Quando andò in piscina si accorse che gli altri bambini avevano l’ombelico. Lui, invece, un grosso bullone di ferro, proprio lì. Che storia era quella? I suoi genitori non gliene avevano mai parlato. C’era di che vergognarsene.
Prima che lo notassero anche gli altri si nascose, svelto svelto, negli spogliatoi. E ora? Gli venne in mente di rivestirsi e di far finta di nulla, così che tutto ritornasse alla normalità. Eppure lo sentiva, non sarebbe stato mai più lo stesso. Si fermò a pensare. Poi vide quella cassetta per la manutenzione lasciata per caso sopra una panca, e per lui fu un segno del destino: forse un rimedio c’era. La aprì e tra le chiavi inglesi ne scelse una che facesse al caso suo. Si chiuse nel bagno, cominciò a svitare. All’inizio adagio – un quarto, mezzo giro… – poi uno completo, poi un altro ancora e via via sempre più forte, la filettatura sembrava non finire mai. Finché non sentì un tonfo dietro le spalle. Si girò. Gli era cascato il culo.
Ci sono delle barzellette che non dimenticherai e che da bambino hai voluto che te le raccontassero ancora e ancora, perché forse qualcosa dentro di te presagiva l’importanza che avrebbero dovuto avere per la tua vita: “Come fa quella dell’ombelico?” Non ne capivi il significato, naturalmente, eppure la morale era questa: se nasci diverso da tutti gli altri e hai la malsana idea di trovare la soluzione staccandoti di dosso quella differenza che ti rende unico, allora ciò che ottieni è un danno ancora maggiore. Perché a pensarci bene il bambino della barzelletta avrebbe potuto imboccare altre due strade, tra loro opposte: rivestirsi e vivere nella vergogna oppure tornare in mezzo ai bambini della piscina e esibire il suo bullone di ferro, magari come un dono. Lui invece svitò e andò a finire come andò.
Questa è la storia di un tipo che voleva tornare normale e per il troppo impegno gli cascò il culo. Questa è la storia di quasi tutti noi.