CARTA QUARANTADUE, VERSO LO CIRCO DI BRIATORIO
“Ma chi se crede d’esse? Neanche fusse il conte di Poitiers!” se ne uscì il nostro Cesco.
“E chi sarìa lo conte?” ne chiese delucidazione fratello Zolfino.
“Come chi saria? Guglielmo IX d’Aquitania, il più grande signore del Midi!” disse ammirato il nostro pastore, che quando se trattava de’ cavalieri, e in più cavalieri e trovatori occitani, gli s’illuminavano ancora gli oculi.
“Lo epicureo?”
“Ehhhh, e che sarà mai Zolfino, me meraviglio de te…”
“Lo nemico d’ogni pudore e dissoluto?, lo captivus diaboli?, il grande ingannatore di donne?”
“Ma daì, quante storie… nessuno è perfetto Zolfino! Un po’ d’umanità, via…” sì, la passione per i cavalieri, a Francesco, non venne mai meno.
“Ma se si dice che egli abbia anco fondato uno monastero de puttanone non redente!” insisteva Zolfino.
“Appunto! Quello è lo conte, e mette su uno monastero…”
“De donnine allegre però!”
“E allora?, se tratta sempre de monastero, se è allegro che male c’è?” Cesco in nessun modo volea lo si contraddicesse sul grande Gugliemo. “E poi il poeta est grandissimo!, uno che ne nasce uno così ogni seculo!”, fratello Zolfinio vide bene di non ribattere, “Quell’altro invece, il Briatorio, a parte l’ignoranza che è peggio d’un asinaccio, con rispetto parlando per l’animalo, ma poi ha messo su uno circo Orfeo e pensa d’esse uno principe, il Briatorio del mio coglio! Dio me perdoni…”
“Dicono, però, che sia uno grande intraprenditore…” provò timidamente a intervenire fratello Angelo con la massima ingenuità. Zolfino gli fece cenno di zittirsi, ma ormai la cosa era detta, e Cesco scoppiò.
“Benedettissimo Iddio nell’Alto de’ Cieli! Sempre con la solita solfa degli intraprenditori… come se questa gentaglia fusse da portare ad exemplum, che sono invece lo cascame dell’umanità, che tengono soltanto al loro lordo tornaconto…. Che vivono per sfruttare la povera gente e fare i loro rotoloni di lilleri come tante piattole merdaiole…” – qui meno male che al nostro Zolla, pensando agli scàrafi, gli venne da ridere… – “Eh sì, tu ridi Egidio mio, ma questi sono proprio la schiuma dello bottino, avete presente quando ribolle il merdame?, eccola qui la loro impresa! Che però anche voialtri, che dovreste essere fratelli dei fratelli più miserevoli e in altissima povertà, avete anche voi nella zucca l’ammirazione per questa robaccia! Sono loro i veri farabutti!, altro che li lupi!” concluse tutto rosso de rabbia il santissimo.
“No, perché tu parlavi de lo Conte, che anco lui, si sa, è uso al puttanesimo…” provò a giustificarsi Zolfino.
“Ma quello è uno poeta! Ma come se fa a nun capire… E poi, lui, le putains mica le sfrutta, sono consenzienti e vi dirò anco di più, sono agiate… Quelle di Briatorio sono invece schiave! E niente possano fare d’altro se non vendere lo loro corpo chiuse nelle gabbie come animale! Quell’homo là è una montagna de… Iddio me perdoni!”
“Francesco, non t’arrabbiare dài che te viene lo fegatone…” disse bonario Zolla, “Che abbiam capito, sai? E sai perché sono securo che abbian capito? Perché ho capito financo io…”
“Zolla caro… se anch’io potessi essere buono come tu sei… Ma siamo certi che la strada per il Circo è questa?” domandò improvvisamente Cesco.
“Sìsì…” disse sicuro Zolfino.
“E te come mai se’ così edotto della via per lo peccato?” ebbe sospetto il nostro santissimo pastore.
“Perché… perché me la insegnò Elia, che a lui gliela insegnede un amico… che questo suo amico conosceva alla lontana uno che avea uno parente che una volta sentiede allo mercato uno tipo che indicava la strada a un altro villico…” provò a giustificarsi asserpentinandosi nel ragionamento Zolfino.
“Ah ecco!” fece Cesco “l’amico del parente dell’amico dell’amico… che pensa te m’adombrò lo sospetto che tutta codesta competenza geografica fusse per esperienza diretta di puttanesimo, fratello mio…”
Zolfino se fece tutto rosso anche lui, non de’ rabbia stavolta, ma de’ vergogna avvampata.
Meno malo che proprio in quel mentre il buon Angelo disse: “Lo vedete? Laggiue è lo tendone!”, che infatti, poco oltre gli arbore c’era una radura allestita paro a uno sgargiante caravanserraglio, e allora il gruppo di noialtri s’affrettiede in tale direzione e lo discorso de poc’anzi cadde.
Lo primo inciampo ce fu dinanzi al bronzeo prezzario osceno di figure naturaliter, che lo Zolla volle delucidazione perché l’avea interpretati come funambolici esercizi corporali de contorsionismo, quali li veri circensi sono usi fare.
“No Zolla, gli è altro… poi te lo racconto.”
“Ah!”
E anche li prezzi parvero sicuramente esosi, e qui si scopersero un’altra volta le competenze acquisite di Zolfino.
“Voi restate fuori dallo tendone e lontano dallo tariffario… io entro”, disse Cesco. Ubbidimmo come tante pecorelle.
“’sera…” fece il santo all’omone all’ingresso.
“Allora, te sei deciso? Vai per lo maniglione o lo succhio?, villico…” lo portiero avea scambiato il nostro Cesco per uno infimo cliente di bordello, “Il maniglione un lillero, due per lo succhio… non le vedesti le figure sullo prezzario?” fece lo homo rude indicando la targa.
“Io non tengo lilleri, ho solo questa… Vuole favorire?” Cesco avea tirato fuori una mezza pera smangiata e quasi sfatta di un paio de’ giorni prima.
“Caccia la grana o smàmmate, villico, che c’è gente in fila e ‘l tempo gl’è fatto per lo guadagno!”
“Vorrei conferire con messer Briatorio de’ Flavi da Venzanuolo…” chiese calmo calmo Cesco.
“Il padrone è impegnato, e poi chi saresti tu, pidocchioso, per incontrare lo padrone? Lèvati da tre passi che meglio è per te…”
“Io sono Cesco d’Assisi… lo figliolo di Bernardone, conosce?” Francesco provò a far valere lo lustro famigliare.
“Ah, vedi?, tu saresti quello grullo che s’è gnudato con lo pimpero de’ fori, se spiega tutto… Tògliete de quae, mezzasega!”
“Allora non la vuoi la pera?” sorrise Cesco.
“Guarda che ora me fai davvero ‘ncazzare”, ringhiò lo portiero. Agguantò Cesco per lo capperone e… ma cos’era? Quell’omino così piccino e steccoluto, che non sembrava nemmeno tanto in salute, non riusciva a spostarlo nemmeno di un millimetro, pareva una grossa quercia radicata al suolo… e ora, poi, se sentiva le gambe in pappa, lo portiero, una grande spossatezza lo riempì in ogni parte dello corpo. S’inginocchiede e quasi se squagliò come neve al sole… Miraculo!
“Allora, sei proprio sicuro di non volerne un po’?” il santo gli mostrò ancora una volta la pera.
“Vabbè, se proprio insisti…” l’accasciato se la stava facendo sotto.
“Ah, bravo… E lo Briatorio? Dov’è?”
“Appena entra va subito sulla destra, signore, ve fate uno corridoio lungo lungo, e poi in fondo, dopo lo cammellone imbalsamato, non puoi sbagliare, c’è una grande tenda azzurra e di là trovi lo padrone…”
“Lo padrone tuo, ‘ntendi…” volle precisare il santo.
“Sì, lo padrone meo, certo, per servirla…”
“Tieni, va, mangia la pera che ti fa sangue…” e detto questo il santo entrò nello Circo.