Ho inviato il mio ultimo romanzo in lettura e aspetto di sapere qualcosa sull’eventualità di una pubblicazione. Sarebbe il mio terzo libro con Robin di Torino e il nono pubblicato. Si intitola Angelo, parlarne non è semplice.
Ci lavoro da prima de Il gigante, ma se non avessi scritto Il gigante non avrei potuto terminare Angelo. Giorni addietro, dopo averlo inviato a Robin, ho lavorato a un altro paio di pagine che aggiungerò al testo prima dell’avvio dell’editing, sempre che ne accettino la pubblicazione. È possibile, dunque, che intervenga ancora qualcosa, considerato che tra la firma del contratto e il “visto si stampi” passano circa undici, dodici mesi.
Mi accorgo della difficoltà di parlarne senza dire troppo e rovinare l’esperienza di chi lo leggerà. Angelo si fa ascoltare solo nell’attraversarlo perché ha bisogno di un lettore con gli occhi ben aperti, attivo, quasi sullo stesso piano dell’autore. Infatti la dedica sarà questa: “Al lettore partecipe, pieno di gratitudine”. Non potevo farne a meno, quel lettore è unico.
Si tratta di una storia di amore, Angelo? Sì, e non avrei mai pensato di arrivare a scriverne una. Ma dirlo rischia di depistare la possibilità di immaginarne i contenuti, e anche l’esergo di Günther Anders è un avvertimento: i veri amanti con il loro sentimento fanno un favore al mondo. (A se stessi, di fatto, solo in seconda battuta). Sono presenti molti dialoghi e parti quasi saggistiche, a volte siamo dentro la testa dei personaggi e non si comprende se quelle sono cose del mondo o frutto della loro fantasia. Angelo è una scrittura che mentre cuce, scuce – come si può portare a termine la tela di Penelope? La vicenda è ambientata durante il governo Renzi e un personaggio si chiama proprio così, per analogia. Della città dove è ambientato si conoscono soltanto le vie, i cinema, i negozi – non il suo nome.
Non voglio però anticipare nulla, scrivo d’inerzia, come un sasso che dopo essere precipitato a valle fa un ultimo giro su se stesso, un ulteriore oscillazione e rimane immobile. Nei casi più fortunati l’opera si apre e svela il proprio conatus, cioè il desiderio che contiene. Non il desiderio dell’autore – che conta assai poco – , ma quello dell’opera. Angelo è un paradosso. La storia mette in forma la forma, quel profilo dell’onda tra aria e acqua che ci fa conoscere più dell’aria e anche più dell’acqua, che non ha sostanza e che comunque definisce due sostanze. Come la linea di un lapis che tracci sul foglio per distinguere una parte dall’altra – è lì, sul foglio, ma non è lì per essere qualcosa, è invece sostanziata dalla relazione di una parte con l’altra. Questa, per me, l’immagine del linguaggio. Io lavoro con queste linee create dalle relazioni, ma che in sé non sono niente.
Angelo, lo dico ancora, una volta pubblicato sarà il mio nono libro. Dovrà rimanere lo spazio per l’ultimo, il decimo, un libro di poesie, proprio perché sono le poesie che mi hanno insegnato a scrivere, la pratica e la consuetudine con i versi. La poesia ha infatti una base ritmica che attraversa l’artificio per ritrovare la naturalezza perduta della lingua – un’utopia? – e contrariamente a quello che si pensa le più grandi narrazioni non sono in prosa, ma in versi. Dunque saranno dieci i libri, come proposito. Poi continuerò a scrivere, almeno confido che andrà così, ma non pubblicherò altro. Perché ho finito le dita: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto… nove e dieci.