Cesco Francesco (53)

CARTA CINQUANTAQUATTRO, LA PERFETTA LETIZIA TEOLOGICA

Te voglio raccontare come andiede quella storia della definizione della perfetta letizia nostra. Epperò ‘ntendo dire lo vero, prima che altri biografi me freghino lo episodio e ne intòrcichino lo significato verso lo inno alla sofferenza e alla sopportazione, che cussì è d’uso per chi se ne sta con lo culo beato a guardare e elogiare il patire degli altri. Non dico oltre, chi me vuol capire capisca. Ecco dunque come andiede.

Se tornava, Cesco e io, da Perugia e nun dico che eravamo arrivi, ma quasi, mancavano più o meno una cinquina de miglia, che vuoi che sia. Anche se era uno freddo birbone come non se ne sentiva da diversi verni addietro, e pioveva come Dio la mandava, e veniva la notte, e ‘nsomma era uno tempo da lupi, ma da fratelli lupi di quelli mica che scherzano! e dalla fame te mangiano anche. I piedozzi non si sentivano più dallo gelo, ma lo suono delle carotelle de ghiaccioli che pendevano tintinnanti dallo nostro saio de sacco sì, dlin dlin ad agni passo, che se pareva du hommini col campanaccio. E insomma, faceva uno freddo cane, con rispetto parlando per l’animalo. Così Cesco, forse per passare lo tempo, se mise a fare un elenco de tutto ciò che poteva sembrare vera letizia per li frati, ma invero nun lo era. Me chiamede accanto a lui e nel busso della pioggia me conferì, avvicinandosi allo orecchio:

“Senti che te dico, Leoncione mio: anche se noi frati fussimo tutti santi, e tu sai che non lo semo, anche questa non sarebbe perfetta letizia; e neanche se facessimo li miracoli più miracolosi, dar la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, addirizzare gli storpi e financo rinvivire uno moruto di giorni quattro, già putrido e verminoso, nianche questa sarebbe perfetta letizia; e se conoscessimo tutto l’universo con le sue cose e le bestioline di Dio, e l’animo dell’homo e le stelle, e finanche lo futuro e tutto lo passato, in tutte le lingue dello mondo vive e morte, neanche questa, sai? non l’è vera letizia; e se convertissimo tutti li cattivi e l’infedeli, aiutandoli a glorificare il vero Iddio Nostro nell’alto dei Cieli, e li convincessimo a ben vivere e pregare, forse ti sembrerebbe, ma neanche questa l’è letizia perfetta”. E detto ciò se tacque.

M’aveva messo l’uzzolo dello infine sapere, però, tanto che me ritrovai curioso come scimmia d’Affrica, e lui se n’era accorto, perché lo sentivo ridacchiare fra sé. E allora gli dissi:

“Mica si fa cussì, però. Ora me la sveli quale sia la vera perfetta letizia per noi, eh?”

La sua risposta fu una parabola inventata all’impronta, e te la narro in fedeltà de lettera.  Raccontò: “Vedi Leone? Ora semo pieni di fango, bagnati fradici e infreddoliti, abbiamo fame e ce sentemo stracchi di stanchitudine, ce manca un poco de fuoco, un tozzo de pane e un pezzo de terra asciutta per starci a giacere. E ce stamo avvicinando alli fratelli nostri a Santa Maria degli Angeli, e tra poco saremo là. Loro se ne stanno ben rinserrati all’interno, al calduccio, e quando io busserò se presenterà lo frate portinaio che dirà: ‘Chi è?’

E io: ‘Siamo i tuoi fratelli Cesco e Leone, apri, che qui se gela’.

‘E chi me lo dice che siete davvero voialtri? Sai che te penso? Che a quest’ora di sera tarda siete due che ce volete scroccà quarcosa da mangià e beve. Fate meglio a levarvi da tre passi…’

Vedi Leone? Se qui noi non c’incazzemo, ma ce trattenemo in santa pazienza e sopportazione, questa è la vera letizia. Ma metti che ce sembri de morì per lo freddo e la fame, e allora io ribusso:

‘Chi è?’ fa sempre lo frate portiero con lo suo vocione.

‘Escusame fratello, te l’ho detto, siamo Cesco e Leone, e veniamo in pace.’

‘Ah sì? mica me fido, io. Io penso che invece siete due briganti e che volete venì a rubacci anche le po’ere cose che tenemo addosso. E allora sai che faccio? Io non v’apro! Levatevi di ‘ulo, briganti!’

E allora sappi Leone che se anco con queste tristi parolacce de offesa e de condanna noi non ce turbiamo e stemo calmi, ma calmi calmi, a sopportare e pazientire, ecco, questa è la perfetta letizia.

Ma metti ancora che lo vento, e la pioggia, e lo ghiaccio d’este carotelle sia così insopportabile da farci urlare dallo sfinimento… io allora fiducioso ribusso, ed ecco di nuovo lo frate portinaro:

‘E dunque? Siete ancora voi due a rompe ‘l coio? Ma che parlo in arabo?’

‘Fratello nostro santo, semo Cesco io medesimo e lo umile Leone, te lo dissi… da bravo, aprici.”

‘Lo so io chi siete voialtri! Io penso che solo due assassini si presentano a quest’ora alle chiese per bene, che la buona gente sta già addormita. Ma io non sono uno gonzo, per me state de fori e speriamo che ve mangino li lupi! Addio, e andate in culo!’

Ecco Leone, se anche di fronte a tanto il nostro animo rimarrà tranquillo, in ferma beatitudine e addirittura ringrazieremo lo portinaio fratello per lo disturbo, questa, questa e solo questa è la perfetta letizia. Hai capito?’

Era duro da digerire, ma io aveo compreso lo suo vero insegnamento grande. Che i nostri miseri patimenti e umiliazioni nulla sono rispetto alle sofferenze del Cristo nostro Salvatore, e quando il tuo sarà un percorso d’amore unito all’amore grandissimo Suo, fatto di grazia e di perdono, se saprai rinunciare alle soddisfazioni terrene, anche piccole come un riparo asciutto, uno poco de pane e de caldo, e ti avvicinerai sempre di più allo exemplo di Lui Altissimo, allora tu potrai dire di vivere la vera letizia, la più perfetta. Cesco me aveva letto nel pensiero e me disse: “Bravo Leone!”. E qui cesso lo scrivere la carta cinquantatré che potrei definire de eccellente fattura teologica. Ma appresso incigno la carta 54, in direzione di quel che poi accadde in vero nell’esperienza, che dalla parabola teorica ce catapulta nella riprova operativa. Séguita. 

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