È acqua di mare quella che gli esce dal naso. Come sangue. Gli cola giù per i baffi e la barba e lo fa ridere, non si capacita dove si fosse nascosta fino a quel momento. Salatissima, calda. Il giorno prima ha nuotato per più di un’ora nel suo posto, al ponte di Calignaia, dagli scogli della scesa fino al promontorio di Sonnino. Calignaia l’ha sentita per la prima volta pronunciare da sua madre con la erre. Era un bimbo, come dicono i livornesi, e gli veniva raccontato di Gianni, il bisnonno paterno, quando “in Carignaia, con il naso in direzione del castello e le braccia così” – la mamma le allargava a compasso – “lui riusciva a orientarsi in mare e calava le reti. Eh, l’Aliboni sapeva il fatto suo… Giannino, il babbo di nonna Cesara, che aveva sposato Terzilia che lei aveva quindici anni e i capelli rossi come tuo padre, una Billi”. Nello strapiombo di Carignaia, quando c’era andato per la prima volta da solo, gli sembrò di riconoscerci il nome. Quelli del Romito sarebbero diventati i suoi scogli, e anche quest’anno, a inizio giugno, aveva iniziato a nuotare per togliersi di dosso il dolore alla spalla.
Approfittava dei pomeriggi nei giorni di orario spezzato, il martedì e il venerdì. Ci voleva meno di un’ora, e calcolava di arrivare quando molti dei bagnanti cominciavano ad andarsene perché il sole si era fatto più debole. Era leggero: una borsa plastificata della coop, l’asciugamano, gli occhialini, la bottiglia dell’acqua e una pesca. In certi giorni il mare era stato mosso e ne aveva visto le increspature fin dalla torre di Calafuria. Scendeva ugualmente, perché magari un punto un po’ più riparato lo trovavi, da poter almeno entrarci. Perché lui il mare lo amava, certo, ma gli dispiaceva guardarlo e basta. Lui voleva almeno toccarlo, non era un contemplatore, sempre bisognava che si spicciasse a fare qualcosa. Ma le più volte trovava ad attenderlo una piana azzurra. E così quasi saltava i gradini sconnessi della scesa, con l’entusiasmo di un ragazzetto, e subito si toglieva i pantaloni e la maglia sudata e con l’asciugamano intorno alla vita s’infilava il costume. Un sorso d’acqua, era pronto. Non faceva un tuffo, suo padre gli aveva insegnato a bagnarsi prima i polsi, poi le tempie, poi la pancia. Si immergeva lentamente, senza far rumore, anche se c’era del vocio tutto intorno. Poi si distendeva allungando le braccia, e il primo movimento, un altro, la rotazione della testa per respirare e ancora un movimento e il battere delle gambe, via via fino a rompere il fiato. Il cuore infine si calmava, si regolarizzava. Cominciava e proseguiva il bello.
Non si considerava di sicuro un gran nuotatore, ma nemmeno gli era necessario. Solo lui e il mare, se incrociava qualcun’altro non era lì per scambiare parole. Lui le parole le scriveva, le scriveva e ne aveva scritte migliaia, migliaia e migliaia di parole, perché anche nel mare bianco della pagina non poteva starci fermo ma doveva trovare qualcosa da fare, fino a quando arrivi al bordo e poi ritorni, e poi riparti e poi ritorni.
Il dolore alla spalla se n’era andato quasi subito, quel distendersi dei muscoli che riprendevano forza gli procurava piacere. Si sentiva bene, nell’acqua, e dall’inizio dell’estate non aveva mai patito il freddo. Anche ora gli parve di avvertire quel calore che resiste nell’abbronzatura, come qualcosa di salutare e di benevolo, un abbraccio materno. Gli si ripresentò in mente quell’uomo di tanti e tanti anni addietro, che era apparso con il suo cane lupo. Un uomo piuttosto anziano, calvo, con un corpo pulito come un legno sulla battigia. Appena sceso non si era guardato neppure attorno, aveva fatto un groviglio dei suoi indumenti posandoli in un punto qualsiasi degli scogli e si era avvicinato al mare. Il lupo lo aveva seguito in ogni passo, e ora l’uomo entrò in acqua e il cane lo seguì anche lì. Cominciarono entrambi a nuotare verso l’ultima boa, finché quasi non si vedevano più. Poi rientrarono con calma, con eleganza. Non li abbandonò mai con lo sguardo, quell’uomo e il suo cane, e gli parve di essere anche lui insieme a loro, lontano da tutti. Il cane sulla riva si scrollò con l’energia poderosa degli animali, l’uomo si rivestì non aspettando nemmeno di lasciarsi asciugare e così com’erano arrivati scomparvero. Gli sembrò talmente intensa, quella cosa, talmente libera e leggera che se l’augurò anche per sé. Non si ricorda bene ma poteva avere più o meno vent’anni, stava con il busto sollevato sui gomiti e non si mosse prima di ripetersi un pensiero: “vorrei avere una vita così, vorrei riuscirci anch’io”. Ebbe l’impressione assurda che quell’uomo e quel cane li potesse vedere soltanto lui, e forse per questo ne fissò l’immagine nel tempo e se la portò con sé. Sì, ora sentiva il sale in bocca e le onde che in maniera lieve a volte lo scavalcavano sopra la testa, senza pericolo. Non era sicuro di avercela fatta – e chi mai avrebbe potuto dirlo? – ma intanto la vita era corsa via, per la gran parte e quasi subito – e chi mai avrebbe potuto saperlo?
Nel ruotare la testa mentre respirava gli piaceva incontrare il lampo del sole da sotto la superficie, come in un abbaglio istantaneo. Guardava giù con i suoi occhi miopi e a volte scorgeva l’argento di un pesce o quella miriade di punti luminescenti con cui la luce gioca con l’acqua e l’acqua con la luce. Meraviglioso lo avresti detto, tanto “meraviglioso” come nella canzone di Modugno – gli venne da ripetersi canticchiandosela nel cervello – “ma come non ti accorgi di quanto il mondo sia meraviglioso?” Già, sorrise appena, lo spettacolo di questo mondo così crudele, di una ferocia inaudita, dove siamo obbligati a divorarci senza sosta, tu come i pesci, tu come i molluschi, tu come i crostacei e le pulci di mare… e insieme lo stupore della luce – come canta Modugno? “meraviglioso, perfino il tuo dolore potrà apparire poi meraviglioso” – lo sbigottimento dove la vita si rigenera senza interruzione, senza un motivo che non sia resistere allo scopo di resistere. Quel motivo che invece a un certo punto lo capisci, non è un motivo ma soltanto una causa, noi che siamo così ben predisposti a inventare i nostri motivi dalle cause che ci spingono da dietro la schiena, che ci obbligano come sassi scagliati… non era forse questo ciò che si poteva comprendere di tutto quel che ci comprende? E intanto la sua vita correva per la gran parte via, chi mai potrà saperlo? Si accorse che stava attraversando un punto di risacca dove galleggiava la sporcizia raccolta dalla marea, qualche busta che poteva sembrare anche una medusa e insieme le alghe imputridite, qualche patata di mare che invece pareva sospesa in un cristallo. Ormai doveva essere ai primi scogli di cala Leone… – certo, eccoli, aveva alzato la testa per subito riabbassarla – sono all’incirca a metà si disse, e accelerò i movimenti per uscire al più presto da lì e non sentire quella robaccia scorrergli sul corpo. Riprese gradualmente e con regolarità le bracciate, cercando di affondarle per completare meglio che poteva la rotazione, si distese ancora di più lasciandosi scivolare, sentiva il solletico nelle narici delle bolle d’aria che soffiava sott’acqua. No, non era certo un buon nuotatore lui, si poteva dire che aveva imparato da solo e la sua tecnica l’avresti giudicata rudimentale, con poca efficacia. Mai frequentato corsi in piscina, mai avuto istruttori – appena qualche consiglio rubato a suo padre, al suo fratellone di vent’anni più anziano che da tempo ormai non c’era più… e che senz’altro nuotava meglio di lui, con quel suo grande corpo chiaro, quasi privo di peli e robusto, comunque agilissimo e sinuoso come un grosso pesce bianco nell’acqua. Il ramo paterno della sua famiglia era di Livorno, o meglio, di Antignano di Livorno… la sua famiglia di racconti raccontati, di storie e storie intricate che aveva sentito crescere dentro di sé come i rami di un albero… un grande albero di racconti nella sua grotta buia, chissà se era quello il motivo per cui a un certo punto aveva iniziato a scrivere, lui che in quei racconti non c’era perché era l’ultimo dei figli a distanza di tanti anni – lui che non ne faceva parte, per sentire sue quelle parole aveva dovuto scrivere, migliaia e migliaia di parole sulla voragine della pagina, per attraversare da bordo a bordo senza sprofondarci dentro, senza affogare nella grotta nera. Non era un caso che venisse proprio qui, in Carignaia… perché c’era stato tanto tempo per farsi raccontare in maniera precisa, ma lui non ne aveva approfittato, e ora non conosceva quasi nulla di esatto, non aveva chiesto di più di quello che era riuscito a capire, malamente, da solo… e allora veniva qui forse per comprendere, per unire questi fili ingarbugliati di cui a volte intravedeva il bandolo e poi subito lo perdeva. Nonno Gianni e Carignaia, certo, e quel suo modo di orientarsi per calare le reti… ma anche lo scoglio della ballerina e la grande villa in via dei Bagni, a Antignano, e via della Salute e via Duca Cosimo dove c’erano i sordomuti, nomi che ricorrevano più volte in quelle storie ma che lui conosceva appena. C’era molta casualità in questo, molto di trascurato e di lasciato dietro le spalle come se poi ci fosse stato ancora tanto tempo per attingervi, per far chiarezza… E invece quel mondo era scomparso – le persone che non aveva mai conosciuto, per esempio, i fratelli e le sorelle di sua nonna, e poi se n’era andato suo padre e poi suo fratello e da qualche anno anche sua madre… da questo mondo “meraviglioso” e insieme così spietato, un mondo di caverne dove la luce sprofonda giù, pezzi di destini individuali annientati e scomparsi dalla vista, senza mai pace se non un silenzio presente, assordante, come acqua nel naso, acqua nelle orecchie, acqua tutta intorno a te.
Ora sentiva che in quel punto la corrente lo stava sospingendo verso gli scogli e per tenersi al sicuro doveva forzare di più, aumentare le bracciate con maggiore energia. Era meglio allontanarsi dalla scogliera, faticare per un paio di minuti per poi riposarsi, a morto, lasciarsi trasportare per un tratto. Le gambe non erano appesantite, si sentiva bene, l’acqua caldissima, non ci sarebbe stata nessuna brutta sorpresa. Perché del mare bisogna avere sempre rispetto, questa era una cosa che prima sua nonna e poi suo padre gli avevano ripetuto mille volte, il mare era troppo grande, dicevano proprio così, un gòzzo troppo grande e tutto non lo potevi bere. Sì girò, abbandonandosi completamente alla culla delle onde e ripensò a quell’espressione così piena e impossibile, bere tutto il mare. In lui non c’era mai stata la voglia e tanto meno la forza di bere tutto il mare, non era un grande nuotatore della vita. E forse, anche per questo, a un certo punto scelse le parole – o le parole lui? – e il suo modo di bere fu parola per parola, come aprire il mondo a piccole finestre e provare a toccarlo così. Le sue fotografie di bambino mostravano spesso quel cruccio, la faccia sulla difensiva di uno che non allenta mai la tensione, perché sapeva che prima o poi una sberla arriverà… e invece passano gli anni e ti pare proprio che la vita con te non ce l’abbia, cominci a ridere, ti senti più tranquillo, il mondo si dischiude con benevolenza, tu ti disponi al futuro… e in quel momento, proprio in quel momento, ecco il pugno in piena faccia, la morte di tuo padre. Come il sole diventa d’improvviso nero in un’eclissi. Si ricorda il giorno dopo, i compagni di scuola più intimi erano accanto a lui, seduti sulle poltrone e sul divano di velluto bordeaux del salotto, e lui stava raggomitolato e immobile, in un silenzio imbarazzante, schiantato dal dolore. Si ricorda di suo padre che gli era sgusciato via dalle braccia, con gli occhi già spalancati nel buio, che gli diceva “Non aver paura, non è niente Luca, non è niente…” e che poi cadde all’indietro come se si posasse una foglia. Quella corsa dell’ambulanza con l’urlo della sirena nella notte, violenta e inutile, perché lui lo sapeva, era già morto. Un infarto che gli aveva spezzato il cuore in due, dissero. La sua vita si rovesciò come un guanto, niente fu più lo stesso – sentì quella donna parlare di lui che diceva: povero ragazzo, rovinato così… – e una parte della tua testa sparisce in una voragine nera e non torna più , e ora guarda questo azzurro e questo sole e pensa che chissà quante volte, suo padre, da ragazzo ha nuotato qui, chissà quante volte ha accompagnato in barca nonno Gianni che con il naso puntato a Carignaia e le braccia a compasso indovinava dove calare le reti, perché l’Aliboni era uno che le cose le sapeva fare, eh sì. Tra un paio d’anni avrà l’età di suo padre quando è morto, siamo arrivati fino a qua, Luca, fino agli stessi scogli del Romito e di Cala Leone… Si girò su se stesso e allungò il braccio facendolo ruotare vicino al corpo, voleva arrivare proprio al promontorio e la corrente si sentiva, doveva ancora una volta spicciarsi. Il fondale, laggiù, era di un blu cupo, forse per quelle alghe che adesso ricoprivano gli scogli, un branco di piccoli muggini gli si parò di fronte per poi spostarsi improvvisamente e formare il pallone. Controllò se la chiave dell’auto fosse ancora al suo posto, sigillata nella busta dentro alla tasca interna del costume – sì, tutto ok… va tutto bene Luca, va tutto bene… “Non è niente Luca, non aver paura, non è niente”, quante volte gli erano tornate in testa quelle parole… suo padre stava morendo e l’ultimo saluto fu quel dono per rassicurarlo. Erano le undici di notte, lui leggeva una poesia di Umberto Saba, una delle poesie giovanili più brutte del poeta – quel libro bianco e rosso gli è rimasto dentro gli occhi – e sua madre che urlava e lui che prese a togliere via quegli ammennicoli e quegli arredi inutili che intralciavano i pianerottoli delle scale, così da lasciare libero il passo per i barellieri, anche se sapeva che suo padre, di là, era morto. Quel copione l’ha rivissuto in centinaia di ricordi, fino a fissarlo dentro l’ambra e a farne una cosa sua, un pezzo di carne suo, per abituarsi e conviverci. Perché con il dolore bisogna saper convivere, bisogna sopportare. Già, il nodo non si scioglie mai, e tu sei quel nodo, Luca. E ora anche il mare s’ingrossava, perché qui, sulla punta, due correnti sembravano incontrarsi. Nuotò ancora per qualche minuto, con più fatica, ma si accorse che arrivare a toccare lo scoglio sarebbe stato pericoloso, l’onda faceva risacca. Ancora una volta doveva avere rispetto, non avvicinarsi più di così. Non si scherza con il mare e se non bastavano i consigli di nonna Cesara c’erano sempre quei versi dell’Odissea, di quando Ulisse se la vede proprio brutta, la sua zattera va in pezzi e lui nuota e nuota e una volta arrivato ad aggrapparsi alla terra, quando lui si tiene alla roccia un’onda poderosa lo scavalca, gli passa sopra e lo trascina nuovamente con sé strappandolo via dallo scoglio. E c’è quella similitudine di una bellezza incredibile, come fanno quei versi? si domandò mentre si riposava poco lontano dal promontorio, muovendo appena le braccia. È la similitudine del polpo e dice che anche il polpo viene strappato dalla tana pietrosa così, trascinato via da una forza grande, ma mentre a lui restano molte pietruzze nelle ventose dei tentacoli, Ulisse invece lasciò la pelle delle mani al morso degli scogli. Non c’è scampo per l’uomo, l’uomo sanguina e la pelle gli viene lacerata via dalle pietre; mentre l’animale, il polpo, lui non lascia niente di sé, perché è soltanto natura e la natura è uno scontro di forze, il polpo porta le pietruzze con sé, nei suoi tentacoli. Ecco la differenza, sta qui tutta la differenza: noi quando ricordiamo abbiamo l’illusione di staccare qualcosa da ciò che è stato. Ma non è così. Siamo noi a lasciare pezzi di noi stessi sugli scogli del tempo, quelli che sanguinano siamo noi. Si girò come di scatto e cominciò a nuotare in direzione opposta, rientrava – il primo movimento, il secondo, la testa che ruota nel respiro, battere i piedi. Stava ancora bene, sì, lui stava ancora bene. Non sapeva quanto tempo era trascorso, l’orologio l’aveva dimenticato in auto, insieme al cellulare a al portafoglio, ben nascosti sotto i sedili. Laggiù, lontani, c’erano soltanto l’asciugamano e i suoi indumenti dentro la borsa gialla della coop, certo non avrebbero fatto gola a nessuno. Ripensò a quella cosa della pelle, la pelle strappata via dalla pietra dura della vita, quel sanguinare che non vuol smettere. Anche qui, del resto, su questi scogli che hanno lo stesso colore della ruggine, quanto sangue c’era… Il ponte di Calignaia era famoso anche per questo, i suicidi. Nel mondo meraviglioso molti non ce la facevano, erano come pugili messi all’angolo e fracassati dai pugni che a un certo punto sputano il paradenti e si accasciano spossati. Perché scelgono questo ponte? si era domandato quando gli capitò di attraversarlo a piedi. Ora il comune aveva messo una rete altissima e dal parapetto non ci si poteva affacciare più. Ma lui credé di averlo indovinato, il motivo: si gettano nello strapiombo perché da quest’altezza hanno l’impressione di tuffarsi in mare… anche se poi si schiantano sulle pietre là sotto. Chiudevano gli occhi nell’azzurro per aiutarsi a morire. Il mondo è “meraviglioso”, non è vero? ma la canzone di Modugno ti mette in guardia, sai? “credetemi è accaduto, di notte sotto un ponte guardando l’acqua scura, con la dannata voglia di fare un tuffo giù” si canticchiava dentro la testa quasi andando a ritmo con le bracciate. Però nella canzone interviene qualcuno, “forse un angelo”, e allora ogni cosa si risolve per il meglio. Non qui, in Carignaia, qui gli angeli forse sono già scesi sulla scogliera a stendersi al sole, a prendersi un bagno…
Si fermò ancora, riposandosi. Non voleva forzare, non aveva un orario e se la prese comoda. Nemmeno un brivido di freddo, l’acqua era incredibilmente calda. Guardò sotto, il fondale sembrava meno vivo, di un giallo stopposo, brullo. Anche gli scogli avevano una forma anonima. Forse era colpa della sua miopia, quell’estate aveva pensato anche a una maschera corretta, in modo da poter osservare meglio i pesci, le alghe, quel paesaggio marino che invece gli appariva spesso confuso, sfocato, torbo. E comunque non voleva appesantirsi, gli occhialini erano più che sufficienti. Dette un colpo di reni e qualche bracciata, a rana, sott’acqua. Lentamente si rilassò e si fece riportare su dalla forza del peso specifico, senza muoversi. Era vero, gran parte del galleggiamento dipendeva dalla tranquillità, dalla voglia di abbandonarsi e lasciarsi scivolare via. La leggerezza, sì, quella leggerezza che nella sua vita, quasi sempre, era mancata. Il nodo forse proprio là, nella morte precoce di suo padre che aveva reso il mondo così insicuro, così incerto. Lui non era stato un grande nuotatore. Si era sentito spesso solo, e per proteggersi stava nascosto nella sua grotta dove erano cresciute le storie come rami di alberi intrecciati – e lo stesso era un albero vero, forse, ma pur sempre un albero cresciuto in una grotta. Non lo sapeva se da lì in poi avrebbe potuto fare qualcosa di diverso, non era mai riuscito a sciogliere quel nodo. Si disse che per stasera gli sarebbe bastato ritornare alla sua borsa gialla, asciugarsi, vestirsi, salire in auto e riprendere la via di casa. Per poi scrivere, forse, o forse no. Per poi, tra qualche giorno, guadagnarsi un’altra giornata di mare. Riprese la rotazione delle braccia, cercando di affondarle bene e di spingere, cominciò a muovere la testa ogni tre colpi, scivolava via.
La borsa era ancora lì. Prese l’asciugamano, si avvolse, sentì l’acqua che gli grondava dai capelli lungo la schiena. Si asciugò cercando di togliersi via il sale. Recuperò gli occhiali – li aveva lasciati come sempre dentro una scarpa come se fosse una custodia – e se li mise. Carignaia era davvero un posto bellissimo, ora distingueva le persone sugli scogli di fronte, alcuni stavano preparandosi come lui per risalire verso le auto. E poi sentì una voce. “Aspetta, dài…”. La bambina era nuda. Aveva però un cappellino rosso, di quelli con la tesa ondulata che è come se intorno alla fronte girasse il grande petalo di un fiore. Prima di lei, dalla scesa, era apparso il padre, seguito subito dopo dal figlio, un bambino biondo di forse nemmeno sei anni. Lei era più piccola. Attardata, si muoveva attenta sugli scogli, accucciandosi, appoggiando quando una mano o un piede, sempre con gesti precisi e misurati. Finché si fermò: “Qui non ce la faccio…” disse, ma nella voce non traspariva paura, tantomeno un lamento. Era una semplice richiesta. Il padre, già qualche passo più avanti, si voltò soltanto allora. Ma non si mosse, lasciò che invece fosse il figlio a tornare indietro in suo aiuto. “Dài, metti il piede di qua e aggrappati a quello scoglio…” “Ho già provato, non ce la faccio!” rispose un po’ stizzita al fratello. “Va bene… dammi la mano”. La bambina gli porse un braccio allungandosi con il corpo nel vuoto e con un piccolo movimento adesso era già vicino a lui. “Grazie Leo… Ma tu lo fai il bagno, vero?”. Il fratello fece cenno di sì. Guardò il padre, che stava osservando la scena, e poi i loro occhi si incrociarono e in quell’attimo sorrisero. Allora lui sentì tutto il coraggio di quell’uomo, e insieme la forza del figlio e anche quella della bambina nuda con il cappellino rosso.