Magari per comprendere il Sessantotto è sufficiente leggere sei pagine dei quaderni piacentini, almeno se non ci vogliamo riempire il gozzo con tutto quel becchime che la società dei consumi ci ha messo nella ciotola fino ad oggi. L’articolo di Elvio Fachinelli si intitola Il desiderio dissidente, nel numero 33 del febbraio di quell’anno, reperibile in copia scansionata su internet. Si tratta dunque di uno studio in diretta, mentre le cose accadono, e tuttavia Fachinelli stesso li definisce “appunti sul lungo periodo”, “sulla lunga durata dei movimenti di dissidenza”, sulle loro “improvvise folate”.

Bisogna concentrare l’attenzione sul “cartello di protesta che sovrasta tutti gli altri” e che “porta scritto: lotta alla repressione”, e tuttavia non banalizzare il fenomeno interpretandolo immediatamente come lotta contro l’autorità dei padri. Da qui infatti prende le mosse la vulgata sul Sessantotto: sono i figli e le figlie che contestano i loro padri, il potere è incarnato nella figura simbolica paterna. Non è così, e Fachinelli lo dice fin da subito, cinquant’anni prima che psicanalisti alla moda come Massimo Recalcati o Paolo Crepet ne argomentino per farci soldi a palate, creando il prodotto giusto per l’industria culturale nella società delle merci. Già allora, infatti,  la figura paterna è debole, e “l’esperienza psicoanalitica nel suo complesso è concorde in una segnalazione: la diminuzione di importanza relativa, nei soggetti in analisi, delle situazioni di conflitto col padre”. Quindi?, “che cosa vuol dire l’appello contro la repressione e l’autoritarismo che i giovani si rivolgono da un capo all’altro del vecchio e del nuovo continente”, nei “paesi ad alto sviluppo industriale”?

La critica di questi giovani del Sessantotto va avanti in un modo che  la politica e le sue vecchie categorie interpretative stenta a riconoscere, i gruppi di contestazione sono fluidi, si formano, muoiono, risorgono dalle loro ceneri in gruppi diversi – sono, appunto, folate, “la dissidenza si allarga e non fa uso di bibbie”. E comunque quel che viene combattuto come repressivo è una “società che, mentre promette una sempre più completa liberazione dal bisogno, nello stesso tempo minaccia una perdita dell’identità personale. Ciò”, scrive Fachinelli, “abbina un’offerta di sicurezza immediata a una prospettiva inaccettabile”, almeno per questi giovani: “la perdita di sé come progetto e desiderio. La liberazione dal bisogno sembra anzi avere come sua condizione la rinuncia al desiderio”. Il soddisfacimento del bisogno in opposizione al mantenimento di un progetto di desiderio, è questa la dicotomia attraverso cui si delinea la lotta contro la repressione del Sessantotto.

Quindi, riflettiamo: simbolicamente la figura repressiva non è il padre, ma, aprite bene le orecchie, è la figura materna. Dal punto di vista dell’individuo “sembra il ripetersi, nella realtà adulta, di una situazione angosciate che è stata quella del rapporto con la madre. (…) la madre buona e gratificante” – la società che offre la soddisfazione del bisogno – “è nello stesso tempo la strega malefica e divoratrice”– divora il tuo progetto di desiderio verso qualcosa di diverso che non sia lei, perché lei non permette a nessuno di considerarla insufficiente, di dirle che NON BASTA. “Il nutrimento e l’amore che essa ci dà” – scrive Fachinelli sulle orme di Freud – “sono continuamente minacciati dalla sua capacità distruttiva. Il cibo che ci offre è quindi pagato con la dipendenza totale”. Ed è proprio qui che sentiamo sempre più presente l’impotenza di un padre labile se non addirittura riassorbito nella figura onnipotente della madre. L’immedesimazione con lui non è più un aiuto per liberarsi dal caldo abbraccio delle grinfie della strega-buona – cioè la mamma-società dei paesi più ricchi dell’occidente.

Mi sembra una lettura straordinaria, che non solo spiega il Sessantotto ma anche il tempo che viviamo. Si sa, spesso per salvare un inferno e renderlo accettabile se non addirittura buono bisogna procedere bestemmiando il passato. Penso che nessuna epoca, come il Sessantotto, sia stata letta a uso e consumo della società della merce e appunto dei consumi. Fanno sempre pena, per esempio, quei vecchi pisciosi che spremono i loro ricordi dal pannolone con cui mamma li ha tenuti al caldo fino ai giorni nostri – ce ne sono talmente tanti, in giro, che con i loro stipendi si potrebbe superare il PIL di uno staterello africano. Sui giovani del Sessantotto è stato detto di tutto. Ma le parole di Fachinelli sono lì a riconoscerli, a indicare chi erano – e soprattutto chi sono e chi saranno. Di fronte a una politica che cerca di accalappiarti con il soddisfacimento del bisogno – e ti mette il premio di fronte al naso come una carota – c’è anche la possibilità di dire no, non mi basta, al mio desiderio questa tua carota, mammina cara, non basta.

C’è una profondità carsica del desiderio che non muore mai, e che ha l’impudenza di andare oltre quel che propone per esempio la psicanalisi da una parte e la politica dall’altra, cioè l’ordine spacciato per principio di realtà – un vecchio trucco. Per questo desiderio non conta la meta, non conta la proposta in sé precotta e pre-masticata – quel che è necessario per la sopravvivenza dei veri gruppi antagonisti è invece “lo stato di desiderio”: “perché il desiderio appagato è morto come desiderio”, e alla sua morte fa seguito la morte di qualsiasi “germe vitalmente pericoloso”. La sola possibilità di negazione del presente sta in questo desiderio sempre dissidente, soprattutto quando è “un’ostinata obiezione d’incoscienza” – altra splendida definizione di Fachinelli. Il resto lo lasciamo volentieri ai giovani più vecchi dei loro padri – i giovani che aspirano a essere inseriti e ben nutriti e integrati – e ai vecchi pisciosi che già lo sono. Anche se si mettono gli occhialini rossi di celluloide sul grugno di grinze e verruche, le bretellone, i pantaloni a tubino – guardateli bene: fra le gambe si stringono al pannolone.

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