Vieni, sera dei morti

Era tradizione andare a letto lasciando la tavola apparecchiata, perché nella notte tra il primo e il due novembre i morti ritornavano e avrebbero trovato qualcosa da magiare nei nostri avanzi, così diceva mio padre. Dentro le lenzuola anche con la testa, gli occhi chiusi, stavo attento al minimo rumore di là in cucina. Avevo sbriciolato apposta la midolla del pane dentro e intorno al mio piatto ed ero sicuro che i morti, non appena ci fossimo tutti addormentati, sarebbero arrivati. C’era la paura, ma non volevo dormire. Dopo una ventina d’anni ho scritto questi pochi versi, forse quarant’anni fa. Casualmente – ma sarà davvero così? – li ho ritrovati proprio oggi e ho deciso di metterli qui per un eventuale lettore. Queste parole diventano le mie briciole di pane.

Vieni sera dei morti, vieni

adagio. Su ali di velluto

alita fumo e ossido d’inferno.

A iosa sparsi briciole, a stormi

innumerevoli, voraci, e un fondo

di minestra è cibo prelibato

per bocche nere. Nel silenzio

della notte, come preghiere,

è il tintinnio di una posata

è il suono di un bicchiere.

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