Dedicarsi alla creazione di un’opera di narrativa non vuol dire soltanto sedersi al tavolo da lavoro con lo schermo del computer di fronte, o una macchina da scrivere o la pagina di un taccuino. Significa invece riferirsi a lei in continuazione, ospitare in testa la calamita che richiama a sé una nebulosa di pensieri come una limatura di ferro. A volte un’idea generale, una cornice, un problema da risolvere – altre un giro di frase o una semplice parola. Un po’ come quei bambini che sulla spiaggia cercano conchiglie e piccoli sassi colorati o altro facendo la spola tra l’intorno della battigia e il centro, la propria madre, consegnando a lei quei loro strani doni, certe volte indecifrabili.
Scrivere un libro vuol dire trovarsi nella situazione di una pratica vissuta come privilegio, anche se spesso faticosa, perché non sono ammesse le vie banali del pensiero superficiale, di un approccio fatuo alle cose. Non tanto che hai scritto – anche questo, sì, sebbene in misura molto minore – ma che stai scrivendo anche quando apparentemente non scrivi, questo è scrivere. L’opera a cui attendi ti immerge più profondamente nella realtà e insieme te ne stacca, guardi con più accuratezza perché i tuoi occhi sembrano trapassare un qualcosa in direzione dell’orizzonte, che li colma di vuoto.
Fare silenzio nel chiasso e nel cicaleccio, anche questo significa, oppure avere un frastuono in testa che riduce a silenzio quel che hai d’intorno. Aver scritto una decina di libri è lo stesso che vivere anni e anni di questa vita mentre scrivi – lo ripeto, una vita dedicata. Si tratta fortunatamente di una vocazione per qualcosa più grande di te, che rende insulsa e vacua un’esistenza incentrata sull’importanza di, come dicono?, “vivere bene e in armonia con sé stessi”. L’intranquillità – mai parola fu più azzeccata – è invece la bussola di chi sta scrivendo. Un’attenta intranquillità distratta.