Era un’illustrazione. E l’enciclopedia? Conoscere o Vita meravigliosa? Perché l’infanzia del futuro signor Itchek – e cioè di Guglielmo bambino – in quanto a cultura prese a riferimento tre opere che catalogavano il sapere universale: I quindici e appunto Conoscere e Vita meravigliosa – quest’ultima consultabile presso l’amico Roberto, compagno di via. Poi c’era il sussidiario e, per lo spasso, i giornalini, con molte figure e poca scrittura. Le enciclopedie erano frequentate a morsi e bocconi soprattutto per le ricerche scolastiche di varia umanità: la storia, la geografia, le scienze della natura riguardanti per lo più animali e piante. Però l’immagine che lo aveva colpito, e che ha ancora qui presente davanti agli occhi, nulla spartiva con le lezioni per casa. C’era un grosso cavallo da tiro legato a una sorta di macina – e la spiega didascalica avvertiva che la bestia aveva passato anni e anni a girare in tondo lavorando per noi, cioè per gli uomini – e poi c’era il cavallo finalmente libero, forse perché non ce la faceva più a trascinare quel peso che non doveva essere affatto irrilevante, e che l’avevano messo in pensione… Sì, ma per quanto? E comunque, nonostante ora l’animale potesse pascolare libero su un verde prato, la forza dell’abitudine continuava a costringerlo a percorrere una circonferenza. Gli zoccoli del cavallo avevano infatti abbattuto l’erba tracciando una stradina regolare e ben definita, più chiara, appunto tonda. Cose come queste, sulla crescita dei bambini innocenti, incidono eccome! O almeno quella scalfì la tenera cotenna di Guglielmo, perché a lui fu subito chiaro che il cavallone era stato fottuto due volte: sia quand’era legato alla macina, sia dopo, nel momento in cui avrebbe dovuto iniziare a gustarsi la ben meritata libertà – sì, ma per quanto? E poi lo sappiamo, nel mondo infantile gli animali non sono troppo distanti da noi che siamo uomini – o per meglio dire, come ci definivamo allora, cristiani – e dunque creare delle associazioni risultava piuttosto semplice. Insomma, andiamo a sintetizzare in una stringa: anche la liberazione non sortisce necessariamente nella libertà. E qui, fin da subito – dal cavallo dell’enciclopedia, e dunque tanto di cappello agli autori – fin da quella illuminazione cominciò ad aprirsi un mondo, che andò a costruire progressivamente un atteggiamento di critica radicale e, con la maturità, l’adozione di una mai dismessa etica del sospetto. E cioè, ancora in una stringa, il bambino Guglielmo ebbe l’agio – e il disagio – di dirsi: attenzione, perché ti fregheranno.
Il signor Itchek potrebbe citare d’un fiato almeno una trentina di uomini illustri, tra scrittori e poeti, e filosofi e scienziati – molti dei quali piuttosto tristi, ma non tutti, molti dei quali morti suicidi o in bui raparti psichiatrici o al sanatorio, ma non tutti – che potrebbero avvalorare la tesi che nella vita, spessissimo, ti fottono senza se e senza ma. E che converrebbe allora fare qualcosa, finché siamo in tempo, per rovesciare l’esistenza di merda di quel cavallo che, giorno dopo giorno, diventa la cancrena di un’abitudine servile – un’abitudine che ti scolpisce l’anima e il cervello e il cuore – chiamalo come ti pare – in un atteggiamento dimesso e prono, tanto che alla fine, anche se fingono di spalancarti un campo d’erbetta fresca tutto di fronte a te, lo sanno bene che non ci farai davvero una bella figura, visto che ti sei trasformato in una bestia da soma e continui a girare in tondo così come prescrive la cura. Ma il signor Itchek non vuol mettersi qui a fare citazioni colte, e quegli uomini illustri li tiene per amici di cui ti puoi sempre fidare, allineati sugli scaffali della libreria e su quelli dell’anima. Ognuno, poi, ha i suoi – e alla fine quello che conta non è adornarsene e dare a vedere che hai imparato una lezioncina a pappagallo, ma fare qualcosa – cioè agire – nella direzione che quegli uomini disperati, ma non tutti, ti hanno indicato. Specialmente adesso, dopo anni in cui abbiamo assistito alla macelleria dell’intelligenza critica e la generalità delle persone – quella che in maniera molto precisa puoi definire “gente” – è talmente storpia e rattrappita che non solo non fa nulla per rovesciare il rovesciabile, ma corre verso la macina di pietra con le briglie fra i denti sperando che il primo padrone o padroncino la leghi per bene lì, preferibilmente per tutta la vita. Perché questo sembrerebbe dàrgli sicurezza, alla gente, e la gente-cavallo non spera di meglio. “E allora che se lo tronchino tutti in… – perché uno alla fine s’incazza e di fronte alla servitù volontaria ti viene da fine s’incazza. Ma anche se volessimo arrivare a tanto – anche se questa gente di una normalità amorfa se lo meriterebbe davvero di troncarselo nel culo, il signor Itchek sa che soprattutto chi porta in testa quelle idee di merda che hanno in testa tutti si crede unico e libero, e ha diritto di voto, e sa che non basterebbe un secolo per raddrizzare un solo imbecille… Quindi, coe si dice? è tutto fiato sprecato – in Italia ci ha governati un Berlusconi, poi un Renzi, poi un Salvini – negli Stati Uniti abbiamo Trump, in Russia Putin e poi quel grassone di merda che sembra un cassonetto per la spazzatura, in corea… – e ancora con una frase fatta, non vogliamo dire che ogni popolo ha davvero quello che si merita? E poi il signor Itchek, sebbene incazzato, ha ormai cinquantasette anni e gli sembra che le cose, da quella prima illustrazione, siano peggiorate di molto. Così, certo, legge ancora gli articoli della rivista Jacobin, insieme a Marx, Freud, Kafka, Schopenhauer, Nietzsche, Adorno, ma anche Leopardi, Sofocle, Omero ecc. ecc. anche Spinoza, anche Améry… e tanti tanti altri… ma quello che conta è darsi una regola di vita, fare qualcosa di diverso, di almeno appena appena diverso. E allora gli viene da comporre all’impronta una specie di canzoncina, una filastrocca infantile dedicata al fu bambino Guglielmo e all’illustrazione che vide, tanto e tanto tempo fa, su Conoscere – o era Vita meravigliosa? E non ci aveva mai pensato, ma forse – e qui quasi tutti i suoi uomini illustri sarebbero d’accordo, anche quelli morti male – che vita meravigliosa è conoscere… E comunque la canzoncina ha per titolo Filastrocca della buona vita e fa così:
Scrivere
leggere
nuotare
pescare
all’amore fare!
E per questo
non puoi che
dormire
bere
mangiare
cacare
e lavorare.
Finché non sopraggiunga la morte
di cui non avremo esperienza.
(Ma una cosa mi sono scordato:
tu non puoi fare senza
cambiare anche il mondo,
ma solo dov’è rovesciato!)
E questa è la barchetta di parole che il signor Itchek affida ai marosi del presente. Sì, una barchettina contro la marea montante.