“Cos’ha in bocca?” È quasi estate, il signor Itchek sta cenando con la porta finestra spalancata e protetta dalla zanzariera, e da sopra il piatto gode il privilegio – che lui considera grande, ma che in realtà è abbastanza modesto – del vasto declivio di una vigna, che inizia poco oltre casa sua. Proprio dai filari è sbucata la sua gatta, trotterellando allegra. Si chiama Mirva, la gatta del signor Itchek, e lui le ha dato questo nome quando lei una sera si presentò dalla porta finestra e progressivamente si accasò, guadagnando con tenacia in spavalderia e arditezza. In un primo momento “Milva”, perché la gatta sembrava rossa di pelo come la cantante – in realtà era soltanto cotta dal sole per un prolungato randagismo – poi corretto in “Mirva”, considerato che la gatta, fin da subito, si dimostrò piuttosto rustica, contadina – sebbene, come tutti i gatti padroni dei propri padroni, sia diventata quasi immediatamente bellissima. Ora eccola là che procede a testa alta e si dirige verso casa – quella casa ormai sua –, “Ma… ma cos’ha in bocca?”
Dopo essersi esibita con performance funamboliche di giocoleria – uno spettacolino dedicato al signor Itchek che tradotto potrebbe voler dire “Guarda che ti ho portato! Guarda che ti ho portato! Hai visto?” -, la gatta sputa sullo zerbino il suo dono, un leprotto. O meglio, forse un lapino – perché così, in queste zone, si chiamano i conigli selvatici, dal francese lapin, che appunto significa coniglio. Ma il lapino, più che un coniglio è propriamente un conigliolo, nella variante toscana del termine, e quindi sarebbe un errore definire questo cosino un coniglino selvatico, ma invece è appropriato il termine più tenero conigliolino. Anche perché il signor Itchek sa che non si tratta soltanto dell’uso verace del dialetto: lui fin da piccolo ha ben chiaro che la parola stessa, conigliolo, rispetto a coniglio ha gli orecchi più lunghi, e quando la pronunci, conigliolo, vedi che svolazzano qua e là. Sono poeti, i bambini? Alcuni senz’altro sì, oltre a essere un po’ stronzi sono anche poeti. Il problema è non fiaccarsi nella maturazione e nel progressivo invecchiamento, perché è un dato ormai acquisito che la maggior parte dell’umanità, sebbene perda la sua carica poetica naturale, non cessa di rimanere stronza, anzi, proprio per l’avvenuta perdita lo diventa ancora di più.
“Assassina…” il signor Itchek carezza amorevolmente Mirva, che è davvero contenta matta e non smette di dirgli “Ma hai visto che ti ho portato?, ma lo hai visto davvero?”. Sì, il cadavere del conigliolino è un regalo per lui, povero conigliolino. Il signor Itchek si china per raccattarlo e buttarlo nella spazzatura e proprio in quel momento… porca miseria!, il cosino apre d’un tratto la bocca, un respiro appena percettibile. Sarà un riflesso, cerca di convincersi il signor Itchek, uno di quei fremiti che avvengono dopo la morte perché la vita è dura a morire. No, ecco un altro boccheggio, poi un altro ancora, il signor Itchek prende in mano il cosino e lo guarda negli occhietti neri, che sembrano però fissi. Sente con il polpastrello che il cuoricino batte, e ora gli pare che anche i due puntini neri abbiano una piccola luce in fondo, una zampina si muove, il conigliolino riprende vita e più riprende vita più si fa grande il problema. Mirva gli ha portato un regalo ancora vivo, che succederà adesso?
Non ha grandi attitudini alla cura, il signor Itchek, e comunque apre la cannella del terrazzo, si bagna un dito e liscia il musino del coniglio, che addirittura chiude e riapre gli occhini. “Che me ne faccio, Mirva, di questo coso vivo? Dove lo metterò stanotte? In padella? Di cosa avrà bisogno? Di latte?, di calore? Dove lo hai trovato, maledetta assassina? E mamma conigliola dov’è? Che ti è saltato in mente, farabutta? come se io non ti dessi da mangiare …” Ma la gatta è talmente chiusa nel godimento felino che non smette di ripetere: “Ma l’hai visto?, hai visto che ti ho portato, per me e per te?”, e al signor Itchek pare davvero che rida.
Ci vuole una scatolina, ci vuole. E poi un cencio da rinvolgerci il moribondo rinato che gli faccia un po’ di caldo. Il signor Itchek trova la vecchia confezione di un mulinello da pesca, adatta alla misura del cosino e poi intrufola una mano tra gli stracci di casa, ne agguanta uno non troppo grande dal sacchetto di quelli conservati per ogni evenienza che non si sa mai, per esempio per pulire i vetri o gli specchi o tenere un pesce mentre lo slami o asciugarci la pasta di pane. Insomma, il signor Itchek prepara la cuccia all’ospite inopinato, all’intruso, con una parte di sé che spera che intanto sia morto e il problema si risolva naturalmente. Ma no, è più vivo che mai, sgambetta nella scatola, si gira e drizza gli orecchi, il Lazzaro! Non sa quale sia la soluzione giusta, il signor Itchek, non può certo riportarlo in un posto qualsiasi della vigna, il coniglionino morirebbe di freddo, o di fame, o magari catturato da un’altra Mirva del quartiere – anche se di gatte così il signor Itchek crede ce ne sia una sola, più o meno come tutti quei padroni che hanno un gatto come padrone. E anche a lasciarlo qui nella scatolina del mulinello, mezzo nascosto dallo straccio, non farebbe una fine diversa, morirebbe di stenti. Mirva intanto sembra domandare un po’ inquieta: “Dov’è il mio regalo? Dove l’hai messo?, l’hai già pappato?”
Sono le undici di notte e il signor Itchek è di fronte a un centro veterinario aperto ventiquattro ore su ventiquattro. Ha portato il cosino nella scatola, che adesso sembra un po’ più vispo. Suona.
“Cos’ha lì?” le dice la veterinaria che gli viene ad aprire indicando l’inusuale contenitore.
“Beh, questo? non so… un leprotto? Me lo ha portato la gatta – il signor Itchek mantiene l’anonimato per non tradire l’assassina – e sinceramente non so che fare. Cosa dovrei farne?”
“Con questi animali bisogna contattare le autorità…”
“Le autorità? Per questo cosino?”
“Sì, nel caso di un animale selvatico deve chiamare la Polizia Provinciale del territorio, oppure il CUTFAA…”
“Il CUTFAA?”
“Il Comando Unità per la Tutela Forestale Ambiente e Agroalimentare” specifica d’un fiato la dottoressa
“Mi scusi, non ho capito, mi sembra un tantino difficile…”
“Fa il 112 e ci pensano loro a metterla in contatto con la stazione del Corpo Forestale…”
“Ah, ecco…” dice il signor Itchek, che s’immagina già che quella notte tirerà fino all’alba. E deve aver assunto un’espressione un po’ sgomenta, perché la dottoressa, forse spinta a compassione, gli viene fortunatamente in soccorso.
“Oppure, meglio se lo lascia a me… Li chiamo io, domani mattina, anche perché stanotte non vengono di certo. Non le prometto nulla però, non so se ce la farà, in questi casi è molto difficile, lo stress è stato forte…”
Nella testa del signor Itchek fa capolino un pensiero macabro: il conigliolino è già spacciato, figurarsi se ci si può dar pena per un cosino così, quasi certamente sarà lasciato morire o addirittura soppresso immediatamente, perché negli occhi della signora dottoressa vede emergere una domanda nemmeno poi tanto inopportuna: “Ma che cosa è venuto a fare, lei? Ma le pare davvero il caso?” Così guarda un’ultima volta il suo conigliolino, che forse è rinato per subito ri-morire e di certo ancora non lo sa, che ha fatto senza accorgersene una quindicina di chilometri su una golf bianca, dentro una scatola per un mulinello da pesca e rinvolto in un groviglio di… ma non è possibile!, il signor Itchek si accorge soltanto ora che quello straccio sono un paio di mutande vecchissime… che non si buttano via mai, perché magari per pulire uno specchio o i vetri possono servire. E allora, vergognandosi, dice la cosa più stupida che potrebbe uscirgli in quel momento:
“Queste sono pulite, eh…” volendo intendere che lui, anche i cenci, li lava.
“Le rivuole indietro?” infierisce la dottoressa.
Ora il signor Itchek è di ritorno, e mentre guida pensa al conigliolino, alla sua fine o al nuovo inizio – molto improbabile – che lo aspetta. Lui si sente un po’ come Ponzio Pilato, o peggio ancora Hichemann. Lui non ha responsabilità – cerca di convincersi di fronte al proprio tribunale di Norimberga interiore -, lui ha svolto nel miglior modo possibile un ruolo esclusivamente tecnico, occupandosi di trasportare il ferito a destinazione. Spera soltanto che quella dottoressa non sia davvero Mengele… È a letto, Mirva è venuta a farsi coccolare: “Ti è piaciuto, eh? il regalo… Di’ la verità…” e ora si è già addormentata. Gli animali sono più in salute di noi, non avendo né riguardi né rimorsi, s’immagina il rappresentante del genere umano che invece non prende sonno.
Alle tre di mattina il signor Itchek si alza e scende a fare la pipì. Lo segue Mirva, che ha dormito a sufficienza, e adesso vuole uscire, perché è primavera quasi estate. Il signor Itchek le apre la porta e la vede sprofondare nel buio.
Ore sei. Il signor Itchek si alza ancora. Va immediatamente alla porta, perché lui, ex padrone, è diventato il portiere del gatto, che come tutti i re non tocca mai le maniglie. Mirva è lì, sul tappeto, ma cos’ha in bocca? L’assassina sta stritolando un altro lapino, si sente il rumore delle ossa che scricchiolano… Il signor Itchek osserva inorridito la sua gatta al lavoro, mentre lei mugugna di piacere. Poi Mirva si volta, lo guarda e dice: “Embè, che volevi anche questo?”
DOPO LA STORIA
Nei giorni successivi ha ripensato a questa storia, il signor Itchek. L’ha perfino raccontata alle colleghe di lavoro, ridacchiando e facendo il simpatico – “Ieri notte alle undici ero alla clinica veterinaria di… perché sapete che mi è successo? Stavo cenando e ti vedo sbucare la gatta dalla vigna con qualcosa in bocca…” Soprattutto ha destato ilarità il particolare della mutanda, “Questa le rivuole indietro?” E comunque, dopo aver descritto come Mirva sbranasse il secondo leprotto sullo zerbino – descrizione alla quale le colleghe hanno reagito con qualche urletto un po’ schifato -, il signor Itchek ha voluto suggellare il racconto con una considerazione che sul momento gli era sembrata opportuna, ma che ora non gli piace nemmeno un po’. Perché ha detto: “Certo, queste cose ti levano la poesia…”. Al che, le colleghe di lavoro hanno annuito con manifesta complicità e poi sono sprofondate nuovamente nello schermo del PC.
Fottuto ipocrita!, pensa il signor Itchek di sé stesso, che cosa volevi intendere, eh? Lo si capisce bene… metti in vetrina la tua sensibilità, tu che ti scomodi per un cosino da nulla, e invece di tirargli subito il collo e farla finita, lo accompagni al pronto soccorso veterinario, addirittura alle undici di notte! Sei un cittadino esemplare, certo… Perché siamo tutti d’accordo che l’umanità è questa, non è vero?, prendersi cura di ogni pezzettino di vita guardandosi allo specchio mentre lo fai, sempre con la morale in resta dell’io ti salverò!, costi quello che costi! – anche se principalmente chi paga è il cosino, masticato e risputato e che magari soffre davvero come una bestia, perché si dice appunto così: soffrire come una bestia. Siamo noi gli umani, mica Mirva!, che invece è l’assassina, lei che un leprotto se l’è goduto stritolandolo tra le zanne e per di più te ne ha portato uno in regalo, credendoti animale di salute e di allegria festosa. Così, se un pezzo di natura ne dilania un altro senza chiederti il permesso “ti leva la poesia”, cioè ti rende il mondo meno poetico, a te che sei un poeta dell’umanità… E questo cosa dovrebbe significare se non che il poetico è invece il tuo sentirti buono e conciliante con il creato?, la tua coltivata sensibilità?, la tua empatia? – tu che ti si attivano i neuroni specchio perfino per un cosino qualsiasi, e ti commuovi per gli occhietti neri e gli fai il massaggio cardiaco – e poi, per risolvere il problema, lo lasci nelle mani premurose della dottoressa Mengele. Come se non bastasse, ti compiaci perfino dei tuoi rimorsi, non ce la fai ad addormentarti, anche se questo è un modo di nasconderti che l’umanità non solo è malata, ma si fa vanto della propria malattia, e non vuol guarire dal miele avvelenato dei buoni sentimenti, perché si diletta a cambiare l’acqua ai fiori già recisi, ad annaffiare le piante non ancora morte ma che moriranno subito dopo, e che nel frattempo penano. Non è questa la poesia dell’umanità in cui credi?, i tuoi neuroni specchio che si riconoscono soltanto in chi è ferito irrimediabilmente come te? e cioè nella vittima, mica nella salute della sgranocchiatrice Mirva, mica nella sua generosità ferina… E dunque mettili sul banco, i tuoi buoni sentimenti, esibiscili alle colleghe di lavoro che annuiscono e che non potranno che trovarsi d’accordo con te, nello spirito del tempo, e adesso che abbiamo riso e ci siamo anche un po’ commossi per la nostra sensibilità – perché siamo sensibili alla nostra sensibilità – chiniamo la testa e riprendiamo il corso delle cose serie, cioè il lavoro, annegando nuovamente nel PC. Sarebbe questa la poesia? Annaffiare il secco? Far tornare in vita per un attimo la carne morta per poi lasciarla nuovamente nella stretta del nulla? No, no davvero! e il signor Itchek adesso lo sa bene – è invece questo sentirsi buoni e feriti che uccide la poesia, giorno dopo giorno, strato su strato nel torpore. Se nel suo racconto c’è della forza generatrice non sta nel cosino, e nemmeno nei suoi occhietti neri che si riaprono per poi richiudersi, tantomeno nel tragitto da casa alla clinica veterinaria con il cuore accordato al cuoricino… – la vera poesia è Mirva, contenta, carnefice, bella, irrimediabilmente selvatica, generosa, in salute e vera! Perché il signor Itchek non se ne dimentica – anche se a volte lo spirito del tempo gli risucchia l’anima -, perché lui vuole restarne consapevole: la poesia è quello sforzo grandioso di guardare la realtà, non con occhi cosiddetti umani, ma con quelli stessi della realtà se avesse occhi. Gli occhi ramati di Mirva, insomma, fissi sulla vita. E gli occhi del conigliolino, anch’essi pieni di vita prima che gli occhi di Mirva lo puntassero vivi come si punta alla vita. Senza Pilati, senza Eichmann e Mengele, senza Lazzari e piccoli crocifissi. Tiger, tiger, burning bright, in the forest of the night…