È la volta del biliardo, “Di notte” cerca di descriverlo nella sua autoreferenzialità. In questo può assomigliare molto alla scrittura, che in qualche modo – almeno in un primo momento – cerca di fissare su di sé il tuo sguardo, per poi liberarlo, ma prima lo vuole tutto per sé. Dico qualcosa della poesia? Forse. L’ultima frase di questo componimento, il quarto, è una dichiarazione di poetica. Come immagine scelgo quella di un mio amico, che adesso non c’è più, che si chiamava il Dóga , anche se all’anagrafe risultava Rolando. Per il biliardo lo considero un po’ il mio maestro, ma non tanto dal punto di vista tecnico –la tecnica, nei giochi, va bene per i meccanici – ma per l’atteggiamento, lo stile di gioco, la postura. Perché la cosa fondamentale del biliardo è, come diceva il Dóga, “saperci stare, al tavolo”. Forse anche lui parlava di poesia.
DI NOTTE
Il biliardo lo giochi in un’isola di luce, va d’accordo col fumo che si disfa dalle sigarette a mangiare l’aria e vieta qualsiasi intromissione esterna. Rimanda a sé stesso come un acquario e tollera appena lo sguardo, ma in punta di piedi. Un tempo i giocatori strusciavano la stecca all’intonaco e quelle sul muro erano unghiate di diavoli. Un americano ne vide la sconcezza, se ne vergognò, e introdusse nel gioco il cubetto di creta azzurro. Comunque non lo puoi lasciare sulla sponda perché disturba l’avversario, i pantaloni devono essere neri neri le scarpe e neri i calzini. Ora si faccia silenzio prego. Per l’acchito alla prima, la gialla a punto, mezzo calcio di misura o la nostra a morire verso l’angolo opposto e coprirsi. Tamburelli l’indice sulla lucentezza della sponda, sei sotto e incollato a mattonella. Pensaci e pensaci bene, intanto ingessa il cuoio e indovina il calcolo dei diamanti. Prima di tutto trovare palla, poi si vedrà. Leggero il brandeggio sul ragno delle dita e colpisci in testa.