“La bistecca di Svevo” è la numero 22 delle “Prime scorciatoie” della raccolta Scorciatioie e raccontini che Saba pubblicò nel 1946. Il poeta ci dice che Svevo raccontava volentieri che, verso la fine della prima guerra mondiale, aveva mangiato la bistecca più buona della sua vita, o meglio, mai ne mangiò un’altra con più gusto. Non dipendeva però dalla qualità della carne o dalla cottura e nemmeno dall’appetito, il motivo era un altro: lo scrittore pensava di essere il solo a potersela permettere in tutta la città di Trieste. E Saba ci tiene a precisare che Italo Svevo non era particolarmente cattivo o meschino – “un diavolo fra tanti angeli” – ma semplicemente un artista, e come tutti gli artisti “accettava tutto quello che era nella natura”, “confessava quello che gli altri uomini (i buoni, i puri) o sentono senza saper di sentire, o nascondono dietro un velo – più o meno appariscente – di lacrime ipocrite”.
La storia è divertente, certo, eppure, scrive Saba, centra “il vero problema dell’economia mondiale”, rivela “la vera genesi del disastro”. Dimostra infatti che “alla base” della miseria e della fame non c’è una questione economica, ma psicologica: “l’uomo è ancora troppo bambino” – leggi infantile – per godere di un bene senza mettere l’accento sul fatto che altri ne sono privi, che quel bene è il suo privilegio”. E c’è di più, perché purtroppo, “prima che l’uomo impari a leggere, a compitare una sillaba in più” – cioè prima che l’uomo cresca per finalmente uscire dal suo stato di minorità – “deve cascargli ancora, e più di una volta, la vòlta del cielo sulla testa” (Lo scrive uno che ha visto cadere il cielo almeno quattro volte, con la prima e la seconda guerra mondiale, con i campi di sterminio e con la bomba atomica).
Inviterei dunque a riflettere sul significato profondo della bistecca di Svevo, sull’importanza di raccontare la verità e non di nascondersela, tantomeno dietro i piagnistei da ipocrita, e sul comprendere il pericolo di un’umanità che dal 1945 a oggi si è ancora più infantilizzata, attraverso il cosiddetto boom economico e il successivo consumismo. Ovviamente ogni ipocrita ha imparato a tirare in ballo il concetto della qualità della vita misurato sulla qualità della merce che ingurgita – bistecca o smartphone fa lo stesso. Su questa qualità ha perso la strada anche la cosiddetta sinistra, che in questi ultimi anni ha fatto la sua rivoluzione attraverso il “Gambero rosso” e il santo Petrini, non vergognandosi affatto di nascondere sotto il culo il proprio privilegio piccolo borghese.
Forse, se non avesse avuto il cervello imbottito di squisitezze, quel piccolo borghese avrebbe potuto raccontarsi in maniera onesta la bistecca di Svevo: godo di questa roba non per la cosa in sé, ma per il motivo che io ne sento il privilegio rispetto al popolo bue, più o meno come ne gode l’egoismo infantile di un bambino. Anche grazie a questa raffinatezza politica, adesso il popolo bue vota le destre, estreme o di centro fa lo stesso. Scandalizzarsi per i fascisti? No, affatto, perché i fascisti il vero senso della bistecca di Svevo lo hanno sempre saputo e perseguito, anche quando si manifestano come una massa di poveri stronzi vigliacchi e pecoroni. Io mi scandalizzo invece per chi vive come un fascista senza raccontarsi la verità di ciò che è diventato e si sente di sinistra, e magari dal suo sushi ben impiattato versa qualche lacrimuccia su Gaza. Aspettiamo dunque che cada, ancora una volta, la vòlta del cielo. Anche più di una volta.