CARTA SEXTA, IL PARIGINO (L’ERRE È MOSCIA)
“Allora sei proprio tu, il poverello!”
“Poverello sarà lei. E poi, che sarebbero queste confidenze? Mi dà del tu?”, rispose Francesco al viandante.
“Ma io è da Parigi che vengo, e solo per conoscer…la.”
“Bada un po’ che tu non ci debba ritornare a Parigi, con un bel calcio nel culo!”
Francesco era così, in certi giorni diventava intrattabile e prendeva fuoco per nulla. Il viandante poi, lo si vedeva immediatamente dagli abiti che indossava, discendeva da una famiglia con parecchi quattrini, se non addirittura nobile. E a Francesco i ricchi e quelli di sangue blu, come sanno tutti, avevano cominciato da tempo a restargli sui coglioni – tranne, ovviamente, Chiara.
“Insomma, che vuoi da me?” proseguì burbero il santo.
“Voglio diventare uno di voi…”, disse sommessamente il viandante, e abbassò gli oculi.
“Bellino lui! Con codeste scarpine rosse?”, il viandante infatti indossava due caloscine di velluto bordeaux.
“Ecco.”, disse il viandante, e si chinò per togliersele.
“Guarda che bei piedini bianchi… E lo smalto?, non te lo sei messo oggi lo smalto? Gonzagoooo!”, chiamò forte Francesco, “Vien qua e fai vedere a questo torzolo com’è che devono essere i nostri piedi”.
Ora, dovete sapere che Gonzago di Rovereto, da quando era diventato uno del nostro gruppo, i piedi non se l’era lavati più, e anche l’ugne gli erano cresciute a dismisura, massicce e marroni, qualcuna attorcigliandosi su sé stessa. Tanto che i fratelli gli avevano affibbiato ognuno un soprannome diverso ma sullo stesso tema, per via del fetore: c’è chi lo chiamava “cacino”, chi “pecorino di fossa”, e un frate che veniva da un paese dell’Europa del nord addirittura Emmenthal, con l’acca!
“Faglielo vedere, Gonzago!”, e Gonzago tirò su il suo lercio piede destro fin quasi a ficcarglielo in faccia.
“Va bene Gonzago, ora puoi andare”, disse Francesco che si era accorto di trovarsi, suo malgrado, sottovento.
“Visto? E che vorresti fare qui con codeste due lumachine bianche?” domandò il santo mentre indicava ancora i piedini candidi del viandante.
“M’impegnerò, Santo Francesco, glielo giuro… noi a Parigi, purtroppo, siamo abituati a lavarci i piedi almeno una volta ogni quindici gio…”
“E dài con Parigi! Che me ne fregherà a me della Francia?”
“Ma cercavo di spiegarle, Santissimo Francesco, che…”
“Poche chiacchiere signorino! Qui non si chiacchiera! Qui le cose si fanno e basta! Voi impegnarti sul serio? E comincia, allora!”
Il parigino credette di aver capito e raccolse per terra una zolla, con cui si mise a strusciarsi i piedi.
“Seeeee…”, rise Francesco, “Che fai? Te li insaponi? Gonzagooooo”, chiamò ancora, “Portagli un po’ di merda di mulo al signore!”
Gonzago fu lì in un battibaleno con una grossa fatta, perché la merda, intorno alla Porziuncola, non mancava mai.
“Posala pure qua, mio bel caciolo – fratello Gonzago lo chiamava affettuosamente così, il santo. “Grazie, e vai in pace.” si era accorto di trovarsi ancora una volta sottovento.
“Ecco, parigino, vuoi essere uno di noi? Spicca un bel salto con quei tuoi rubini e ficcati dentro! E poi esci, e poi entra, e poi esci e poi entra, per almeno mille duemila volte, e allora cominciamo a ragionare. Oui? Poi mi mandi a cercare e mi fai vedere il risultato, perché ora ho da impegnarmi in cose d’un certo spessore, sai?, ho da scrivere quella fottuta regola dei miei… frate Leoneeeee”, mi chiamò spazientito. Doveva essere proprio per la regola che Cesco, quel giorno, era incazzato nero.
Il viandante che veniva da Parigi, in grande soggezione, guardò un’ultima volta quella grossa fatta di mulo, si tirò su la veste lussuosa con ambo le mani, chiuse gli occhi e saltò – saltò dentro saltò fuori – aibò – per una due cento mille volte. Così da quel giorno tutti lo chiamarono Saltamerda, i più spiritosi con l’erre moscia, e Saltamerrda il parigino divenne uno di noi.
(continua)