cucciolo – che l’uovo possa schiudersi senza essere covato e il suo ospite zampetti via felice da solo, per sopravvivere o addirittura vivere. Ma nel mio caso non è così. So che i miei libri, quasi di sicuro, moriranno per il freddo in stato di abbandono. Nel migliore dei casi diventeranno uova fossili. Sì, qualcuno li ha letti e gli sono anche piaciuti, non voglio lusingarmi per la troppa modestia, ma nonostante io sia arrivato all’ottava “fatta”, di lettori miei se ne contano davvero pochi. E con ogni probabilità rimarranno un numero esiguo, senza che la mia natura di rettile cambi.
Con questo non voglio dire che se li covassi o cercassi di pubblicizzarli il più possibile e magari ne diventassi lo scaltro manager, le mie otto uova avrebbero successo – non voglio lusingarmi nemmeno dell’immodestia. Dico soltanto che questo non sta nella mia natura, e che nonostante l’insuccesso o l’indifferenza del pubblico, preferisco rimanere al di qua del muro.
“Che vuoi dunque da me?” ha ragione di domandare il lettore. “Che scrivi a fare se quasi nessuno, poi, ti legge?”. E in maniera più perentoria: “Che fare?” Io non ne ho idea. Forse confido in qualcuno che camminando tra tante e tante patate di mare possa chinarsi a raccoglierne una perché gli sembra di aver scovato un uovo, e che magari la prenda con sé e la porti a casa sua, una bella casa prestigiosa – per covarla con il suo culo caldo. Forse spero in un grande culo caldo che faccia vivere il cucciolo che ho abbandonato al suo destino. E non perché se lo merita – io credo che fa affidamento sul merito soltanto chi sa di non averne bisogno. Ma perché ha finalmente un po’ di culo, il culo di trovare un grande culo che siccome è un esperto – o è così sicuro di esserlo che di questo ha convinto anche gli altri – è senz’altro un riconosciuto specialista di fatte, tanto da imporre la sua voce: “ne sono certo, davvero una gran fatta!”. Sì, rimango un illuso. Anch’io – in quanto rettile – ho speranza nel grande culo del principe azzurro. Nelle profondità del mare ne sogno.